L’insofferenza romantica di François Truffaut

«Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell’infanzia, costruire un oggetto che è allo stesso tempo un giocattolo inedito e un vaso dove si disporranno, come se si trattasse di un mazzo di fiori, le idee che si hanno in questo momento o in modo permanente. Il nostro film migliore è forse quello in cui riusciamo a esprimere, più o meno volontariamente, sia le nostre idee sulla vita che le nostre idee sul cinema».

truffaut 1
Il cinema rivoluzionario ideato dal regista francese François Truffaut, uno dei massimi esponenti della Nouvelle Vague, nasce dall’esigenza di instaurare una relazione tra l’autore e lo spettatore, assumendo così quasi le sembianze di un diario personale in cui Truffaut lascia trasparire il proprio mondo interiore. Sincerità ed autobiografia costituiscono costantemente quasi tutte le sue opere, in particolar modo evidenti nella prima sua produzione di film, di cui il capolavoro d’esordio, “I quattrocento colpi” (1959), è ancora considerato una pietra miliare del cinema francese d’autore.

Una scena del film "I quattrocento colpi" che vede protagonista Jean-Pierre Léaud nei panni del preadolescente problematico Antoine Doinel.

Una scena del film “I quattrocento colpi” che vede protagonista Jean-Pierre Léaud nei panni del preadolescente problematico Antoine Doinel.

In quasi tutte le sue opere, narrate in modo poetico, il tema predominante si coglie nello smarrimento dinnanzi alla vita dei personaggi e, attraverso le loro vicende ed i loro moti interiori, si riesce a comprendere la personalità dell’autore in quel sottinteso e talvolta velato, seppur comprensibile, vincolo psicologico e morale che lo accomuna agli antieroi dei suoi film.

truffaut 3
Protagonisti che osservano il mondo con disillusione ed un senso di disadattamento e insofferenza, così come guarda lo stesso regista, che riesce a placare la propria insoddisfazione ed un vissuto particolarmente aspro, grazie alla potenza espressiva di un cinema che vuole coinvolgere emotivamente lo spettatore. Così infatti commenta la sua straordinaria passione: «Mi hanno rimproverato, a diverse riprese, di preferire il cinema all’esistenza reale: confesso che, anche da adulto, mi sarebbe difficile cambiare, vedere le cose in un altro modo. Credo che il cinema sia un miglioramento della vita, perché è straordinario».
truffaut 5La sua indagine estetica, che attinge ai grandi registi del cinema classico, riesce a riprodurre quella misteriosa formula in grado di toccare profondamente l’animo di ognuno di noi, indipendentemente dal periodo storico in cui si vive. Il suo è un cinema toccante e spesso struggente nato dall’animo di un eterno ragazzo che grazie all’arte riesce ad esprimere l’immenso mondo poetico dentro di sé. Un mondo in cui emerge la sua insofferenza nei confronti di un sistema sociale disumano cui contrappone la sua visione spirituale della vita e quelle tematiche riguardanti i sentimenti dell’amore e dell’amicizia, senza i quali non riusciremmo a sopravvivere, sebbene spesso analizzati anche nella loro componente autodistruttiva, in modo da indurre meditazioni nello spettatore più attento e proporre anche una strada rivoluzionaria che lo aiuti a sfuggire da un’esistenza poco soddisfacente. Meditazione sulla condizione umana, dunque, e analisi della società neocapitalistica sono i temi ricorrenti della produzione cinematografica di Truffaut. Il suo cinema esplora i rapporti umani della gente comune con uno stile coinvolgente e ammaliante. Così, infatti, dichiara: «Faccio film per affascinare e stregare non per educare».
La sua riflessione avviene anche attraverso l’osservazione dell’età adolescenziale, ben presente nel film che rompe definitivamente con il passato, inaugurando la “Nouvelle Vague“, nel 1959. Il film cult “I quattrocento colpi” descrive l’adolescenza come momento di straordinaria capacità critica e violenti dissidi interiori che pongono le basi all’adulto di domani, solo se quest’ultimo abbandona ogni ipocrisia e continua ad ascoltare la voce di quell’adolescente che era stato e che ancora è dentro di sé. Contro l’ipocrisia di una società di adulti, indifferente a quel periodo di insofferenza alle regole precostituite, si scaglia il nostro regista, forse perché proprio per esperienza personale aveva dovuto fare i conti con quel mondo sordo a chi, in quel momento particolarmente fragile, avrebbe avuto più bisogno di essere ascoltato.
truffaut 4Nato a Parigi il 6 febbraio del 1932 da una giovanissima diciottenne, François Truffaut scoprirà in seguito che l’uomo con cui la madre si sposa e che gli darà il cognome non è suo padre.
La sua infanzia trascorre per lo più con la nonna materna, figura fondamentale nella sua formazione. Deve proprio alla nonna l’amore per la lettura, unico suo rifugio quando, alla morte di lei, deve andare a vivere con i genitori e racconterà che «mia madre […] non sopportava i rumori e m’impediva di muovermi e parlare per ore e ore. Allora io leggevo: era la sola occupazione a cui potessi dedicarmi senza disturbarla. Durante l’occupazione tedesca ho letto moltissimo e poiché stavo spesso solo, mi misi a leggere i libri degli adulti […]».
Insofferente alla vita scolastica, viene espulso da più scuole a causa della sua non esemplare condotta, e a quattordici anni abbandona definitivamente gli studi e comincia a lavorare. Solo un paio di anni prima aveva conosciuto Robert Lachenay, di un anno e mezzo più grande di lui, con cui aveva condiviso l’amore per la letteratura e il cinema.
L’amicizia con Robert sarà destinata a durare tutta la vita, così come la passione per il grande schermo che lo indurrà a lasciare il lavoro e ad aprire un cineclub con l’esigua somma della liquidazione, a soli sedici anni.

François Truffaut insieme a Robert Lachenay e André Mrugalski.

François Truffaut insieme a Robert Lachenay e André Mrugalski.

In quel periodo conosce uno degli ispiratori della Nouvelle Vague, il critico André Bazin, altra figura fondamentale per la sua formazione, che lo aiuterà ad uscire dal riformatorio in cui sarà rinchiuso per un piccolo furto compiuto per mantenere il suo cineclub. Bazin infatti si assume la responsabilità di garantire per lui e ne diviene il tutore.
Probabilmente, se non avesse incontrato Bazin, il futuro di Truffaut sarebbe stato segnato irrimediabilmente dalla triste esperienza del riformatorio.
Dopo essersi arruolato in seguito ad una delusione d’amore, che racconterà poi nel film “L’amore a vent’anni” (1962), Truffaut diserta e viene rinchiuso in una prigione militare.

Una scena di "Antoine et Colette", episodio del film "L'amore a vent'anni" del 1962.

Una scena di “Antoine et Colette”, episodio del film “L’amore a vent’anni” del 1962.

Sarà ancora una volta il suo “tutore” ad aiutarlo e a procurargli, al suo ritorno a Parigi, un lavoro come critico cinematografico presso la rivista “Cahiers du cinema”, fondata dallo stesso Andrè Bazin.
Il suo famoso articolo “Une certaine tendence du cinéma français” desta molto scalpore per la demolizione del cinema in voga in quegli anni.
Dopo aver esordito nel mondo del cinema con il cortometraggio “La visita” (1955), scrive la sceneggiatura del film “Fino all’ultimo respiro” che sarà poi realizzato da Jean-Luc Godard.

Truffaut insieme alla moglie Madelaine Morgenstern e alle sue due figlie.

Truffaut insieme alla moglie Madelaine Morgenstern e alle sue due figlie.

Nello stesso anno convola a nozze con Madelaine Morgenstern da cui avrà due figlie e fonda una società di produzione “Les Films du Carrosse“. Divorzierà qualche anno dopo a causa della sua personalità incline al tradimento. Per Truffaut, infatti, «Dato che un amore dura poco tempo, non c’è altra soluzione per combattere la solitudine, che innamorarsi spesso». Molte saranno le protagoniste dei suoi film con cui avrà una relazione, ma da sottolineare che, anche quando la storia giunge alla fine, il regista non riuscirà a dare un taglio netto alla relazione, forse perché sperimenta da bambino la terribile sensazione dell’abbandono e della separazione. Tornerà poi dalla moglie negli ultimi giorni della sua vita.
Il successo giungerà con il capolavoro “I quattrocento colpi” (1959) che vedrà il giovane Truffaut insignito di numerosi premi, tra cui quello per la regia a Cannes e la prestigiosa candidatura all’Oscar.

Una scena del film capolavoro di Truffaut "I quattrocento colpi", 1959.

Una scena del film capolavoro di Truffaut “I quattrocento colpi”, 1959.

Il personaggio dell’adolescente inquieto e malinconico Antoine Doinel, interpretato da Jean-Pierre Léaud aprirà un intero ciclo che racchiuderà tutte le tappe fondamentali della vita di Truffaut, dall’adolescenza al timido corteggiamento di una ragazza, per proseguire fino alla maturità, alla noia del matrimonio, che dalle sottili gioie dell’adulterio condurrà poi il protagonista al divorzio.
Il ciclo comprende il già citato episodio “Antoine e Colette” (che si avvale della fotografia di Henri Cartier-Bresson), “Baci rubati” (1968), “Non drammatizziamo…è solo questione di corna” (1970) e “L’amore fugge” (1979).

Una scena del film "Non drammatizziamo...è solo questione di corna", 1970.

Una scena del film “Non drammatizziamo…è solo questione di corna”, 1970.

Il protagonista del ciclo sarà sempre il grande Jean-Pierre Léaud.
Come già sottolineato prima la vita di Truffaut si confonde con i suoi film ed il regista non ne fa alcun mistero: infanzia caratterizzata da solitudine e rifiuto, adolescenza difficile all’insegna della trasgressione e genitori assenti o sfuggenti, dominano gran parte della sua produzione. La timidezza, caratteristica della personalità di Truffaut e la passione per la letteratura sono anch’essi presenti nei suoi film, spesso tratti da libri o ricchi di citazioni letterarie, così come “Fahrenheit 451 (1966) o “Adele H, una storia d’amore” (1975).

Una scena del film "Fahrenheit 451" (1966).

Una scena del film “Fahrenheit 451” (1966).

Affascinato dalle donne passionali che riescono ad aprirsi completamente all’amore senza sotterfugi e finzioni, nella sua immensa produzione cinematografica molti sono i film dedicati a questa figura femminile che si lascia annientare dall’amore. Tra questi, oltre al già citato “Adele H., una storia d’amore“, ispirato alla vita della figlia di Victor Hugo, che dopo una delusione d’amore sprofonda in una terribile depressione, è d’obbligo ricordare “Jules e Jim“(1962) con la musa della Nouvelle Vague Jeanne Moreau nello struggente ruolo di una donna profondamente innamorata dell’amore, film anche questo insignito di numerosi premi internazionali, e “La signora della porta accanto” (1981) con Fanny Ardant e Gerard Depardieau, in cui emerge un’altra figura femminile ossessionata da questo sentimento indefinibile che Truffaut sembra ben delineare nella sua assoluta inafferrabilità.

Jeanne Moreau, Henri Serre e Oskar Werner nello struggente film del triangolo amoroso "Jules e Jim", 1962.

Jeanne Moreau, Henri Serre e Oskar Werner nel triangolo amoroso del film “Jules e Jim”, 1962.

E forse c’è qualcosa di lui in queste donne irrimediabilmente romantiche che non riescono ad accontentarsi di una storia d’amore piatta ma tranquilla. Lo stesso Truffaut che sfugge al secondo matrimonio previsto con l’attrice Claude Jade, preferendo non presentarsi alla cerimonia per dedicarsi al Maggio francese. Anche con Claude manterrà un rapporto amichevole. La separazione definitiva lo atterrisce.

Truffaut insieme a Claude Jade e Jean-Pierre Léaud sul set del film "Baci rubati" (1968).

Truffaut insieme a Claude Jade e Jean-Pierre Léaud sul set del film “Baci rubati” (1968).

Così come accade con tutti i giovani amanti del cinema, Truffaut s’invaghisce di tutte le protagoniste femminili dei suoi film e l’unica attrice con cui sembra non abbia avuto alcuna relazione è Isabelle Adjani, la fragile “Adele H.“.
L’ultima donna della sua vita è Fanny Ardant, l’affascinante protagonista del film “La signora della porta accanto“.
Il film “L’uomo che amava le donne“(1977) sembra incarnare questo aspetto del regista.

Fanny Ardant e Gerard Depardieau in una scena del film "La signora della porta accanto", 1981.

Fanny Ardant e Gerard Depardieau in una scena del film “La signora della porta accanto”, 1981.

Un eterno adolescente innamorato dell’amore sembrerebbe il nostro geniale regista che con un linguaggio semplice e universale è riuscito a portare sul grande schermo l’uomo comune con cui lo spettatore riesce facilmente a identificarsi. Attore e spettatore entrano in una sorta di simbiosi e la scena in cui il piccolo protagonista de “I quattrocento colpi” guarda negli occhi noi spettatori sembra riassumere tutto il cinema di Truffaut.

La scena in cui il protagonista del film "I quattrocento colpi" volge il suo sguardo verso gli spettatori.

La scena in cui il protagonista del film “I quattrocento colpi” volge il suo sguardo verso gli spettatori.

Nonostante i suoi film affrontino temi sociali e Truffaut partecipi al Maggio francese, il regista non mostra una grande attrazione per la politica. Forse il suo coinvolgimento è stato dettato da un interesse estetico piuttosto che politico. Per comprendere sino in fondo la sua personalità anarchica bisognerebbe focalizzare l’attenzione unicamente sui suoi film in cui i protagonisti sono personaggi disorientati e alla perenne ricerca di sé. La rivoluzione sessantottina non riesce ad appassionare quel regista che vuole effettivamente concentrare le sue forze sulla poesia delle immagini ed i sentimenti umani più intimi.

Una scena del film "Effetto notte" che vede il regista qui accanto a Jacqueline Bisset.

Una scena del film “Effetto notte” (1973) che vede il regista accanto a Jacqueline Bisset.

Regista, ma anche attore di tre dei suoi film, tra cui il lungometraggio “Effetto Notte” (1973) con cui Truffaut vince il Premio Oscar come miglior film straniero, il suo stile ha influenzato notevolmente, così come accaduto con altri cineasti della “Nouvelle Vague“, il cinema internazionale, ed in modo particolare quello statunitense.
Tra gli altri suoi film realizzati bisogna ricordare anche “Il ragazzo selvaggio” (1969) “Gli anni in tasca” (1976) “La camera verde“(1978) e “L’ultimo metrò” (1980).
Si spegne a Neuilly-sur-Seine il 21 luglio del 1984, l’anno dopo aver realizzato l’ultimo suo film “Finalmente domenica” (1983) a causa di un tumore al cervello.
Di seguito una raccolta di alcuni suoi pensieri.

Quando si riesce ad alternare l’umorismo con la malinconia, si ha un successo, ma quando le stesse cose sono nel contempo divertenti e malinconiche, è semplicemente meraviglioso.
***
Come si scopre di essere innamorati?
Si è innamorati quando si comincia ad agire contro il proprio interesse.
***

Una scena del film "L'ultimo metrò" (1980).

Una scena del film “L’ultimo metrò” (1980).

Gli appassionati di cinema sono persone malate.
***
L’amore a prima vista è come vivere un secolo in un secondo.
***
Il vero orrore è quello di un mondo in cui è proibito leggere, dunque è proibito conoscere, amare, ricordare.
***

Una scena del film "L'amore fugge", 1979.

Una scena del film “L’amore fugge”, 1979.

La lavorazione di un film somiglia al percorso di una diligenza nel Far West: all’inizio uno spera di fare un bel viaggio, poi comincia a domandarsi se arriverà a destinazione.
***
Appartengo a una generazione di cineasti che hanno deciso di fare film avendo visto Quarto potere.
***

Una scena del film "Baci rubati", 1968.

Una scena del film “Baci rubati”, 1968.

Che cos’è un regista? Un regista è uno a cui vengono fatte in continuazione domande… domande su qualsiasi cosa… A volte lui sa la risposta, a volte no…
***
In amore, le donne sono professioniste, gli uomini sono dilettanti.
***

N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web, quindi considerati di pubblico dominio e appartenenti a google e a youtube. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo lacapannadelsilenzio@yahoo.it e saranno immediatamente rimossi.

Digiprove sealCopyright secured by Digiprove © 2016

2 commenti

  • […] «Dean va contro cinquant’anni di cinema. Lui recita qualcos’altro da quello che pronuncia, il suo sguardo non segue la conversazione, provoca una sfasatura tra l’espressione e la cosa espressa. Ogni suo gesto è imprevedibile. Dean può, parlando, girare la schiena alla cinepresa e terminare in questo modo la scena, può spingere bruscamente la testa all’indietro o buttarsi in avanti, può ridere là dove un altro attore piangerebbe e viceversa, perché ha ucciso la recitazione psicologica il giorno stesso in cui è apparso sulla scena.» François Truffaut […]

  • […] Il numero di respiri che fate in vita vostra è irrilevante. Quello che conta sono i momenti che il respiro ve lo tolgono.Dal film “Jules et Jim” di François Truffaut. […]

Lascia un commento