L’astrattismo lirico di Vasilij Kandinskij _ Mostra a Milano.

«Lo spettatore è troppo abituato a cercare un senso, cioè un rapporto esteriore fra le parti del quadro. La nostra epoca, materialista nella vita e quindi nell’arte, ha prodotto uno spettatore e specialmente un amatore che non sa porsi semplicemente di fronte a un quadro e nel quadro cerca tutto il possibile (l’imitazione della natura, la natura interpretata dalla psicologia dell’artista, l’atmosfera immediata, l’anatomia, la prospettiva, l’atmosfera esteriore) ma non cerca la vita interiore, non lascia che il quadro agisca su di lui».
Al Mudec di Milano avrà luogo una mostra dedicata al grande pittore Vasilij Kandinskij che si terrà dal 15 marzo al 9 luglio del 2017.  L’omaggio a colui che viene ritenuto l’ideatore dell’astrattismo lirico reca il titolo emblematico di “Kandinskij, il cavaliere errante” per sottolineare il viaggio metaforico intrapreso dal pittore russo che, con la sua lunga ricerca pittorica, è riuscito a mostrare la potenza espressiva dei colori associati a forme astratte, facendo così riscoprire, in un’epoca dominata dal materialismo, una dimensione spirituale dimenticata. La sua pittura è dunque sorta da una necessità espressiva di impronta prettamente spiritualistica che lo induce ad un’ incessante ricerca di schematizzazione di colori, linee e forme come manifestazione esterna di contenuti interiori. L’avventura conoscitiva di questo “cavaliere errante” viene rappresentata attraverso le sue più significative opere che abbracciano il lungo percorso artistico volto a condurlo alla scoperta del suo paesaggio interiore e la cui massima espressione troverà sfogo nell’innovativo linguaggio astratto. Per acquistare il biglietto, o avere ulteriori informazioni sulla mostra, basta visitare il sito ufficiale del Mudec, in cui si legge che, oltre alla visione dei suoi più significativi dipinti, sarà offerta la possibilità di immergersi nelle sue opere grazie anche all’ausilio di alcuni strumenti multimediali. Si cercherà così di far avverare quel sogno accarezzato da Kandinskij e che aveva espresso con le seguenti parole: «per anni ho cercato di ottenere che gli spettatori passeggiassero nei miei quadri: volevo costringerli a dimenticarsi, a sparire addirittura lì dentro». Muoversi in un dipinto, abitarvi dentro.

“Improvvisazione 33” (Oriente), 1913. Stedelijk Museum, Amsterdam.

Il pittore esprime le sue emozioni, non racconta ciò che ha visto ma quello che ha provato, liberandosi dalla necessità di riprodurre la realtà oggettiva, guardando il mondo con occhi diversi. La stessa tavolozza è vista da Kandinskij come un’opera d’arte, una suggestione che prende forma sulla tela e dà vita ad un’alchimia tra colori che il pittore paragona ad un incontro altisonante tra universi differenti. Il colore diventa una vera e propria creatura vivente, traducendosi in un’esperienza spirituale che si rivolge all’emotività di ognuno di noi. Conoscere il significato dei suoi dipinti non è impresa facile, Kandinskij è insondabile, misterioso. Le relazioni formali e cromatiche, talmente libere al punto da apparire casuali, rendono difficile la lettura di un suo quadro e, sebbene esista una “grammatica” delle linee e dei colori e leggi dettagliate sulla percezione degli stessi, quando ci troviamo dinnanzi ad un suo quadro le conoscenze formali si volatilizzano e veniamo travolti da piogge di colori che ricordano brani musicali e sembrano danzare all’unisono con le nostre emozioni.

“Giallo, rosso, blu”, 1925.
Centre Pompidou, Parigi.

Possiamo affermare con certezza che in quelle composizioni di nuvole, cerchi, quadrati, castelli, piccoli animali e cavalieri si è realizzato il sogno di un pittore che è riuscito a creare vere opere d’arte in grado di comunicare con il mondo segreto di ognuno di noi. Un sogno nato durante la permanenza a Vologda, a nord-est di Mosca, in cui Kandinskij si perde nel mondo incantato dell’arte popolare russa e la visione delle “grandi case di legno ricoperte di incisioni” viene condivisa grazie alla sua passione per l’arte, che lo induce persino ad abbandonare la carriera di professore universitario.

“La montagna blu” (1908-1909), Solomon Guggenheim Museum, New York.

Pittore affascinante e complesso, Vasilij Kandinskij ritiene che solo quando un’opera “deriva da una necessità psichica interiore“, esprimendo così l’individualità di chi la crea, può veramente considerarsi “bella“. Ma un’opera d’arte non si deve solamente limitare a questo. “Figlia del suo tempo“, s’introduce nello scorrere inarrestabile della storia e deve altresì manifestare quei valori universali che eludono la fugacità del tempo. Ogni opera, oltre a contenere quegli elementi di individualità, storicità e universalità, deve distinguersi per la profonda armonia di forme e colori. Una meravigliosa fusione che Kandinskij realizza attraverso un nuovo linguaggio artistico, apparentemente disordinato, in cui invece accosta sapientemente forme e colori seguendo un ritmo musicale. Non poche saranno le sue opere il cui titolo rimanda a brani musicali; l’artista ritiene infatti che l’armonizzazione di forme e colori suscitino nel nostro animo la medesima emozione percepita durante l’ascolto di un brano musicale. Kandinskij sostiene che la pittura ha una stretta relazione con le altre arti, e non solo con la musica. Anche la poesia, la danza, il teatro ed altre arti sono estremamente legate alla pittura.

“Il cavaliere azzurro” (1903). Collezione privata.

Nato a Mosca il 4 dicembre del 1886 da una famiglia di ricchi commercianti di tè, già da bambino assimila le prime impressioni ricevute dai colori: il bianco di un ramo scortecciato in Russia e il nero delle gondole viste in Italia durante un viaggio con la famiglia s’imprimono in modo indelebile nella sua memoria.
Dopo la separazione dei suoi genitori, nel 1871, il piccolo Vasilij si trasferisce a casa di una zia, ad Odessa. Sarà la donna, Elizabeth Ticheeva, a prendersi cura dell’educazione del nipote, avviandolo a lezioni di pianoforte e violoncello e a seguire con un maestro lezioni di pittura.

“La vita colorata”, 1907, tempera su tela. Monaco, Städtische Galerie im Lenbachhaus.

Compiuti gli studi liceali e acquisita una buona padronanza del tedesco, Kandisnkij ritorna a Mosca per intraprendere gli studi di diritto. Nel corso di un viaggio a Vologva, per studi sul diritto contadino, si appassiona alle arti decorative del luogo. Specializzatosi in economia politica e ottenuta la laurea, sposa la cugina Anja Čimiakin, incontrata all’Università di Mosca a cui lo lega una significativa intesa intellettuale e spirituale. Visita più volte Parigi e nel 1893 riceve l’incarico di diritto presso l’università moscovita. La scoperta di Monet, durante la mostra degli impressionisti francesi a Mosca, lo induce a prendere la decisione di dedicarsi interamente alla pittura e, seppur in tarda età, s’iscrive all’Akademie der Bildenden Künste di Monaco, dopo aver rifiutato una cattedra di libero docente all’Università di Dorpat (Estonia). Stabilitosi nel quartiere di Schwabing, popolato per lo più da intellettuali, rivoluzionari e artisti, conosce Paul Klee  e si avvicina alla cultura secessionista dello Jugendstil.

“Scena russa” (1903-1904), Centre Georges Pompidou, Parigi.

Prima del 1910 i suoi dipinti raffigurano paesaggi di piccolo formato di chiaro influsso impressionista e di gusto ancora simbolista, ispirati alle leggende germaniche e al mondo incantato della vecchia Russia presentata come una fiaba medievale in cui si muovono cavalieri, dame e paesi in lontananza. Le sue pennellate rimandano all’ultima fase dell’impressionismo, quella del puntinismo di Seurat e Signac, per intenderci, un periodo che vede Kandinskij disporre sulla tela punti di colore come tessere di mosaico. Nasce durante il periodo del suo esordio l’accostamento di colori vivaci con scene immerse in un’atmosfera magica. Il colore diventa il protagonista dei suoi dipinti i cui contorni delle figure ritratte vengono evocati per mezzo delle pennellate.

“Paesaggio con torre”, 1908. Musée National d’Art Moderne, Centre Georges Pompidou, Parigi.

Numerosi i viaggi in Europa compiuti in questo periodo ed un breve soggiorno a Tunisi. Tra il 1906 e il 1907 s’immerge ancora una volta nell’atmosfera parigina nel momento in cui esplode il movimento espressionista fauve e Picasso muove i primi passi verso la rivoluzione cubista.  Il gruppo Phalanx, fondato nel 1901 insieme ad alcuni studenti e alla sua futura compagna di vita Gabriele Münter, che si propone di divulgare le avanguardie francesi a Monaco e dove il nostro artista tiene lezioni di pittura, si scioglierà pochi anni dopo. Nel 1908, dopo altri soggiorni all’estero, esposizioni dei suoi dipinti di esordio e la pubblicazione di due album di xilografie, acquista una casa a Murnau, sulle Alpi Bavaresi. Denominata “Russenhaus” (“La casa dei russi“) diverrà ben presto un punto di riferimento per intellettuali, artisti e musicisti provenienti da tutto il mondo.

“Improvvisazione 3” (1909). Centre Georges Pompidou, Parigi.

Nello stesso anno fonda insieme a Gabriele Münter, Alexei Jawlenskij e Marianne von Werefkin la “Nuova associazione degli artisti di Monaco” e continua, ancora per poco, a realizzare quadri in cui trasfigura in senso visionario il tema naturalistico del paesaggio. L’influenza fauve ed espressionista è ancora viva in un Kandinskij la cui ricerca incessante di una pittura in grado di soddisfare le sue aspirazioni filosofiche e spirituali di astrazione dal reale trova un’attenta riflessione nel saggio “Lo spirituale nell’arte” (1911). Il libro avrà una determinante influenza nel dibattito culturale e nella produzione artistica del Novecento. Nello stesso anno in cui il suddetto saggio viene pubblicato e si apre il dibattito sulla sintetizzazione di colori, linee e forme, l’artista comincia a sostituire ai colori e alla prospettiva piana del fauvismo linee sfuocate e colori antinaturalistici. Scompare il volume e si apre la strada ad una sperimentazione che darà il via all’astrazione dal reale.

“Senza titolo” (1910), primo acquarello astratto di Kandinskij. Parigi, Musée National d’Art Moderne.

Se quasi tutti i movimenti artistici mantengono una relazione con il mondo reale, anche quando stravolgono, modificano o esasperano le forme, ciò non accade con l’astrattismo di Kandinskij: le immagini, non più riconoscibili, si tramutano in una mera composizione di linee e colori e il quadro diventa paragonabile ad una sinfonia musicale. Colori e linee assumono un risvolto psicologico e, se la linea orizzontale diviene il simbolo della freddezza, ad essa viene contrapposta quella verticale per rimandare al senso del calore. La linea spezzata indica nervosismo e inquietudine, quella curva è indice di calma e serenità. Il cerchio, collegato al colore azzurro, simboleggia la spiritualità e la quiete, mentre al dinamico triangolo, preferibilmente giallo, si contrappone la stabilità del quadrato, spesso esaltato da tinte rosse.
Il primo acquarello astratto viene eseguito da Kandinskij nel 1910. In un fluire indefinito e privo di riferimenti reali, si stagliano liberi accostamenti di linee, colori e forme che galleggiano senza peso rimandando così ad uno spazio prettamente psicologico, ad una sensazione interiore.

“Impressione V” (Parco), 1911.
Parigi, Musée National d’Art Moderne.

Gioco di colori percorsi da linee scure, a zig zag, ad angolo acuto o a spirale, vengono introdotti da un artista che interiorizza e interpreta nel senso più astratto la lezione di Wihlem Worringer che con il suo saggio “Astrazione ed empatia” (1908) contrappone ad un approccio totalmente irrazionale della realtà, un’empatia in grado di aderire attivamente al mondo, scandagliare l’universo interiore e percorrere la strada, non facile, di evadere dalla realtà e di rifiutare l’abbrutimento della società contemporanea.
Così scrive Kandinskij: «Quanto più è orrendo questo mondo, proprio come avviene oggi, tanto più è astratta l’arte».
Osserviamo in uno dei suoi dipinti più significativi il percorso intrapreso dall’artista. Nell’opera “Impressione V (Parco)“, composta tra il 1910 e il 1911, si coglie il nuovo stile non figurativo dell’autore, non più basato sulla riproduzione delle forme reali. Si sfocano le linee, si dissolvono le forme e i colori diventano sempre più incandescenti. Cresce la sua convinzione della pittura intesa come “una via per l’animo” che ha l’obbligo di dare un volto esteriore alle espressioni interiori.

Dipinto a Murnau, il quadro dà vita ad una sorta di emotivo paesaggio interiore che simboleggia, attraverso le figure della montagna e del triangolo, un’ascesa verso il trascendente. Figure che, rispetto all’opera “Studio dal vero a Murnau I” (1909), diventano più difficili da identificare perché trasformati in meri tratti grafici e macchie di colori. Dal primo acquarello si nota che due sono i colori predominanti nei quadri di Kandinskij: il rosso e l’azzurro. Il critico d’arte Giulio Carlo Argan così commenta tale scelta: «Il rosso è un colore caldo e tende a espandersi; l’azzurro è freddo e tende a contrarsi. Kandinskij non applica la legge dei contrasti simultanei, ma la verifica; si serve di due colori come di due forze controllabili che possono essere sommate o sottratte e, secondo i casi, cioè secondo gli impulsi che riceve, si avvale di entrambi affinché si limitino o si esaltino a vicenda».

“Studio dal vero a Murnau I” (1909). Städtische Galerie im Lenbachhaus, Monaco.

Durante un soggiorno a Berlino, dal 1907 al 1908, Kandinskij decide di identificare le proprie opere con una sigla e una numerazione progressiva, con l’intento di imitare la denominazione delle composizioni musicali. Il dialogo tra discipline affini, come la pittura e la musica, si formalizza compiutamente. Per il nostro pittore «in generale il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle molte corde. L’artista è una mano che toccando questo o quel tasto mette in vibrazione l’anima».

“Improvvisazione 19, suono blu”. Monaco, Städtische Galerie im Lenbachhaus.

Con Kandinskij, deciso ad ampliare la propria esperienza di pittore oltre i limiti imposti dalla propria arte, la pittura si tramuta in una sinfonia di colori: «Già molto presto mi resi conto dell’inaudita forza d’espressione del colore. Invidiavo i musicisti, i quali possono fare arte senza bisogno di raccontare qualcosa di realistico. Il colore mi pareva però altrettanto realistico del suono». La sua idea di un universo in cui convivono armonicamente suoni e colori lo porta a stabilire una connessione tra il timbro di alcuni strumenti musicali e i colori e le sensazioni che ne derivano.

Dall’amicizia con il pittore tedesco Franz Marc sorge il gruppo “Il cavaliere azzurro” che raccoglie annotazioni, scritti, riproduzioni di artisti contemporanei, arte orientale, antica e popolare. Il cavaliere azzurro assurge a simbolo della spiritualità, e la guida della corsa di un cavallo rappresenta l’energia psichica e irrazionale delle passioni. Probabilmente la scelta del nome deriva dalla passione per i cavalli nutrita da entrambi i pittori e dall’amore di Kandinsky per i cavalieri della fiabe russe e per il colore blu. I due amici creano quadri non ornamentali, da considerare strumenti per risvegliare la spiritualità in chi osserva. La fama di Kandinskij oltrepassa l’Europa.

“Composizione VII”, 1913. Galleria Tret’jakov di Mosca.

Con lo scoppio del primo conflitto mondiale le mostre promosse dalla redazione del progetto dell’almanacco di tale movimento vengono bruscamente interrotte: Marc muore durante la guerra e Vasilij, in quanto cittadino russo, è costretto a far ritorno in Russia. Dopo la separazione dalla prima moglie, nel 1914 mette fine anche alla convivenza con Gabrielle Münter, che resterà fino alla morte a Murnau nella casa acquistata insieme al compagno, conservando un’enorme raccolta di quadri di Kandinskij, poi donati successivamente alla città di Monaco di Baviera.

“Piccole gioie”, 1913. Guggenheim Museum di New York.

Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, l’artista ritorna per un breve periodo di tempo alla figurazione e viene coinvolto nelle nuove istituzioni culturali, dove gli vengono assegnati ruoli di prestigio. In questi anni conosce e s’innamora di Nina Andreevskij, figlia di un generale, a cui dedica un acquarello dal titolo “Semplice” (1916). I due si sposeranno l’undici febbraio del 1917 e celebreranno il viaggio di nozze in Finlandia. Dall’unione nascerà un figlio che morirà nel 1920.
Nominato membro del Dipartimento di arti visive del Commissariato del popolo e del comitato di redazione dell’Enciclopedia delle Belle Arti, si occupa anche dell’organizzazione dei musei moscoviti e non smette di pubblicare articoli teorici in Germania. Espone a Mosca e a New York e partecipa alla fondazione dell’Istituto di cultura artistica rivoluzionaria. A causa dei numerosi impegni dipinge molto poco, senza mai mettere in discussione la sua scelta definitiva a favore dell’astrattismo. Incontra l’opposizione dell’avanguardia russa più estremista che osteggia la ricerca spiritualista della sua opera e decide di far ritorno in Germania.
In Germania insegnerà dal 1922 al 1933 nelle più prestigiose scuole tedesche tra cui quella del Bauhaus a Weimar.  Grazie al direttore della scuola del BauhausHannes Meyer, anche Paul Klee, la cui amicizia con Kandinskij si consolida durante quegli anni, ottiene la possibilità di tenere delle lezioni di pittura.
L’utopia del socialismo sovietico, insieme all’esperienza artistica maturata al Bauhaus, dove insegna Decorazione murale e realizza insieme ai suoi studenti la grandiosa pittura per l’atrio della Juryfreie di Berlino, conducono il nostro ad un rinnovamento del suo stile pittorico che tenderà a geometrizzare le sue opere.

“Nero e viola”, 1923.

Nel 1926 pubblica un altro importante saggio che aiuta a comprendere la sua evoluzione artistica, ” Punto e linea sul piano“, sintesi di un altro percorso intrapreso dall’artista già durante gli anni trascorsi in Russia e che subisce un’accelerazione proprio in Germania. Grazie al rapporto instaurato con il Costruttivismo, Vasilij approfondisce gli studi inerenti all’organizzazione spazio-espressiva che troveranno la massima espressione nell’introduzione di figure geometriche e nel vincolo dei colori alle regole razionali.

“Croce bianca”, 1922. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim.

Distante dal tecnicismo e dalla propaganda costruttivista, Kandinskij, anche se suggestionato dal pioniere dell’astrattismo geometrico Malevič, fonda la sua ricerca su uno spiritualismo differente da quello contemplato dal pittore ucraino. Pur dando una base scientifica e razionale alle relazioni tra forma, spazio e colore, non ricerca una “realtà suprema” e non abbandona le implicazioni spiritualistiche e simboliche della sua opera.

L’evoluzione verso forme geometriche che apparentemente limita la libertà formale e cromatica, legata inizialmente al numero e, successivamente, al cerchio, e che alle semplici macchie colorate associa forme geometriche, dona agli occhi degli osservatori un gioco di colori in grado di infondere più vitalità e movimento alle sue straordinarie creazioni.  La percezione che ne deriva dalle visioni dei suoi quadri è ancora più potente: inserito in cerchi, il blu trasmette ancor più serenità e il giallo, dentro i triangoli, diventa maggiormente energico e dinamico.

“Composizione VIII”, 1923. New York, Guggenheim Museum.

Grammatica e poesia si fondono in un’opera preceduta da numerosi studi e ritenuta una delle più significative dell’evoluzione astratta di Kandinskij. Mi riferisco a “Composizione VIII” (1923), in cui inizialmente si coglie una differenza di atmosfera, in particolar modo in quelle fredde e misurate forme geometriche che appaiono distanti dalla drammaticità dei suoi antecedenti dipinti e non lasciano trasparire sussulti emotivi. Numerosi gli studi compiuti su questa composizione che trasmette in modo alternato calma e movimento, pace e aggressività. Ad uno sfondo bianco di “silenzio primordiale” che via via sfuma in tonalità chiare tendenti all’azzurro, interagiscono diverse figure geometriche, linee e strutture reticolari che sembrano dar vita ad una danza che assume l’aspetto di uno sciame cosmico luminoso con andamento diagonale. Un mondo in cui probabilmente l’artista sente il bisogno di rifugiarsi. Una fuga dal quotidiano, un’astrazione dalla realtà che guarda questa terra sotto una luce meno reale e spaventosa. Un pennello entra in un semicerchio. La visione e il tuffo nei colori. Questo il riparo di Kandinskij e di quei pochi che forse in una società frenetica e violenta non hanno più il tempo di creare, ma possono almeno trarre conforto dalla bellezza di un’opera. Non pochi gli studiosi che hanno ravvisato nella croce presente in tale composizione quell’axis mundi che ci spinge verso il cielo e dove è possibile incontrarsi con il numinoso, riscontrabile anche nella variante dinamica del cerchio: l’ovale.

“Accento in rosa”, 1926. Parigi, Musée National d’Art Moderne.

Il carattere simbolico del cerchio, che racchiude la mobilità e l’energia positiva in antitesi alla negatività ed alla staticità del quadrato, irrompe nelle sue nuove tele astraendo un’utopia in cui il linguaggio assume nuove forme che così spiega l’autore per aiutarci ad entrare in contatto con la sua opera: «Il cerchio è un legame cosmico, ma io lo adoro come forma, è la forma più modesta, ma si afferma con prepotenza, è precisa ma variabile, è stabile e instabile allo stesso tempo, è silenziosa e sonora al tempo stesso, è una tensione che porta in sé infinite tensioni. […] Oggi amo il cerchio come prima amavo il cavallo, e forse più, perché nel cerchio trovo maggiori possibilità interiori

“Alcuni cerchi”, 1926. New York, Guggenheim Museum.

Il cerchio diventa il protagonista delle sue opere di questo periodo. Nello straordinario dipinto “Alcuni cerchi” (1926), uno dei più emozionanti, secondo il mio punto di vista, si vedono fluttuare liberamente su una tela di formato quadrato una serie di cerchi multicolori su uno sfondo scuro e “notturno”che potrebbe simboleggiare, come scrive lo stesso Kandinskij, quell’ “eterno silenzio che risuona dentro di noi“, ma anche le oscurità riposte in noi ondeggianti dentro l’enigmatico universo. Questo dipinto, in cui l’artista trasfigura gli elementi geometrici e grafici, sembra voler liberare lievi bagliori di cerchi di differenti tonalità. Le nostre anime, le nostre forze interiori, sovente misteriose a noi stessi e quel divino insito nei nostri cuori si stagliano sul silenzio di un universo non in grado di fornire risposte. Grazie all’astrattismo si entra in contatto con una visione assolutamente personale, non sottoposta a convenzioni comuni, ed esplode l’individualità del nostro animo. Il trionfo dell’individuo incontra nell’arte di Kandinskij il suo compimento.

“La linea bianca”, 1936. Parigi, Centre Georges Pompidou.

Sono anni duri quelli in cui si muove l’esistenza di Kandinskij, anni in cui, con l’avvento del nazismo, alcune sue opere vengono confiscate, esposte e vendute a basso costo nella speciale mostra di “arte degenerata” istituita da Adolf Hitler. Viene soppresso il Bauhaus costringendo l’artista a trasferirsi a Parigi nel 1933. Nella capitale dell’arte ha già fatto il suo ingresso la corrente surrealista ed il pittore stringe contatti con alcuni di loro, tra cui Hans Jean Arp e Joan Mirò. In questi anni amebe, embrioni, vite in formazione, animali fantastici, uccellini e sagome di piccoli cavalli popolano le sue opere forse perché suggestionato dai surrealisti o per il suo interesse nei confronti dell’embriologia e della zoologia, che risveglia la sua meditazione sul mistero della nascita. E proprio dal non colore, ovvero il bianco, che «agisce sulla nostra psiche come un grande silenzio», riprende la sua riflessione su quel simbolo di «un mondo in cui tutti i colori […] sono scomparsi. […] Il suono del bianco è come un silenzio di cui all’improvviso si riesce a capire il significato. È un nulla giovane o, più esattamente, un nulla interiore al principio, alla nascita. Così risuonava la terra nei bianchi periodi dell’era glaciale.» E ancora sul silenzio così aveva scritto in un suo articolo del 1929: «[…] L’uomo di oggi è rintronato, può udire solo i rumori molto forti. […] Ma i rumori forti sono solo una parte del tutto; chissà che anche i suoni sommessi (e il silenzio) non siano una parte del tutto ancora più importante?».

“Blu cielo”, 1940. Parigi, Centre Georges Pompidou.

Quando i nazisti occupano Parigi, nel 1940, Kandinskij realizza uno dei quadri che rappresentano la sintesi più elevata della sua produzione francese: “Blu di cielo“. Stanco di fuggire da persecuzioni e guerre, non lascia la Francia, preferendo affrontare la tragicità del momento e ponendo su sfondi colorati delle forme simili a microrganismi biologici o a cellule osservate al microscopio. Kandinskij non smarrirà mai il suo entusiasmo per l’enigma della vita che nella pittura biomorfica dell’ultimo periodo, esprime ancora una volta la sua insaziabile ricerca interiore, un nuovo percorso per comprendere l’essenza delle cose. La morte lo coglierà a Neuilly-sur-Seine,il 13 dicembre del 1944.
Di seguito altre immagini delle opere di questo immenso artista, accompagnate da alcuni suoi pensieri.

Autunno in Baviera (1908).

Tutte le arti provengono da una medesima e unica radice. Di conseguenza tutte le arti sono identiche. La differenza si manifesta attraverso i mezzi di ogni singola arte, ossia attraverso i mezzi dell’espressione.

“Improvvisazione n. 30 (Cannoni)”, 1913.

L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro.

“Improvvisazione n. 26”, 1912. Städtische Galerie im Lenbachhaus. Monaco.

Mi sembrava che l’anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l’inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita. Sentivo a volte il chiacchiericcio sommesso dei colori che si mescolavano; era un’esperienza simile a quella che si sarebbe potuta fare nella misteriosa cucina di un alchimista.

“Nel grigio”, 1919. Centre Georges Pompidou.

L’occhio aperto e l’orecchio vigile trasformeranno le più piccole scosse in grandi esperienze.

“Dipinto con arco nero”, 1912. Centre Georges Pompidou, Parigi.

Posso giudicarmi severamente su molti punti. Ma c’è una cosa cui sono sempre rimasto fedele: la voce interiore che ha determinato i miei fini nell’arte e che spero di seguire sino all’ultimo respiro.

“Sogno in rosso”, 1925.

Il cerchio che utilizzo così tanto nell’ultimo periodo a volte può essere definito nient’altro che romantico. Il romanticismo futuro è davvero profondo, bello, significativo e rende felici, è un pezzo di ghiaccio in cui brucia una fiamma.

“Composizione X”, 1939.

Tutto mi mostra il suo volto, il suo essere profondo, la sua anima segreta che tace più spesso che non parli. Fu così che ogni punto, ogni linea immota o animata diventavano vive per me e mi offrivano la loro anima.

“Linea trasversale”, 1923.

Il punto geometrico è un ente invisibile. Esso deve essere definito anche un ente immateriale. Dal punto di vista materiale il punto equivale allo zero. In questo zero sono però nascoste varie proprietà umane. Ai nostri occhi questo punto zero – il punto geometrico – è associato alla massima concisione, al massimo riserbo, che però parla. Così il punto geometrico diviene l’unione suprema di silenzio e parole.

“Improvvisazione 28 ( seconda versione )”, 1912. Guggenheim Museum, New York.

L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro.

“Curva dominante”, 1936. Guggenheim Museum, New York.

Come un nulla senza possibilità, un nulla morto dopo la morte del sole, come un silenzio eterno senza avvenire, risuona interiormente il nero.

“Cerchi in un cerchio”, 1923. Philadelphia Museum of Art.

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