Massimo Troisi _ L’umiltà di un vero talento

«Quando c’è l’amore c’è tutto».
«No, ti sbagli, chella è ‘a salute».
troisi 2Attore, regista, poeta e sceneggiatore, Massimo Troisi ha innovato il teatro e il cinema con una comicità garbata che presenta nella sua mimica e gestualità, tipicamente napoletane, la maschera della sua carriera, e nel suo modo di parlare, sovente di non facile comprensione, l’irrinunciabile peculiarità del protagonista interpretato. Il personaggio principale che Troisi rispecchia è quello dell’antieroe insicuro e complessato dallo sguardo sfuggente a causa di un’inguaribile timidezza ben riscontrabile in quel fiume di parole inarrestabile che versa per cercare goffamente di mascherarla. Del suo rapporto odio-amore verso la sua città natale, la bellissima e contraddittoria Napoli, lascia palesarne l’insofferenza verso determinati usi o mentalità obsolete, seppur pronto a difenderne i valori e le tradizioni quando si trova dinnanzi ad un interlocutore che nel pregiudizio ha fondato la sua visione del mondo.
Spentosi prematuramente, ancora oggi, a distanza di molti anni, i suoi film costituiscono una visione obbligatoria per cinefili e non, a causa di quelle tematiche sempiterne che lo accostano al cinema intramontabile di Eduardo de Filippo e Totò, dei quali ne subisce l’influenza, pur negandone l’etichetta di “erede naturale“.
Massimo Troisi è un altro mostro del cinema italiano e all’amarezza di una vita breve di cui la mancanza è particolarmente sentita, vorrei celebrarne la vita. Non importa quanto tempo trascorriamo su questa terra, è il ricordo lasciato e l’intensità che ne traspare ad operare la differenza da chi si limita semplicemente ad esistere.
Conosciuto principalmente come attore del grande schermo, Troisi è riuscito a fondere il cinema con il teatro affrontando tematiche introspettive e profonde con uno stile leggero e senza pretesa alcuna di fasulli intellettualismi.
Così ha infatti affermato:«Io faccio film intelligenti? Non lo so, faccio film che mi piacciono, ne farei uno ogni sei mesi, sempre con il piacere di girare e recitare. E invece non si può. Mi propongo sempre di fuggire dai luoghi comuni, dalle cose che potrebbe dire chiunque». Forse è questa la ragione per cui il suo stile cinematografico, pur avendo riscontrato un enorme successo di pubblico, non è stato apprezzato così come meritava e solo con il suo ultimo film, “Il postino” ha ottenuto quel riconoscimento ufficiale della critica che lo ha candidato al Premio Oscar come migliore attore protagonista.

Una scena del film "Il postino" che vede Massimo Troisi accanto a Philippe Noiret nel ruolo di Pablo Neruda.

Una scena del film “Il postino” (1994) che vede Massimo Troisi accanto a Philippe Noiret nel ruolo di Pablo Neruda.

Il suo è un cinema che rappresenta efficacemente il dualismo dell’animo umano in cui possono essere presenti allo stesso tempo coraggio e fragilità. Nei suoi film più significativi questo mix di contraddizioni presenti nell’uomo sono particolarmente accentuati in quella perenne indecisione del protagonista (sempre interpretato dallo stesso Troisi) e nella convivenza di stati d’animo contrastanti. Nella mancanza di determinazione e nella continua oscillazione d’umore si determina un personaggio vinto dinnanzi a quella tematica ricorrente in tutta la sua produzione cinematografica più rilevante: l’amore.
Le problematiche che attraversano gli anni ’80, anni di profondi ed incisivi cambiamenti, vedono il nostro protagonista alle prese con donne emancipate che non riesce a comprendere fino in fondo e che lo inducono ad assumere dei comportamenti palesemente in contrasto con il suo modo di pensare, ancorato alle relazioni tradizionali tra uomo e donna. Quest’ultima vive la stessa tragicomica condizione e si dibatte tra atteggiamenti moderni e bisogno di protezione confondendo ulteriormente il suo compagno di vita. Il tutto si conclude con un finale aperto che interrompe bruscamente l’ultima scena con un sorriso all’ennesimo tentativo del nostro di celare maldestramente il proprio reale pensiero perché ritenuto superato dalla mentalità del momento.
Un personaggio dunque vinto da se stesso, dalla sua insicurezza e dalla sua riluttanza a mettere a nudo il proprio animo.

Una scena tratta dal film "Scusate il ritardo" (1983) che vede Giuliana De Sio accanto a Massimo Troisi.

Una scena tratta dal film “Scusate il ritardo” (1983) che vede Giuliana De Sio accanto a Massimo Troisi.

Sebbene rifletta gli umori della generazione di quel periodo, scandagliate con mirabile destrezza e mostrando le difficoltà di un periodo di transizione appena uscito dalle contestazioni sessantottine e la mitizzata liberazione sessuale che insinua soprattutto nell’uomo delle profonde insicurezze sul comportamento da adottare con le donne, tocca i temi sempre attuali dell’instabilità umana e delle difficoltà relazionali tra uomo e donna.

Inquadrature lunghe e spesso statiche che mostrano la padronanza scenica di chi vuole indugiare in profondità sull’animo, spiccata napoletanità e abilità espressiva mimico-gestuale hanno dato vita ad un cinema in cui ironia, controsenso e malinconia si fondono alla perfezione creando così personaggi incapaci e impreparati dinnanzi ad eventi quotidiani in continuo mutamento. Le scene sono girate soprattutto negli interni, come se si volesse rafforzare la difficoltà di uscire da una stanza.

Una scena del film "Ricomincio da tre" (1981).

Una scena del film “Ricomincio da tre” (1981).

Nato il 19 febbraio del 1953 a San Giorgio a Cremano, un paesino vicino Napoli, Massimo Troisi cresce in una famiglia umile e molto numerosa in cui convivono nella stessa casa anche nonni e zii. Nei suoi primi film racconterà il suo vissuto familiare, spesso soffocante e invadente. Cagionevole di salute, soffre sin da ragazzino di febbri reumatiche che, con il passare del tempo, gli causeranno problemi al cuore.
Conseguito il diploma di geometra, comincia a scrivere delle poesie ispirandosi al suo autore preferito, Pier Paolo Pasolinie a recitare nel teatro parrocchiale dove si riunisce con gli amici d’infanzia.

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Nel 1972 gli viene diagnosticata un’anomalia cardiaca che lo costringe qualche anno dopo a recarsi negli Stati Uniti per un intervento alla valvola mitralica. Grazie ad una colletta riesce a sostenere le spese del viaggio ed i costi dell’operazione, eseguita a Houston e dall’esito positivo. Poco tempo dopo, infatti, Troisi riprende il suo lavoro teatrale e preferisce non parlare più dei suoi problemi di salute di cui solo pochi intimi e parenti sono a conoscenza. Crea il centro sperimentale denominato “t-minuscolo“, una forma di teatro amatoriale insieme ad alcuni amici, tra cui Lello Arena, e il “Centro Teatro Spazio“, teatro di maggior impegno politico insieme a militanti di sinistra, entrambi situati a Napoli.

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“La Smorfia” Troisi con Lello Arena e Enzo Decaro

Il successo arriva con il gruppo “La Smorfia“, composta oltre che da Troisi, da Enzo Decaro e Lello Arena.  Il nome del gruppo viene dato dallo stesso Troisi che spiega il motivo di tale scelta con le seguenti parole: «è un riferimento, tipicamente napoletano, a un certo modo di risolvere i propri guai: giocando al Lotto, e sperando in un terno secco… la “smorfia”, infatti, non è altro che l’interpretazione dei sogni e dei vari fatti quotidiani, da tradurre in numeri da giocare a lotto».
Grazie a tale successo, il trio, in poco tempo, viene conosciuto in tutto il paese, dapprima con la trasmissione radiofonica “Cordialmente insieme”, ed infine in televisione, dove il trio prende parte ad alcuni programmi tra cui “Non stop” (1977), “La sberla” (1978) e “Luna Park” (1979).

Un'altra scena tratta dal film "Ricomincio da tre".

Un’altra scena tratta dal film “Ricomincio da tre”.

Troisi si distingue presto nel gruppo per quella gestualità e mimica facciale ed il linguaggio asmatico, in certi momenti poco comprensibile, che rimanda ai lunghi monologhi di Eduardo De Filippo. L’incontro decisivo per la sua carriera avviene durante la registrazione di uno spettacolo televisivo del trio. Conosce Anna Pavignano, una studentessa universitaria che diventerà sua compagna e collaborerà al suo lavoro futuro. Sarà proprio lei ad ispirare quella che sarà la tematica ricorrente della produzione di Troisi: le relazioni di coppia.

Massimo Troisi e Anna Pavignano.

Massimo Troisi e Anna Pavignano.

Dopo aver abbandonato il gruppo, comincia la carriera cinematografica con “Ricomincio da tre” (1981) di cui è protagonista, regista e sceneggiatore.
Il successo della pellicola inaugura la carriera di Troisi la cui fama si accresce ogni giorno di più per l’innovazione portata sul grande schermo in cui si racchiudono i dilemmi e le utopie di un’intera generazione, la filosofia di vita fondata sull’arte prettamente napoletana di sapersi accontentare, e l’abilità di catturare i dettagli di eventi e personaggi che l’artista riesce a trasformare in introspezione personale.

Irrompe nel cinema italiano un personaggio insicuro e impacciato che, con il passare del tempo, si arricchisce di spessore. Tra i suoi migliori film bisogna ricordare  “Scusate il ritardo” (1983), “Non ci resta che piangere” (1984), girato insieme a Roberto Benigni, “Le vie del Signore sono finite” (1987), “Credevo fosse amore invece era un calesse” (1992).
Il suo impegno come attore si rileva in due film di Ettore Scola “Splendor” (1988), “Che ora è” (1989), e nel già citato “Il postino” (1994), poetico e singolare omaggio a Pablo Neruda. Già gravemente malato, in questo suo ultimo film riesce a terminare le riprese con immensa fatica ed è costretto in alcune scene a farsi sostituire da una controfigura.

Una scena del film "Il postino" (1994) in cui Massimo Troisi interpreta un umile portalettere che instaura un'amicizia con il poeta Pablo Neruda durante il suo esilio in Italia.

Una scena del film “Il postino” (1994) in cui Massimo Troisi interpreta un umile portalettere che instaura un’amicizia con il poeta Pablo Neruda durante il suo esilio in Italia.

«Stava male da tanto tempo, ormai, quando girò Il postino. Sul set poteva interpretare solo i primi piani, tanto era esausto. Ma lo voleva fare, ci teneva tantissimo, al quel personaggio tratto dal romanzo del cileno Antonio Skàrmeta», racconta il regista Michel Radford e così prosegue «Con Massimo ci vedemmo a Roma e decidemmo di trasformarlo in un film cambiarlo tutto, tranne la storia d’amore con la ragazza e il rapporto del giovane con Neruda. Le riprese furono complicate, lui girava un’ora al giorno, i primi piani. Ma avevamo tutti una pena nel cuore. Una volta lo dissi a Massimo e lui mi rispose che io avevo un’umanità che è uguale ovunque. A tutto il resto avremmo pensato noi, insieme. Era davvero una persona speciale».

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Massimo Troisi ne “Il Postino”

Il 4 giugno del 1994 Troisi si spegne nel sonno nell’abitazione della sorella Annamaria, ad Ostia, a causa di un attacco cardiaco, dodici ore dopo aver terminato le riprese de “Il postino”.
Due anni dopo la sua morte, il film sarà candidato a cinque Premi Oscar, tra cui la sua candidatura come miglior attore.
Sarà poi premiata solamente la colonna sonora scritta da Luis Bacalov.
Com’era Massimo?
«Speciale in ogni momento, più di quanto, chi non l’ha conosciuto, possa immaginare. Forse la sua grande popolarità, immutata anche tanti anni dopo la sua scomparsa, è dovuta al fatto che quando recitava lui rimaneva sempre se stesso, o anche perché oggi, più che mai, risuona l’assenza della sua voce in tempi di vuoto assordante. Lui dominava la scena anche quando se ne stava in disparte, in silenzio, limitandosi a osservare, o a guardare di sottecchi, con quello sguardo misto tra curiosità, candore e divertimento.

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Con Massimo sembrava sempre di trovarsi nella scena di un suo film, e infatti, inevitabilmente, arrivava un suo commento, sempre leggero ma lapidario, o una battuta folgorante che oltre a far riflettere scatenava una risata (nostra) e un lieve sorriso (suo)». [tratto da un’ intervista ad un suo amico]
Voglio ricordarlo con alcune sue frasi e spezzoni dei suoi migliori film.

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Ricordati che devi morire!!!! Scena tratta dal film con Roberto Benigni “Non ci resta che piangere” (1984)

«Massimo, ma che orologio hai, una cipolla da tasca?».
«No, non è l’orologio, è il mio cuore».

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Io non mi piaccio mai. Sono talmente autocritico, che non mi suicido per non lasciare un biglietto che mi sembrerebbe ridicolo.
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Sono nato in una casa con 17 persone. Ecco perché ho questo senso della comunità assai spiccato. Ecco perché quando ci sono meno di 15 persone mi colgono violenti attacchi di solitudine.
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La sofferenza in amore è un vuoto a perdere: nessuno ci può guadagnare, tranne i cantautori che ci fanno le canzoni.

No, no, nun dicere sì sì ho capito e poi nun hai capit’ nient‘”

(Dal film “Non ci resta che piangere” quando cerca di spiegare a Leonardo da Vinci le regole della scopa).

Queste non sono cose che si dicono in faccia, queste sono cose che vanno dette alle spalle dell’interessato.

(Da “Pensavo fosse amore invece era un calesse” quando i suoi amici gli dicono che la sua ex-fidanzata stava con un altro).troisi11

 

Scena tratta dal film "Non ci resta che piangere".

Scena tratta dal film “Non ci resta che piangere”.

Tu basta che soffri due giorni faje ‘na canzone di due minuti, io per fare ‘nu film ‘e tre ore aggia suffrì da quand’ero … piccolino. (Da un’intervista di Minà rivolgendosi a Pino Daniele che ha composto le musiche per le colonne sonore di tre film di Troisi )

Scena tratta dal film "Ricomincio da tre".

Scena tratta dal film “Ricomincio da tre”.

È ‘o massimo da’ solitudine uno che tiene ‘a macchinetta do’ caffè per una persona.

_Da “Scusate il ritardo” parlando del ‘professore’ suo vicino di casa._

Sto aspettando ‘e sbaglia’ ‘o secondo film … no è perché tutti quanti dicono
‘o sicondo film è difficile, statte accorto ca ‘o sbaglie, cose,
allora io me levo ‘o pensiero ‘o sbaglio e faccio subito ‘o terzo film.
(Dal Premio Taormina quando Pino Caruso gli domanda i suoi progetti futuri dopo “Ricomincio da tre“)
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“Lasce stà lasce stà … fine”
Da un intervista quando mostra il suo volto pensando alla fine.
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Io devo tutto a quel mondo, al mio paese, San Giorgio a Cremano, 5 chilometri da Napoli. Laggiù ho imparato cos’era la disoccupazione, ma anche a non rassegnarmi. Ho imparato a parlare, a fare “‘o teatro” e non mi pare di essere cambiato molto da allora, anche se vivo a Roma.
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