Renato Guttuso, il pittore antifascista

«Un’opera d’arte è sempre la somma dei piaceri e dei dolori dell’uomo che l’ha creata. Intendo dire che non è necessario per un pittore essere d’un partito o d’un altro, o fare una guerra, o fare una rivoluzione, ma è necessario che egli agisca, nel dipingere, come agisce chi fa una guerra o una rivoluzione».

Autoritratto, 1936.

Autoritratto, 1936.

L’opera straordinaria di Renato Guttuso sorge dal disprezzo dell’artista verso l’ingiustizia sociale e gli abusi di potere. Il suo ideale socialista viene espresso attraverso uno stile realistico-espressionista che tuttavia si differenzia da quello di matrice russa; la sua terra d’origine non è la Russia, ma quella Sicilia contraddittoria e tormentata di cui ne imprimerà sulle tele l’esacerbazione emotiva e la rassegnazione. Nelle sue opere si coglie, nel medesimo tempo, una singolare lirica di stoica sopportazione unita ad una feroce denuncia sociale che reca in sé la speranza di un mutamento degli aspetti più iniqui della società.

"Fucilazione a Roma", dalla raccolta "“Got mit Uns”, pubblicata nel 1944.

“Fucilazione a Roma”, dalla raccolta ““Got mit Uns”, pubblicata nel 1944.

La sua arte aspira a conciliare la verità e l’attualità delle tematiche con uno stile prettamente realista e incisivo fruibile da tutti affinché possa scuotere dal remissivo torpore la gente comune, socialmente sopraffatta dall’ingiustizia; i suoi migliori dipinti sembrano emettere il grido di dolore delle classi sociali più deboli e oppresse. Affinché un’opera sia viva, secondo l’artista, è necessario da parte di chi la crea uno stato di collera. E quell’ira dev’essere espressa con furore dentro una tela.

"Contadini al lavoro", 1950.

“Contadini al lavoro”, 1950.

Il pittore riserva uno spazio privilegiato alle tematiche sociali ed in particolar modo ritrae scene di vita rurale, espresse in stile prettamente espressionista. Ma l’espressionismo di Guttuso si distingue da quella corrente sorta nei primi del Novecento e che si caratterizza dall’esasperazione dei contrasti, oltrepassando ogni verosimiglianza. Il suo è un espressionismo che non si limita a privilegiare l’interiorità e le emozioni: è la realtà stessa a manifestarsi nella sua vigorosa incisività con i suoi colori ed i suoi crudi dettagli. È la stessa realtà a fornire tragicamente la spinta emotiva che inietta nel pittore quell’istinto quasi primordiale di scaraventare sulla tela colori violenti e contrastanti nati da un’attenta osservazione della vita faticosa della povera gente, nel cui incedere faticoso, preserva intatta la sua dignità. La vita rurale, con la sua logorante e asfissiante realtà, assume un’importanza rilevante nelle opere di questo grande pittore siciliano il cui maggiore modello morale e stilistico si riscontra nell’artista spagnolo Pablo Picasso.

"Lamento per la morte di Picasso", 1973

“Lamento per la morte di Picasso“, 1973

Distante da quell’astrattismo pittorico che stravolge le forme, Guttuso non annulla il soggetto ritratto e focalizza la propria attenzione sull’attualità. È un cronista, racconta la storia del periodo in cui vive e vuole lanciare un messaggio chiaro a tutti. Solo nella ribellione l’uomo può continuare a nutrire la speranza ed evitare così di assuefarsi ad un pericoloso ingranaggio: «edonista egli stesso, agisce per procurare piacere ad altri edonisti». Guttuso vuole raccontare la realtà di cui è a conoscenza e gli aspetti più difficili della terra in cui è nato, un omaggio alle sue origini e al suo popolo vessato. E la Sicilia dona agli occhi dell’artista meravigliosi scorci che cattura nelle sue tele esprimendo mirabilmente quel linguaggio di una parte del mondo segnata da drammatiche contraddizioni, ma nel contempo elargitrice di colori caldi e di profonde emozioni visive.

Nella sua arte, indubbiamente realista, ma anche profondamente poetica, si muovono personaggi politici, amici, artisti, gente comune, ma soprattutto, gli umili braccianti siciliani. Manifestazione palese di un impegno sociale che è riuscito a rilevare in modo eccelso quella società relegata ai margini, quell’universo ben celato di sfruttamento, minorile e non, che ancora oggi affligge tragicamente un mondo che si considera “civile”.

"La Zolfara", 1953.

“La Zolfara”, 1953.

Principale portavoce del gruppo milanese “Corrente“, movimento fondato da una generazione di artisti che rigetta senza esitazione alcuna il regime fascista di Mussolini, nasce a Bagheria, un paesino in provincia di Palermo, il 26 Dicembre del 1911.
Sin da bambino manifesta il suo interesse per la pittura grazie alla passione del padre, acquarellista dilettante, e alla frequentazione di studi pittorici. Egli stesso, nel ricordare la propria infanzia, ne dipinge i contorni con queste parole: «tra gli acquarelli di mio padre, lo studio di Domenico Quattrociocchi, e la bottega del pittore di carri Emilio Murdolo prendeva forma la mia strada avevo sei, sette, dieci anni».

"La stalla", 1951.

“La stalla”, 1951.

Già a tredici anni realizza i primi quadri e a diciassette partecipa alla sua prima mostra collettiva a Palermo. La sua adolescenza è ricca di stimoli grazie agli ambienti artistici frequentati e alle idee liberali del padre in aperto contrasto con l’ambiente clerico-fascista, a causa delle quali, la famiglia vive in ristrettezze economiche. Tali esperienze lo condurranno a maturare una concezione della vita apertamente anti-fascista facendolo diventare il portavoce più eticamente impegnato della giovane generazione di artisti del gruppo milanese “Corrente“, promotore di uno stile pittorico profondamente aggressivo che ricerca lo stretto legame tra l’arte e la vita.

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“La fucilazione in campagna”, 1938

Un esempio eclatante dell’opera di Guttuso si riscontra nel dipinto dal profondo pathos espressionista, “La fucilazione in campagna“, presentato nel 1938. Il quadro rappresenta l’uccisione da parte dei falangisti franchisti del noto poeta Federico Garcìa Lorca.
Ispirato a “Le fucilazioni del 3 Maggio” del grande pittore spagnolo Francisco Goya, che aveva contribuito con la sua opera a mostrare la ferocia e la crudeltà presenti in ogni guerra da parte di entrambi i contendenti, Guttuso ne riprende anche lo schema compositivo.
Il noto dipinto mostra palesemente la distanza dell’artista dai canoni del Novecento mussoliniano che pretende un’arte celebrativa e funzionale al potere.
Guttuso non è interessato a ricercare la bellezza e la spettacolarità. Vuol semplicemente mostrare al mondo la realtà, per quanto odiosa e insopportabile possa essere.
La sua è un’appassionata rivolta artistica i cui principali riferimenti culturali, oltre al già citato Pablo Picasso, sono da ricondursi a Vincent Van Gogh, Eugène Delacroix e Gustave Coubert.
Renato Guttuso si trasferisce prima a Milano e poi a Roma dove viene in contatto con Alberto Moravia, Elsa Morante, Luchino Visconti e Antonello Trombadori, tutte personalità con cui stringerà un legame affettivo e politico che lo porteranno all’adesione al Partito Comunista d’Italia, a quei tempi clandestino, nel 1940.
E nell’opera più emblematica del suo pensiero politico, “Crocifissione” (1940- 1941), il pittore lascia che il suo pennello si muova liberamente senza preoccupazione alcuna delle conseguenze del dispotismo culturale che attanaglia l’Italia, scandalizzando l’opinione pubblica per la nudità dei personaggi e la collocazione non consuetudinaria delle croci.
Emblema dell’ingiustizia sociale e delle violenze perpetrate dagli uomini ai propri simili, il dipinto suscita un forte scandalo per l’interpretazione laica del tema sacro in questione.

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“La Crocifissione”, 1941

Nonostante le critiche del clero e del regime, il dipinto si colloca al secondo posto nel Premio Bergamo, nel 1942.
Di questo meraviglioso ed emozionante dipinto, il pittore ne espone la simbologia nel suo “Diario“. “Crocifissione” rappresenta infatti «tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee». E a coloro che lo criticano aspramente per la nudità dei personaggi rappresentati risponde che «la nudità dei personaggi non voleva avere intenzione di provocare scandalo. Era così perché non riuscivo a vederli, a fissarli in un tempo: né antichi né moderni, un conflitto di tutta una storia che arrivava fino a noi. […] Li dipinsi nudi per sottrarli a una collocazione temporale: questa, mi veniva da dire, è una tragedia di oggi, il giusto perseguitato è cosa che soprattutto oggi ci riguarda».

Crocifissione“, realizzato con tinte contrastanti e accese, evidenzia palesemente lo stretto legame dell’autore con l’arte espressionista europea. Le figure ritratte, che emergono da una struttura compositiva particolarmente insolita e con direttrici prospettiche contorte, appaiono deformate e spigolose, suscitando nell’osservatore emozioni di forte impatto. Il nostro sguardo viene inghiottito da un caos spaziale particolarmente suggestivo in cui oggetti e forme assumono differenti disposizioni creando una numerosa e affascinante serie di scorci e vedute. Gesù di Nàzareth è seminascosto dalla croce di uno dei ladroni e la nudità delle figure protagoniste di quella scena riesce a rafforzare l’intenzione del pittore di sottrarre i personaggi ad una collocazione temporale.
Dipinto molto drammatico, risente anche dell’influenza del cubismo di Picasso ed in particolare del suo capolavoro “Guernica“, simbolo eterno della tragedia della guerre e delle ingiustizie umane.

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Costretto a lasciare Roma per motivi politici nel 1943, trascorre un periodo di tempo a Quarto, in provincia di Genova, per poi far ritorno nella capitale prendendo parte alla Resistenza. La sua inarrestabile frenesia creativa lo porta anche ad esporre dei disegni pubblicati nell’album “Gott mit Uns- Dio è con noi” (frase incisa sulle fibbie dei nazisti) sulle atrocità della guerra, partecipando alla mostra organizzata da “L’Unità“.
Predominanza del blu di picassiana influenza e tematiche sociali sono per lo più presenti e, già il giorno dopo la Liberazione, s’intravede nel suo quadro “Pausa dal lavoro” un soffio di speranza nel futuro che Pier Paolo Pasolini commenta con le seguenti parole:
«Le figure di dieci operai
emergono bianche sui mattoni bianchi
il mezzogiorno è d’estate.
Ma le carni umiliate fanno ombra:
e lo scomposto ordine
dei bianchi
è fedelmente seguito
dai neri.
Il mezzogiorno è di pace
».

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“Pausa dal lavoro”, 1945

Non poche sono le opere che riguardano l’universo femminile, in particolar modo i dipinti dedicati alla moglie Mimise (Maria Luisa Dotti) di cui ne ho selezionato uno che ritengo sia tra i più belli per il sentimento di pace che infonde e per l’evidente amore del pittore nei confronti della donna che ha accompagnato la sua esistenza, anche quando è ancora povero e sconosciuto. La relazione con Marta Marzotto, pur essendo durata molti anni, viene cancellata definitivamente dalla vita del pittore, dopo la morte della moglie.

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“Mimise che dorme”, 1941

Solo Mimise può essere considerata la donna più importante della vita di Guttuso.
L’unica.
Nella sua vasta produzione è d’obbligo ricordare “I funerali di Togliatti“, opera composta da quattro pannelli di compensato, in cui l’artista ci immerge nel corteo funebre del noto politico. Centoquarantaquattro ritratti a matita dei principali esponenti del movimento progressista internazionale (da Vittorini a Gramsci, da Lenin a Neruda) appaiono nel famoso murale in cui si muovono le bandiere rosse tra i visi affranti di coloro che avevano ammirato tale personaggio storico. L’opera diventerà il Manifesto del Partito Comunista Italiano.

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“I funerali di Togliatti”, 1972

Pur aderendo al PCI ed eletto senatore in tale partito, Guttuso asserisce sempre che la propria ideologia artistica sorge da profonde convinzioni mai sottoposte all’influenza di alcun diktat politico. La libertà dell’artista di dissentire e di creare opere che non siano in sintonia con i pensieri unici di un qualsiasi regime o orientamento politico rappresentano la visione della vita di Guttuso.

Un’altra sua opera molto famosa è “La Vuccirìa“, realizzata dall’artista nel 1974. Il dipinto conferma il crudo realismo e il senso del colore del pittore che mostra le carni esposte nel famoso mercato palermitano. L’impatto, come succede in quasi tutti i suoi dipinti, è piuttosto traumatico, ma ben rende quell’aspetto arabeggiante insito nella cultura siciliana, contornata dalle grida e dalle cantilene dei venditori dell’antico mercato. Così commenta lo stesso autore del dipinto: «non è una immagine e neppure una serie di immagini. È una sintesi di elementi oggettivi, definibili, di code e persone: una grande natura morta con in mezzo un cunicolo entro cui la gente scorre e si incontra».

"La Vucciria", 1974

“La Vuccirìa”, 1974

Nella sua vasta produzione appaiono spesso i tratti della sua terra: il limone e l’ulivo sono soggetti che insieme ai colori della Sicilia caratterizzano frequentemente i suoi dipinti. E Guttuso stesso esprime il suo intenso amore per la sua terra affermando che «Anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia».
Già tra gli anni ’50 e ’60 numerosi sono i riconoscimenti internazionali ricevuti da Guttuso, che ama anche ritrarre personaggi celebri tra cui Alberto Moravia, Anna Magnani e Marta Marzotto.
Il ritratto effettuato ad Anna Magnani è di una bellezza disarmante; l’artista riesce a cogliere la dolorosa malinconia della grande attrice, icona indiscussa del cinema neorealista italiano.

Ritratto di Anna Magnani, 1960

“Ritratto di Anna Magnani”, 1960

Un altro tema ricorrente nell’opera di Guttuso è quello del ballo, ben evidente nell’opera “Boogie-Woogie“, realizzata nel 1953. Ispirata al noto ballo statunitense che dopo la Seconda Guerra Mondiale diviene il simbolo dell’ottimismo verso il futuro e il desiderio di infrangere le danze tradizionali, “Boogie-Woogie” è una composizione dinamica, strutturata in chiave ritmica e pervasa da una potente vitalità. Non più un’umanità sofferente e umiliata, ma un omaggio indimenticabile a quei giovani che si affacciano al futuro con la speranza di vivere in un mondo finalmente libero.
Sullo sfondo di questa tipica festa adolescenziale, in cui in fondo a destra appare una ragazza annoiata che fuma, s’intravede il frammento di un quadro astratto molto celebre, “Broadway Boogie Woogie” di Piet Mondrian. Un ironico richiamo al dibattito di quel periodo sul contrasto tra il linguaggio realista e l’ermetico astrattismo.

"Boogie-Woogie", 1953.

“Boogie-Woogie”, 1953.

Dopo la morte della moglie, Renato Guttuso, si chiude nella solitudine e, secondo alcune testimonianze, si avvicina alla fede cristiana. Si spegne a Roma il 18 gennaio del 1987. Alla sua città natale dona molte sue opere che si trovano nel museo di Villa Cattolica, dove viene sepolto. Unico erede della sua immensa fortuna il figlio adottivo Fabio Carapezza Guttuso.
Di seguito alcune citazioni di Guttuso, accompagnate dalle sue più celebri opere.

"Cristo deriso", 1938.

“Cristo deriso”, 1938.

È una terra drammatica la Sicilia. È drammatica fisicamente, è drammatica la sua natura e sono drammatici i suoi personaggi. I siciliani sono tendenzialmente drammatici, e naturalmente non si può essere insensibili a queste cose.

La spiaggia, 1955-1956.

“La spiaggia”, 1955-1956.

La pittura è una lunga fatica di imitazione di ciò che si ama.

"Cactus sul golfo di Palermo", 1983.

Cactus sul golfo di Palermo“, 1983.

Se io potessi scegliere un momento nella storia e un mestiere, sceglierei questo tempo e il mestiere del pittore. Le condizioni oggi sono storicamente privilegiate, che si abbia la forza e la libertà interna necessaria in tempi così pericolosi.

"Contadini al lavoro", 1950

“Contadini al lavoro”, 1950

Un artista parla solo delle cose che conosce, delle cose che sa, delle cose con le quali ha vissuto una comunione profonda da sempre, da quando non era neppure cosciente. Quindi il mio legame con la Sicilia è così profondo che viene fuori. Pirandello ha raccontato i pettegolezzi della farmacia di Porto Empedocle e sono stati capiti in Alaska o in Giappone. Quando si dice qualche cosa di vero, di profondo, questo diventa sempre universale. Il cuore umano ha una parte universale.

"Donne di zolfatari", 1950.

“Donne di zolfatari”, 1950

Anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia.

"Nella stanza le donne vanno e vengono", 1986

“Nella stanza le donne vanno e vengono”, 1986

Ci sono uomini politici e di governo che credono, più o meno consciamente, che al settore del patrimonio artistico non sia utile fornire mezzi adeguati perché tali spese sarebbero elettoralmente improduttive.

Natura morta, 1958

Natura morta, 1958

Forse l’uomo che ha inciso di più su di me è stato Picasso, anche come persona di cui sono stato amico. Era un uomo estremamente vitalizzante. Quando stavi con lui, una sera, a pranzo, qualche ora, per vedere le sue opere insieme a lui, ne uscivi arricchito, eccitato, fecondato quasi.

"Autoritratto", 1940.

“Autoritratto”, 1940.

Se io potessi scegliere un momento nella storia e un mestiere, sceglierei questo tempo e il mestiere del pittore. Le condizioni oggi sono storicamente privilegiate, che si abbia la forza e la libertà interna necessaria in tempi così pericolosi.

"Uomo che mangia gli spaghetti", 1956.

“Uomo che mangia gli spaghetti”, 1956.

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