Premio Nobel per la Pace per gli Isolani Greci _ Tra i possibili candidati un’anziana donna dell’isola di Lesbo.

«Quando si avvicina uno straniero e noi lo confondiamo con un nostro fratello, ponendo fine a ogni conflitto. Ecco, questo è il momento in cui finisce la notte e comincia il giorno».
Paulo Coelho

Emilia Kamvisi, Stratis Valiamos e Susan Sarandon sono i nomi indicati simbolicamente per il Nobel per la Pace in rappresentanza degli abitanti greci e di tutti coloro che si sono prodigati per aiutare i profughi.

Emilia Kamvisi, Stratis Valiamos e Susan Sarandon sono i nomi indicati simbolicamente per il Nobel per la Pace in rappresentanza degli abitanti greci e di tutti coloro che si sono prodigati per aiutare i profughi.

Alkmini Papadaki, un architetto di Creta, ha lanciato nel mese di novembre una petizione online su Avaaz.org che ha già superato le 600.000 firme necessarie per proporre la candidatura al Premio Nobel per la Pace agli abitanti delle isole greche dell’Egeo (Lesbo, Kos, Chíos, Samos, Rodi e Leros). La motivazione per attribuire una simile onorificenza agli isolani viene motivata dalla generosità mostrata nell’accogliere decine di migliaia di profughi siriani, nonostante la crisi economica che ha colpito il loro paese.
Al primo firmatario di questa petizione si è aggiunto un gruppo di docenti di tutto il mondo di cui presto sarà noto il nome.
La notizia, che da qualche giorno sta facendo il giro del mondo, giunge in un momento molto critico per l’Europa, dilaniata da divisioni e muri che potrebbero far fallire l’accordo di Schengen.

Una foto emblematica che mostra l'opposizione di alcuni stati europei all'immigrazione. Photo: European Commission.

Una foto emblematica che mostra l’opposizione di alcuni stati europei all’immigrazione.
Photo: European Commission.

Il timore mostrato per questo massiccio esodo di profughi da parte di alcune nazioni europee che non hanno esitato ad elevare muri per chiudere le frontiere a chi fugge dalla guerra, non ha minimamente toccato gli abitanti delle sopracitate isole.
Ed in una foto simbolo di accoglienza e generosità si racchiude la grandezza di queste popolazioni che si sono prodigate per aiutare altri esseri umani senza porsi alcun interrogativo o sprecare tempo in oziosi programmi in cui molti politici discutono solo per guadagnarsi una fetta di elettorato.

A destra Emilia Kamvisi allatta artificialmente un piccolo profugo. Due sue amiche le tengono compagnia. Foto di Lefteris Partsalis.

A destra Emilia Kamvisi, fotografata accanto a due amiche, mentre allatta artificialmente un piccolo profugo. 
Foto di Lefteris Partsalis.

È notizia di questi giorni che Emilia Kamvisi, una donna greca di 85 anni, Stratis Valiamos, un pescatore di quarant’anni, e la nota attrice statunitense Susan Sarandon sono stati proposti come candidati al Premio Nobel per la Pace del 2016. L’ottantenne, il pescatore e l’attrice hanno in comune una dote non facilmente riscontrabile nella maggioranza degli esseri umani. Hanno dato il loro prezioso contributo nell’accoglienza degli immigrati che riescono a raggiungere le coste greche. Emilia è stato immortalata mentre dava il biberòn ad un bimbo appena arrivato nell’isola di Lesbo.

Stratis Valiamos. Foto di Lefteris Partsalis.

Stratis Valiamos.
Foto di Lefteris Partsalis.

Stratis ha prestato soccorso a molti rifugiati che stavano per annegare in mare aperto. Così commenta l’improvvisa fama che lo ha investito e di cui è ancora stupito: «La gente mi dice che sono un eroe, ma questo non è eroismo, è la cosa normale da fare». Ha poi aggiunto per dar forza alla propria idea: «Quando si pesca e una barca sta affondando accanto a te e la gente chiede aiuto, non si può far finta di non aver sentito nulla».

Susan Sarandon insieme ad alcuni rifugiati. Foto di Tyson Sadler. Da people.com

Susan Sarandon insieme ad alcuni rifugiati.
Foto di Tyson Sadler da people.com

La sessantanovenne Susan Sarandon ha trascorso le vacanze natalizie in un campo profughi, parlando con i rifugiati e condividendone paure e sogni. Così racconta la sua esperienza a “People“: «Sono andata a Lesbo per ascoltare e conoscere le vicende di queste popolazioni che fuggono dalla guerra e dalle persecuzioni. L’ho fatto anche per onorare la memoria dei miei nonni che erano immigrati». Ha poi continuato dicendo all’ANAMPA: «La comunità internazionale deve vedere quello che sta accadendo in questo angolo del mondo. Dev’essere consapevole delle dimensioni del problema e comprenderlo. Queste persone dovrebbero smetterla di considerare se stessi  “qualcun altro”e devono diventare essi stessi i profughi di cui ci occupiamo».

Emilia Kamvisi

Emilia Kamvisi

Parole forti e condivisibili che dovrebbero servire come monito non solo ai cosiddetti “Grandi” di questa terra, ma anche a tutti noi, chiusi nelle nostre “tiepide case” e pronti solo a commuoverci per le tragedie che colpiscono il nostro paese o paesi a noi conosciuti e abitati da persone “simili a noi”. Come se arabi, indiani o africani non fossero esseri umani. Noi che consideriamo eroici gli abitanti di queste isole quando, se riflettiamo con attenzione, non si può considerare eroico un gesto di umanità.
La pensa così l’ottantenne Emilia, soprannominata “la nonna dei piccoli profughi” e che, quando è venuta a conoscenza della sua possibile candidatura, non ha celato la sua sorpresa: «Cosa ho fatto? Io non ho fatto niente». La nonna che sostiene di non aver fatto “niente” ha anche aiutato a trovare un rifugio ai profughi, mostrando quel calore di cui tutti gli esseri umani avrebbero bisogno, in particolar modo coloro che sono costretti ad abbandonare la loro terra con il sacrosanto diritto di aspirare ad una vita migliore. Le sue parole donano un po’ di speranza in questo mondo sempre più arido: «Ho sentito come se fossero i miei figli, i miei nipoti. Apparteniamo allo stesso pianeta e abbiamo lo stesso Dio».

Una bambina accolta nell'isola di Lesbo insieme ad altri rifugiati. Foto di Darrin Zammit Lupi/Reuters.

Una bambina accolta nell’isola di Lesbo insieme ad altri rifugiati.
Foto di Darrin Zammit Lupi/Reuters.

Emilia e Stratis sono diventati il simbolo di una risposta altruista a questo massiccio esodo di immigrati, una risposta che rappresenta tutti gli abitanti di tali isole e da cui trarre insegnamento. Indipendentemente dall’esito di questa candidatura, di cui saremo a conoscenza solo il prossimo ottobre, la lezione data ad un mondo che guarda con ostilità e diffidenza chi fugge dalla guerra o dalla fame, sarà indimenticabile. Non succede dappertutto che i profughi incontrino questi gesti di amore e di solidarietà. Contro ogni barriera e pregiudizio gli isolani greci dell’Egeo continuano a costituire un esempio per tutti noi ed in particolar modo per quei paesi che hanno elevato barriere o che addirittura confischino una parte dei beni di cui i profughi sono in possesso per coprire le spese di soggiorno o di eventuale rimpatrio.

In Danimarca si discute sulla legge di confisca di una parte dei beni dei profughi, mentre in Svizzera tale normativa è in vigore dal 1992.

In Danimarca si discute sulla legge di confisca di una parte dei beni dei profughi, mentre in Svizzera tale normativa è in vigore dal 1992.

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