Michael Jackson e la canzone che non doveva piangere per la Palestina

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Non tutte le canzoni censurate hanno bisogno di essere bruciate. Alcune basta lasciarle chiuse in un cassetto, dove non disturbano nessuno e dove la coscienza può fingere di non aver sentito.
Palestine, Don’t Cry“, il brano attribuito a Michael Jackson e mai pubblicato, appartiene a questa categoria. Una canzone scritta per la Palestina, per i suoi bambini, per un dolore che l’industria musicale avrebbe preferito tenere senza nome. Perché la pace va benissimo finché resta generica. Diventa un problema appena indica una terra, un popolo, una ferita precisa.
Non esistono prove definitive che Sony l’abbia rifiutata per ragioni politiche, né che Jackson l’abbia mai registrata davvero. Ma esistono pagine manoscritte attribuite a lui, e questo basta a raccontare almeno una cosa. Michael Jackson non guardava al dolore del mondo come a un fondale decorativo. Lo aveva già fatto con “Heal the World“, “Earth Song“, “They Don’t Care About Us“, “We’ve Had Enough“. Cantava i bambini, la guerra, la fame, l’ingiustizia. Solo che quando quei bambini diventano palestinesi, improvvisamente la commozione diventa imbarazzo.
Negli ultimi mesi è apparsa online anche una versione ricreata con l’intelligenza artificiale, che prova a immaginare come sarebbe potuta suonare. Non è Michael Jackson, naturalmente. Non è la sua voce restituita dal tempo, non è una registrazione ritrovata, non è un miracolo d’archivio. È piuttosto il segno di un vuoto. Di qualcosa che non abbiamo potuto ascoltare quando forse avrebbe dovuto arrivare al mondo. E quando una canzone mai nata ha ancora bisogno di essere immaginata trent’anni dopo, significa che quel silenzio non era poi così innocente.
È sempre così.
Si può piangere per l’umanità, purché l’umanità resti senza indirizzo.
Si può parlare di pace, purché non si capisca chi la sta negando.
Si può chiedere giustizia, purché non si nomini chi la subisce.
Forse “Palestine, Don’t Cry” non è stata censurata nel modo teatrale che immaginiamo. Forse è stata semplicemente archiviata, lasciata evaporare, resa innocua dal silenzio. Che poi è la censura più elegante di tutte. Non fa rumore. Non sporca le mani. Non lascia nemmeno la scena del crimine.
Eppure quella canzone mai uscita oggi parla ancora. Non perché serva Michael Jackson a dare dignità alla Palestina. La Palestina non ha bisogno di testimonial. Ma perché ricorda quanto faccia paura, ancora oggi, dare un nome al dolore giusto.
A volte una canzone non viene fermata perché è debole.
Viene fermata perché è troppo chiara.
Di seguito il link alla versione ricreata con l’intelligenza artificiale.

(La foto dell’immagine in evidenza è di Annie Leibovitz (1989), via Pinterest)

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