L’esilio volontario di Jerome David Salinger

«Ragazzi, quando morite vi servono di tutto punto. Spero con tutta l’anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero. La gente che la domenica viene a mettervi un mazzo di fiori sulla pancia e tutte quelle cretinate. Chi li vuole i fiori, quando sei morto? Nessuno».

Jerome David Salinger, biografia, stile e analisi del romanzo "Il giovane Holden"
Jerome David Salinger, nato a New York il primo gennaio del 1919, è un noto scrittore statunitense che giunge al successo internazionale con il dissacrante romanzo-scandalo “Il giovane Holden“, scritto nel 1951.
Poche sono le notizie riguardanti la sua vita; schivo e riservato, dopo l’orribile esperienza vissuta in un campo di concentramento tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, un matrimonio durato poco più di dieci anni e poche opere in cui emerge il suo disagio esistenziale, Salinger lascia New York nel 1953 e si trasferisce in una villetta isolata a Cornish, nel New Hampshire, ritirandosi gradualmente in un ostinato silenzio, lontano dai riflettori e concludendo la sua vita nello stesso paesino il 27 gennaio del 2010. In una delle lettere esposte alla Morgan Library di New York si legge: «E comunque, la maggior parte delle cose più vere è meglio lasciarle non dette».

La villa in cui Salinger visse dal 1953 fino alla sua morte.

La villa in cui Salinger visse dal 1953 fino alla sua morte.

Decisamente l’esperienza vissuta nel lager nazista ha lasciato dentro Salinger delle ferite mai cicatrizzate che lo scrittore stesso, restìo a parlare di sé, ben sintetizza in modo lapidario in una frase: «È impossibile non sentire più l’odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva». Da quella misteriosa ritrosia di Salinger molti sono stati i tentativi di afferrare la complessità del suo animo. Basterebbe, a parer mio, leggere il romanzo che lo ha reso noto in tutto il mondo per comprendere la grandezza di un uomo incapace di adattarsi alla società e alla sue, talvolta incomprensibili, regole e ipocrisie. La parola ipocrisia si ripete infatti spesso in quel libro da cui si può trarre la visione della vita del nostro scrittore.
salinger 13Chi prende la decisione di tagliare ogni ponte di collegamento con la società, deve evidentemente esserne stato ferito interiormente in modo talmente grave da non riuscire più a gestire quel dolore irrimediabilmente incancrenitosi in lui.
E dalla remota oscurità di ciò che è riposto nell’esperienza di Salinger, dall’esperienza distruttiva della guerra sorge la vena creativa di questo scrittore che, dopo aver pubblicato quel romanzo e aver ottenuto il successo, si ritira a vita privata, pur tuttavia continuando a scrivere.
Ma lo fa senza avvertire la necessità di pubblicare e di ottenere gratificazioni da parte di chi lo legge. Scrive per meditare e decide di vivere in una villetta priva di acqua calda e di elettricità.
L’isolamento e la scrittura sono riusciti probabilmente a curare il tormento di quest’uomo, ma ne hanno sottratto la sua presenza al mondo. Un mondo che non sembra donargli quella pace di cui necessita e da cui sfugge accostandosi con decisione a quel misticismo orientale in grado forse di dare un significato alla sua esistenza.
Per comprendere maggiormente Salinger, oltre alla lettura de “Il giovane Holden“, non bisognerebbe ignorare o sottovalutare un libro, “The Gospel of Sri Ramakrishna“, che ha sicuramente contribuito a quell’autoesilio da un mondo non in grado di soddisfare le sue esigenze spirituali.
Molte sono infatti le lettere, rese pubbliche da pochi anni, che testimoniano la fitta e assidua corrispondenza dello scrittore con il centro “Ramakrishna e Vivekananda” situato a New York. E proprio in quelle lettere, Salinger, afferma senza esitazione, che quel Gospel è da ritenersi una delle opere più significative del secolo e che ha contribuito a mutare radicalmente la sua visione della vita. Questo libro diffonde la filosofia del Vêdânta in Occidente, una filosofia complessa che certamente non può essere racchiusa in poche parole. Trae ispirazione da alcuni testi sacri induisti e buddhisti e indica l’unico cammino per giungere a Dio che può compiersi solamente distaccandosi dalle cose materiali e ritirandosi in solitudine. Una vita da eremita che Salinger abbraccia senza più volgere il suo sguardo indietro.

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Prima di parlare del suo romanzo più noto, vorrei puntare l’attenzione su quel mutamento seguito all’improvviso successo della sua opera e di un romanzo di cui ben poco si parla, “Franny e Zooey“, pubblicato nel 1961.
La crisi spirituale della giovane Franny sembra condensare in questo piccolo capolavoro tutta la nostra fragilità e la nostra ricerca continua di risposte nella vita. Anche qui il personaggio principale è giovane, forse perché solamente quando non si è ancora entrati nel mondo “maturo” nascono quegli interrogativi, abbandonati poi per strada come se non fossero mai esistiti, e si entra in quel mondo di adulti dove non “si ha più tempo” per certe speculazioni esistenziali.

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Spiritualità e altre simil riflessioni vengono sopraffatte da una routine quotidiana che la protagonista già presagisce e, nelle fitte conversazioni con il fratello Zooey, con cui sfoga la propria ribellione alla mediocrità da cui è circondata, riceve una risposta che la invita a quel distacco, che non si traduce in indifferenza o rinuncia all’azione, tema centrale delle filosofie orientali.
Zooey si rivolge alla sorella parlando proprio di distacco: «Puoi dire la preghiera a Gesù da adesso fino al giorno del giudizio, ma se non riesci a capire che nella vita religiosa l’unica cosa che conta è il distacco non vedo proprio come potresti andare avanti anche di un solo centimetro. Distacco, sorellina, nient’altro che distacco. Assenza di desideri. “Astensione da ogni brama”». Un libro vitale e palpitante di cui non si può fare a meno per meglio comprendere l’eremitaggio di Salinger e quel misticismo laico che contraddistingue la sua esistenza.

Brano tratto da "Il giovane Holden".

Brano tratto da “Il giovane Holden”.

La storia de “Il giovane Holden“, romanzo di ribellione nei confronti della società borghese, osservata spietatamente dal protagonista adolescente che tenderà a distaccarsene senza lasciarsi influenzare dal putridume e dall’assenza di valori che la caratterizzano, è ben nota a tutti. E su quella famosa domanda esistenziale rivolta ad un tassista «Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anitre quando il lago gela?», domanda che tormenta quel giovane disorientato che in quel lago gelato sembra vedere la situazione immobile di un presente asfittico, si è prestata ad innumerevoli interpretazioni. Quella domanda senza risposta lo induce a provare le esperienze degradanti più svariate nella spasmodica ricerca di quel luogo sconosciuto in cui si rifugiano le anatre, metafora di un futuro, ai suoi occhi, nebbioso e angosciante.

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Romanzo cult per numerose generazioni di giovani, si distingue per uno stile sferzante e sarcastico e un linguaggio scurrile che, nel periodo in cui viene pubblicato, suscita scandalo tra i perbenisti; per molti anni la lettura de “Il giovane Holden” viene proibita in molti paesi e scuole statunitensi.
La New York descritta da Salinger è disperatamente triste, i personaggi che ruotano intorno al giovane Holden, sedicenne angosciato e insofferente che mira alla fuga, sono senza tempo nel loro stagnante conformismo che schiaccia chi osa calpestarne le loro retrive regole. Ancora oggi attuale, il romanzo di Salinger si può considerare un capolavoro della letteratura moderna. Forse oggi più di ieri, visto il quadro desolante che circonda tutti coloro che, adolescenti e non, mal riescono ad adattarsi ad una società dove il dio denaro e l’apparenza dominano incontrastati.
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Holden Caulfield narra la propria storia con una voce genuina e antiletteraria, condita da espressioni colloquiali e giovanili del tempo. Confuso e complesso, fuma e beve alcolici fino alla nausea, si dà arie da uomo vissuto e non riesce difficile identificarsi con lui tornando indietro agli anni di quella famosa “età dell’immortalità“, come amavano definirla i persiani. Siamo stati un po’ tutti dei giovani Holden alla ricerca del nostro posto in questo mondo. E se Holden è forse riuscito ad afferrare quella bellezza della vita, oscillante tra alti e bassi, e che in quei dissidi interiori riesce a far crescere e meditare negli affetti familiari, la domanda che sorge naturale è se lo abbiamo trovato noi il nostro posto nel mondo, o ancora oggi ci sentiamo angosciati nel vivere in un mondo similfatto.
Salinger in un’intervista rilasciata prima del suo ritiro definitivo dalla scena, non esita ad ammettere che lui stesso era il giovane Holden e che la sua adolescenza era stata molto simile a quella del giovane protagonista, non nascondendo il sollievo provato nell’averne parlato alla gente.

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Ma dopo altre opere tra cui, oltre al già citato “Franny e Zooey”, bisogna anche ricordare “Nove racconti“, “Alzate l’architrave, carpentieri e “Hapworth 16, 1924, il silenzio definitivo in cui lo scrittore si chiude appare un modo più che palese di innalzare una barriera nei confronti di un mondo che lo mette a disagio. Forse Salinger è sempre rimasto quell’irriverente giovane Holden disorientato e sopraffatto da una realtà fasulla che non è mai riuscito a sopportare e il suo posto nel mondo lo trova lontano dal clamore della vita di società. Forse non riesce a lasciarsi alle spalle le inquietudine giovanili e la banalità del mondo continua ad infastidirlo, preferendo così allontanarsene definitivamente.
Di seguito alcune citazioni tratte dai romanzi di questo grande e misterioso scrittore.

Jerome David Salinger, biografia, stile e analisi del romanzo "Il giovane Holden"

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Non succede spesso, però.
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A New York, ragazzi, è il denaro che parla – senza scherzi.
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Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.
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Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. È una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio.
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Uno scrittore, quando gli viene chiesto di parlare della sua arte, dovrebbe alzarsi in piedi e gridare forte semplicemente i nomi degli autori che ama. Io amo Kafka, Flaubert, Tolstoj, Cechov, Dostoevskij, Proust, O’Casey, Rilke, Garcìa Lorca, Keats, Rimbaud, Burns, Brönte, Austen, Henry James, Blake, Coleridge. Non farò alcun nome di autori ancora in vita. Penso che non sia giusto.
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La gente non si accorge mai di nulla.
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Con Jane non stavi nemmeno a pensare se avevi la mano sudata o no. Sapevi solo di essere felice. E lo eri davvero.
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È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.
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Il desiderio che uno scrittore ha di anonimato-oscurità è la seconda dote più importante che gli sia stata affidata.
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È tutto. Odio vivere a New York e via discorrendo. I tassì, e gli autobus di Madison Avenue, con i conducenti e compagnia bella che ti urlano sempre di scendere dietro, e essere presentato a dei palloni gonfiati che chiamano angeli i Lunt, e andare su e giù con gli ascensori ogni volta che vuoi mettere il naso fuori di casa, e quegli scocciatori sempre lì, da Brooks, e la gente che non fa altro.
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Io non griderei mai «Buona fortuna!» a nessuno. È tremendo, se uno ci pensa.
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Non faccio che dire «piacere d’averla conosciuta» a gente che non ho affatto piacere d’aver conosciuta. Ma se volete sopravvivere, bisogna che diciate queste cose.
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NEW YORK - NOVEMBER 20, 1952: Author JD Salinger poses for a portrait as he reads from his classic American novel "The Catcher in the Rye" on November 20, 1952 in the Brooklyn borough of New York City. Salinger died on January 27, 2010. (Photo by Antony Di Gesu/San Diego Historical Society/Hulton Archive Collection/Getty Images)

A chi precipita non è permesso di accorgersi né di sentirsi quando tocca il fondo. Continua soltanto a precipitare giú. Questa bella combinazione è destinata agli uomini che, in un momento o nell’altro della loro vita, hanno cercato qualcosa che il loro ambiente non poteva dargli. O che loro pensavano che il loro ambiente non potesse dargli. Sicché hanno smesso di cercare. Hanno smesso prima ancora di avere veramente cominciato.
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[…] scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d’incitamento e di stimolante. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro… se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. È una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. È storia. È poesia.
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Ad ogni modo, sono quasi contento che abbiano inventato la bomba atomica. Se c’è un’altra guerra, vado a sedermici sopra, accidenti. E ci vado volontario, lo giuro su Dio.
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Io abito a New York, e pensavo al laghetto di Central Park, vicino a Central Park South. Chi sa se quando arrivavo a casa l’avrei trovato gelato, mi domandavo, e se era gelato, dove andavano le anitre? Chi sa dove andavano le anitre quando il laghetto era tutto gelato e col ghiaccio sopra. Chi sa se qualcuno andava a prenderle con un camion per portarle allo zoo o vattelappesca dove. O se volavano via.
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La cosa migliore di quel museo era però che tutto stava sempre allo stesso posto. Nessuno si muoveva […] Nessuno era diverso. L’unico a essere diverso eri Tu.
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Ho detto di no, che non ci sarebbero posti meravigliosi dove andare dopo che avrò fatto l’università e tutto quanto. Sturati le orecchie. Sarebbe tutta un’altra cosa. Dovremmo scendere in ascensore con le valige e tutto. Dovremmo telefonare alla gente e salutarla e mandare cartoline dagli alberghi e via discorrendo. E io avrei un impiego, farei un sacco di soldi, andrei in ufficio col tassì e con l’autobus della Madison Avenue e leggerei i giornali e giocherei a bridge tutto il tempo e andrei al cinema a vedere un sacco di cortometraggi e di prossimamente e di cinegiornali. I cinegiornali. Cristo onnipotente. C’è sempre qualche idiotissima corsa di cavalli, qualche gran dama che spacca una bottiglia su una nave e uno scimpanzé in pantaloni su una dannata bicicletta. Non sarebbe proprio la stessa cosa. Non capisci proprio quello che voglio dire.
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Ti succede mai di averne fin sopra i capelli? […] Voglio dire, ti succede mai d’aver paura che tutto vada a finire in modo schifo se non fai qualcosa? Voglio dire, ti piace la scuola e tutte quelle buffonate?
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Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto.
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Un sacco di gente, soprattutto questo psicanalista che c’è qui, continuano a chiedermi se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. È una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete. Credo di sì, ma come faccio a saperlo?
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Questo è il guaio con le ragazze. Ogni volta che fanno una cosa carina, anche se a guardarle non valgono niente o se sono un pò stupide, finisce che quasi te ne innamori, e allora non sai più dove diavolo ti trovi. Le ragazze. Cristo santo. hanno il potere di farti ammattire. Ce l’hanno proprio.
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Sensibile. Mi lasciò secco. Quel Morrow era sensibile suppergiú quanto un dannato cesso.
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C’era da supporre che avrebbero sposato tutte dei cretini. Quei tipi che ti raccontano sempre quanti chilometri fa la loro stramaledetta macchina con un litro. Quei tipi che si arrabbiano come ragazzini se li batti a golf, o perfino a un gioco stupido come il ping-pong. Quei tipi che non leggono mai un libro.
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Ciò che distingue l’uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l’uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa.
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La vita è una partita, figliolo. la vita è una partita che si gioca secondo le regole.
Si professore. lo so. Questo lo so.
Partita un accidente. Una partita. È una partita se stai dalla parte dove ci sono i grossi calibri, tante grazie – e chi lo nega. Ma se stai dall’altra parte, dove di grossi calibri non ce n’è nemmeno mezzo, allora che accidente di partita è? Niente. Non si gioca.
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Il guaio, con le ragazze, è che se gli piace un ragazzo può essere il più gran bastardo dell’universo, ma loro dicono che ha il complesso d’inferiorità e se non gli piace, può essere simpaticissimo e avere il più grande complesso d’inferiorità del mondo, loro dicono che è presuntuoso. Perfino le ragazze più in gamba fanno così.
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Certe cose dovrebbero restare come sono. Dovreste poterle mettere in una di quelle grandi bacheche di vetro e lasciarcele. So che è impossibile ma è un gran peccato lo stesso.
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Il sesso è una cosa che non capisco proprio. Giuro su Dio che non lo capisco.
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Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado in edicola a comprare il giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente gli dico che sto andando all’opera. È terribile.
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