L’angoscia esistenziale dell’uomo moderno _ Søren Aabye Kierkegaard

«Nessuno al mondo è in grado di dirti perché esisti, ma visto che sei qui, lavora per dare un senso alla tua esistenza».
kirke 1Considerato il precursore assoluto dell’esistenzialismoSøren Kierkegaard, pensatore d’indole solitaria e malinconica, dedica la propria esistenza interamente alla riflessione filosofica e alla letteratura.
Tormentato da frequenti crisi spirituali, prende in modo chiaro le distanze dalla Chiesa, da lui ritenuta disinteressata ad una conoscenza profonda del cristianesimo, volgendo la propria attenzione a cogliere nella sua tragica realtà la possibile-impossibile relazione fra l’uomo e Dio. I cosiddetti “professori” del cristianesimo, abili solamente ad indottrinare la gente senza attuare un’indispensabile “comunicazione di esistenza” gli sono insopportabili, così come non tollera i filosofi e si affretta a sottolineare di non appartenere né all’una e né all’altra categoria. Secondo Kierkegaard i filosofi si servono del «mappamondo per studiare il Cristianesimo, mentre si tratta di avere carte geografiche speciali». Non tengono inoltre in considerazione l’idea che mai si potranno conciliare filosofia e cristianesimo, mentre i pastori luterani o altri predicatori religiosi, definiti dal noto pensatore i “becchini del Cristianesimo“, si limitano solo a meri e noiosi esercizi di retorica senza preoccuparsi minimamente di assurgere a modello con quello stile di vita spirituale che vorrebbero trasmettere. A tal proposito scrive: «La differenza tra un pastore e un attore è proprio il momento esistenziale, che il pastore sia povero quando predica sulla povertà, che sia schernito quando predica di sopportare gli scherni, ecc; mentre l’attore ha precisamente il compito d’ ingannare eliminando il momento esistenziale, il pastore ha precisamente il compito di predicare con la sua vita. In un modo un po’ paradossale si potrebbe dire: predicare è qualcosa che assomiglia a tenere la bocca chiusa, ma esistenzialmente è esprimere coi fatti, è esprimere con la propria vita ciò per cui di solito si usano le parole. Non c’è in fondo bisogno dell’organo rombante, degli ampi gesti, ecc.: anche un muto può predicare, anche un mutilato senza braccia».

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A causa dell’assenza di testimoni attendibili il cristianesimo è stato talmente plasmato e adattato ai gusti dei cosiddetti fedeli al punto da diventare irriconoscibile. Dinnanzi alla remota ipotesi di un ritorno di Gesù sulla terra, il filosofo non nutre dubbio alcuno: il destino del nazareno sarà quello di essere nuovamente crocifisso e le sue idee verranno considerate blasfeme e sovversive.
Il cristianesimo contempla l’eternità, ma il cristiano tiene in considerazione solo il presente. Il cristianesimo è rivoluzionario, invoca l’azione, ma l’uomo ha preferito crogiolarsi nella prudenza per paura delle conseguenze. Così commenta Kierkegaard la trasformazione del messaggio cristiano: «La maggior parte degli uomini non arriva neppure a sfiorare il Cristianesimo. Essi si rapportano ad esso, si comportano quasi a questo modo: lasciano a Cristo pensare per la loro felicità eterna e impiegano ora tutte le loro forze per correre dietro ai godimenti di questa vita. Così rimandano il divenir cristiani all’eternità».

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Nato a Copenaghen il cinque maggio del 1813, Søren Kierkegaard è vittima di un’educazione religiosa molto rigida in cui il senso del peccato gioca un ruolo fondamentale. L’ossessione del padre, un agiato commerciante che si ritiene vittima di una punizione divina per aver in passato maledetto Dio, influenza notevolmente la personalità del futuro filosofo e non pochi sono gli studiosi che attribuiscono certi comportamenti anomali di Kierkegaard al timore, inculcatogli dal padre, di una vendetta divina pronta a ricadere anche su di lui e il fratello, figli di un peccatore. La perdita di cinque figli potrebbe, secondo il padre di Søren, ricadere sui due figli riusciti a sopravvivere, destinati a sostenere anch’essi il fardello di tale “maledizione” che avrebbe interferito sulle loro esistenze. Quel terrore religioso sarà probabilmente una delle cause che indurranno il filosofo alla clamorosa rinuncia di convolare a nozze con l’unico grande amore della sua vita, Regine Olsen.

Regine Olsen, il grande amore di Kierkegaard

Regine Olsen, il grande amore di Kierkegaard

Cresciuto in un ambiente familiare opprimente e cupo, Kierkegaard matura una personalità introspettiva e attanagliata da continui e angoscianti sensi di colpa.
La sua breve vita trascorre senza colpi di scena significativi.
Dopo aver concluso gli studi liceali viene ammesso alla facoltà di Teologia a Copenaghen, ma s’impegna molto poco preferendo condurre una vita dissipata. Solamente dopo la morte del fratello e del padre deciderà di operare un cambiamento decisivo alla propria vita. Riprende a studiare coltivando il sogno di diventare un pastore luterano e di sposarsi. Si fidanza nel 1840 con Regine Olsen, ma l’anno dopo, in seguito ad una crisi religiosa, allontanerà da sé la giovane donna amata, non senza rimpianti che lo perseguiteranno per tutta la vita. Nel 1841 pubblica la sua tesi di laurea, “Il concetto di ironia“, in cui contrappone l’ironia all’ipocrisia. Entrambi accomunati dall’atteggiamento di dire l’opposto di ciò che si pensa, possono indurre a pensare che siano due atteggiamenti simili. In realtà si distinguono dal punto di vista morale. L’ipocrita si affanna in tutti i modi possibili di apparire diverso da quello che è realmente cercando di trasmettere un’immagine positiva di sé. L‘ironico vuole anch’esso sembrare differente da come è realmente, ma corre il rischio di essere visto come cattivo, pur essendo buono; nasconde infatti la serietà nello scherzo e lo scherzo nella serietà, collocandosi dunque in una dimensione metafisica e lasciando agli altri, attraverso la risata, la comprensione di quello che realmente pensa.
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 causa della sua veemente avversione verso il moderno cristianesimo, Kirkegaard rinuncerà al ministero ecclesiastico e si trasferirà a Berlino per due anni con lo scopo di seguire le lezioni di Schelling.

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Non ha bisogno di lavorare per mantenersi grazie alla cospicua eredità paterna che gli consente di vivere di rendita.
Dopo aver definito Hegeluno sgraziato professorino“, anche Schelling non tarderà a deludere il filosofo che così scriverà al fratello: «Schelling ciancia in modo assolutamente insopportabile».
Rientra a Copenaghen e da quel momento in poi la sua vita viene completamente assorbita da un’intensa attività letteraria volta a suscitare riflessioni sull’esistenza umana. Tra le sue opere principali bisogna menzionare “Aut−Aut” (1843), “Timore e tremore” (1843), “Un frammento di vita” (1843), “Il concetto dell’angoscia” (1844), “Briciole di filosofia” (1844), “Stadi sul cammino della vita” (1845), “Atti dell’amore“(1847), “La malattia mortale” (1849) e “L’esercizio del Cristianesimo” (1850).

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Negli ultimi anni della sua vita critica con veemenza l’ortodossia protestante danese accusandola di aver tradito gli insegnamenti di Gesù. Lancia queste accuse sul periodico di breve vita “Il momento“, da lui fondato e diretto. Ne nascerà una lunga e sfiancante polemica con la Chiesa luterana che debiliterà ulteriormente il fisico di Kirkegaard, già probabilmente afflitto da una paralisi spinale progressiva. Si spegnerà a Copenaghen l’undici novembre del 1855, a soli quarantadue anni, rifiutando di ricevere l’estrema unzione da un pastore luterano. Dopo la morte saranno pubblicate altre sue opere tra cui il “Diario” che il filosofo aveva iniziato a scrivere a ventun’anni. Proprio questa raccolta di pensieri sarà il testo che più di ogni altro chiarirà lo stretto legame tra la sua biografia ed il suo pensiero filosofico.

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La filosofia di Kierkegaard s’ispira a Gesù e a Socrate e rivolge la sua attenzione al singolo individuo. Ogni uomo ha la possibilità di riuscire ad individuare, e poi scegliere, tra tre stili di vita. Nessuno può garantire quale sia la scelta giusta e ciò reca in sé un sentimento di perenne angoscia. La stessa vita di Kirkegaard attraversa queste tre fasi, denominati dal filosofo “stadi esistenziali“.

Nello stadio estetico, l’uomo vive in modo istintivo, preoccupandosi solo della ricerca del piacere. Per far meglio comprendere tale fase della vita Kirkegaard prende come esempio il Don Giovanni di Mozart.

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Don Giovanni è un seduttore che si diletta nel conquistare le donne senza instaurare alcun legame duraturo con una di esse.
kirke 10Indifferente nei confronti dei valori morali, la sua vita si limita alla ricerca del piacere che gli proviene dalle donne. Non gli interessa scegliere perché è incapace di amare e ha limitato la sua vita alla ricerca del piacere. Il suo interesse principale è quello di cogliere l’attimo fuggente e di non lasciarsi sfuggire nessuna occasione.
Con il passare del tempo però si accorge che la giovinezza svanisce in fretta, il fisico invecchia e le occasioni cominciano a diminuire.
La ricerca del piacere, quella ricerca continua e fine a se stessa non riuscirà mai a soddisfarlo del tutto. Non opera alcuna scelta e dedica la sua vita unicamente al piacere precipitando in breve tempo nella noia e nella demotivazione. Quando l’esteta si sofferma a riflettere sulla sua vita e cessa di ricercare il piacere sprofonda nella più tetra disperazione perché diventa consapevole dell’insensatezza di basare la propria vita solo su qualcosa che vorrebbe fermare ma che invece inesorabilmente fugge via. L’uomo che ha fatto affidamento su qualcosa di effimero si accorge del nulla della propria esistenza e comprende che deve leggere dentro di sé. La consapevolezza di non essere stato in grado di edificare una propria identità e di non aver cercato di rendere unica la sua esistenza gli procura un terribile senso di vuoto. A questo punto, sopraffatto dalla disperazione, potrebbe indirizzare la sua vita a ciò che Kirkegaard chiama “stadio etico.”

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Lo stadio etico si raggiunge quando l’uomo, sopraffatto dalla disperazione, decide di rivolgere la propria attenzione verso se stesso. Proprio in questa volontà di scelta risiede la sua libertà e la capacità di comprendere, nella ricerca della propria interiorità, la differenza tra il bene e il male.
L’uomo etico vuole scaraventare fuori dalla propria vita l’esteriorità, incamminandosi così verso la liberazione dal peccato. Questa fase della vita rimanda al periodo in cui Kirkegaard si fidanza con l’intenzione di formare una famiglia.
Il rappresentante dell’uomo etico è Guglielmo, fedele al suo lavoro e dedito alla famiglia.

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Buon cittadino, buon marito e buon padre, Guglielmo ha operato la scelta di far fronte ai propri doveri e di assumersi le sue responsabilità. Purtroppo nemmeno l’uomo etico riesce a raggiungere la tranquillità. Si accorge infatti ben presto della difficoltà di rispettare tutte le leggi, di mostrare sempre la sua coerenza, di non poter insomma adempiere a tutti i doveri che la società impone a causa della sua debolezza e instabilità. Può infatti essere assalito da un sentimento di inadeguatezza e di insoddisfazione nel momento in cui comprende l’impossibilità di raggiungere la perfezione. Sente dentro di sé la necessità di cambiare vita perché diventa consapevole di vivere nel peccato, di non avere la possibilità di condurre la propria esistenza in modo eticamente ideale e smarrisce la speranza di basare la vita solo su stesso e sulle proprie forze. L’essere cosciente di ciò lo potrà condurre allo stadio religioso.

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L’uomo religioso riconosce di essere un peccatore e capisce anche di non essere in grado di liberarsi da solo dal peccato poiché Dio è venuto sulla terra facendosi uomo per portare a tutti noi la verità e quindi l’uomo non è in grado di giungere da solo alla verità. Così si abbandona incondizionatamente alla fede del Dio del cristianesimo, la religione dell’assurdo.
Il rappresentante di questo percorso esistenziale è Abramo cui Dio chiede di sacrificare il proprio figlio. Un sacrificio insensato e totalmente ingiusto. Il piegarsi a tale richiesta condurrebbe Abramo a rinnegare ogni valore etico. Si trova così dinnanzi ad una scelta paradossale: se esegue il volere di Dio, infrange ogni valore etico, se rifiuta di uccidere il figlio mostra di non avere fede in Dio. Abramo è molto religioso e decide di prestare ascolto a Dio.

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Il cristianesimo, dunque, secondo Kirkegaard, è “scandalo” e “paradosso” e la fede non è morale, così come la morale non è fede. L’uomo è libero di credere o di non credere e solo a lui spetta la scelta angosciante tra queste due alternative. La fede in quel Dio che si fa uomo, superiore a qualsiasi altro amore e che non dà all’uomo alcuna garanzia consente però di trovare la serenità ed eliminare così la disperazione.

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Con la rottura del fidanzamento con Regina Olsen comincia lo stadio “religioso” della vita di Kirkegaard che dedica le proprie energie per ribadire con forza il rifiuto della dimensione religiosa della speculazione e conoscendo così la solitudine e la derisione, condizioni di sofferenza che ritiene siano un percorso necessario da intraprendere per difendere il vero cristianesimo. Nel momento in cui l’uomo decide di affidarsi completamento a Dio, l’unico in grado di attuare il desiderio di fermare il tempo, raggiunge finalmente la serenità da lui agognata. Avviene così la “ripresa” di tutto quello che aveva smarrito nei primi due stadi della vita.
Torna la gioia di vivere inseguita dall’uomo estetico e rinasce quella volontà dell’uomo etico, sperduto dinnanzi alla propria fragilità, che lo conduceva spesso verso il peccato. L’uomo di fede assapora veramente ogni attimo della sua vita in cui legge la grandezza di Dio e riesce a vivere eticamente grazie agli insegnamenti di Gesù.

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Anche se esistono delle differenze notevoli tra il pensiero di Kirkegaard e quello di  Nietzsche, il nostro filosofo è infatti credente a differenza di Nietzsche, bisogna sottolineare che in entrambi si nota una estrema identificazione con Gesù e un atteggiamento di aspra critica nei confronti della cristianità moderna opponendo il loro Cristo rivoluzionario al periodo in cui vivono e decidendo di isolarsi da un mondo che sentono distante.

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La scelta della fede implica l’accettazione del paradosso e il superamento dello scandalo e ad essi può anche aggiungersi l’angoscia. Il motivo del sorgere di questo stato d’animo è dovuto alla consapevolezza di essere liberi di scegliere, di essere dunque in possesso di una terribile libertà che potrebbe portare anche l’uomo religioso a ricadere nel peccato. L’angoscia annienta ogni certezza e sorge da un rapporto reale dell’uomo con il mondo. La disperazione nasce invece da una ricerca interiore della conoscenza di sé.  L’uomo che si pone la ricerca del vero sé s’incammina inevitabilmente verso la strada della disperazione: «Se l’io sceglie di volere se stesso, cioè sceglie di realizzarsi, viene messo di fronte alla sua limitatezza e all’impossibilità di compiere quanto ha deciso. Se l’io sceglie di non volere se stesso e quindi di esser altro da sé, si scontra nuovamente con un’altra impossibilità».

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La sconfitta, in entrambi i casi, è dietro la porta ed è proprio in questo fallimento la “malattia mortale” dell’uomo che lo conduce verso la morte spirituale. Un’angoscia che nasce dalla consapevolezza di essere inadeguati e autonomi senza Dio. La sua profonda fede in Dio lo porta a ritenere che i tumulti interiori sorti nell’uomo quando si pone davanti a se stesso e davanti al mondo lo conducono a Dio. La disperazione può essere sconfitta solo con la fede.

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Come la maggioranza degli intellettuali, Kirkegaard viene considerato da molti suoi contemporanei un misantropo a causa non solo degli atteggiamenti polemici nei confronti dei ministri della Chiesa, dei filosofi materialisti e dei politici, ma anche per la sua intolleranza alla folla e alla superficialità della gente.

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Profondamente critico soprattutto nei confronti della filosofia hegeliana, che non tiene in considerazione il singolo, Kierkegaard pone l’esistenza umana al centro della sua ricerca filosofica definendo l’uomo «una sintesi di infinità e finitudine, di temporaneo ed eterno, di libertà e necessità; in breve, una sintesi. Una sintesi è un rapporto fra due. Ma con ciò egli non è ancora alcun sé, poiché l’essere se stesso non è semplicemente dato all’uomo ma è un compito, la cui realizzazione è il risultato della sua libertà. Qui si cela la possibilità che l’uomo si trovi in contrasto rispetto alla sua sintesi e, consciamente o inconsciamente, perda il suo sé».

Il razionalismo di Hegel inoltre non può spiegare l’esistenza umana, caratterizzata da continui mutamenti ed impossibile da imprigionare in categorie. Riguardo l’ottimismo hegeliano di poter conciliare gli opposti, il filosofo danese ritiene che nella vita reale non di rado le opposizioni risultano inconciliabili e l’uomo è costretto a scegliere tra alternative opposte. La vita è una scelta e ognuno di noi è chiamato a questa scelta decisiva.
Critica anche una filosofia di tipo sistematico sviluppando un pensiero asistematico che focalizza la propria attenzione sul tema dell’esistenza. Il suo pensiero filosofico appare come una raccolta di riflessioni sparse in cui utilizza la pseudonimia (firma i suoi scritti con nomi differenti dal suo) e la polinimia (per sottolineare le differenti dimensioni dell’esistenza introduce dei personaggi con caratteristiche diverse).

Di seguito una raccolta di alcuni pensieri di questo affascinante filosofo moderno che rivendica la libertà totale di ogni individuo, attribuendo alla stessa un valore irrinunciabile e assoluto che non può sottomettersi ad alcuna logica di potere. Buona lettura.

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Cos’è che rende un uomo grande, ammirato dal creato, gradevole agli occhi di Dio? Cos’è che rende un uomo forte, più forte del mondo intero; cos’è che lo rende debole, più debole di un bambino? Cos’è che rende un uomo saldo, più saldo della roccia; cos’è che lo rende molle, più molle della cera? È l’amore! Cos’è che è più vecchio di tutto? È l’amore. Cos’è che sopravvive a tutto? È l’amore. Cos’è che non può essere tolto, ma toglie lui stesso tutto? È l’amore. Cos’è che non può essere dato, ma dà lui stesso tutto? È l’amore. Cos’è che sussiste, quando tutto frana? È l’amore. Cos’è che consola, quando ogni consolazione viene meno? È l’amore. Cos’è che dura, quando tutto subisce una trasformazione? È l’amore. Cos’è che rimane, quando viene abolito l’imperfetto? È l’amore. Cos’è che testimonia, quando tace la profezia? È l’amore. Cos’è che non scompare, quando cessa la visione? È l’amore. Cos’è che chiarisce, quando ha fine il discorso oscuro? È l’amore. Cos’è che dà benedizione all’abbondanza del dono? È l’amore. Cos’è che dà energia al discorso degli angeli? È l’amore. Cos’è che fa abbondante l’offerta della vedova? È l’amore. Cos’è che rende saggio il discorso del semplice? È l’amore. Cos’è che non muta mai, anche se tutto muta? È l’amore, e amore è solo quello che mai si muta in qualcos’altro.
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Il paganesimo aveva un dio per l’amore ma non per il matrimonio; il cristianesimo ha, oserei dire, un dio per il matrimonio ma non per l’amore.
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L’ironia è l’occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l’assurdo, il vano dell’esistenza.
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kirke 6
Lascia che altri si lagni che i tempi sono cattivi: io mi lagno ch’essi sono miserabili, perché senza passione.
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Ogni uomo è una sintesi di corpo e anima, destinata a esser spirito, cioè ad abitare nella casa; ma l’uomo preferisce stare in cantina, cioè nella determinazione della sensualità. E non solo preferisce stare in cantina, ma l’ama a tal punto da arrabbiarsi se qualcuno gli propone di occupare il piano di sopra che è vuoto e a sua disposizione perché la casa in cui abita è sua.
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Siamo tanto poveri di occasioni favorevoli che quando una si mostra conviene in verità approfittarne, visto che purtroppo non c’è nessuna arte nel sedurre una fanciulla, ma è solo questione di fortuna trovarne una degna d’essere sedotta.
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Ciò che io sono è un nulla; questo procura a me e al mio genio la soddisfazione di conservare la mia esistenza al punto zero, tra il freddo e il caldo, tra bene e male, tra la saggezza e la stupidaggine, tra qualche cosa e il nulla come un semplice forse. Paradossale è la condizione umana. Esistere significa «poter scegliere»; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensí la miseria dell’uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all’alternativa di una «possibilità che sí» e di una «possibilità che no» senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro.
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kirke 24
La grandezza non consiste nell’essere questo o quello, ma nell’essere se stesso, e questo ciascuno lo può se lo vuole.
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Nulla di finito, nemmeno l’intero mondo, può soddisfare l’animo umano che sente il bisogno dell’eterno.
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Ogni uomo, per quanto poco intelligente sia, per quanto bassa sia la sua posizione nella vita, ha un bisogno naturale di formarsi una concezione di vita, una rappresentazione del significato della vita e del suo scopo. Anche chi vive esteticamente fa questo, e l’espressione comune che, in ogni tempo e in ogni diverso stadio, si è sempre sentita, è questa: bisogna godere la vita.
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La gente mi comprende così poco che non comprende neppure i miei lamenti perché non mi comprende.
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Io credo che se un giorno diventerò cristiano sul serio, dovrò vergognarmi soprattutto, non di non esserlo diventato prima, ma di aver tentato prima tutte le scappatoie.
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kirke 16
Se avessi avuto la Fede, sarei rimasto con Regina: ora l’ho compreso.
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In ogni campo, per ogni oggetto, ecc., son sempre le minoranze, i pochi, i rarissimi, i Singoli, quelli che sanno: la Folla è ignorante.
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Fin dalla prima infanzia porto una freccia di dolore confitta nel cuore. Fin quando mi sta confitta, sono ironico – se vien levata, io muoio.
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V’è sempre nella mia vita una malinconia, ma al tempo stesso una felicità indescrivibile.
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No, il Cristianesimo non dice che esistere è soffrire, al contrario – e per questo esso si colloca sopra l’ottimismo giudaico – ha per proscenio la brama di vivere la più potenziata, con cui mai ci si sia aggrappati alla vita – per poi presentare il Cristianesimo come rinuncia, e per mostrare che essere cristiano è soffrire, incluso anche il fatto di dover soffrire per la dottrina.
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Una volta il mio unico desiderio era di diventare funzionario di polizia, mi sembrava un compito adatto per la mia testa insonne e intrigante. Credevo che tra i criminali vi fosse gente con cui lottare, ragazzi intelligenti, forti, astuti. Più tardi ho capito che è stato un bene non esserlo diventato, perché la maggior parte degli affari di polizia si riduce a cose misere e meschine — non crimini e delinquenti matricolati. Si tratta di quattro soldi e di poveri diavoli.
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kirke 25
Ci vuole […] più coraggio per dimenticare che per ricordare […].
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Che cos’è questa vita, nella quale l’unica cosa certa è l’unica di cui non si può sapere nulla con certezza: la morte?
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Sembra che gli uomini abbiano avuto il dono della parola non per nascondere i pensieri, ma per nascondere il fatto che non hanno pensieri.
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In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo,– e tuttavia, mi sembra la stagione più bella: volesse il cielo allora, quando io vivrò il mio crepuscolo, che ci debba essere qualcuno che allora mi ami come io ho amato l’autunno.
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L’angoscia si può paragonare alla vertigine. Chi volge gli occhi al fondo di un abisso, è preso dalla vertigine. Ma la causa non è meno nel suo occhio che nell’abisso; perché deve guardarvi. Così l’angoscia è la vertigine della libertà […].
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kirke 26

Talvolta era così spirituale che io, come donna, mi sentivo annientata. Altre volte invece era così selvaggio e appassionato, così pieno di desiderio, che io quasi tremavo davanti a lui. Talvolta mi trattava come un’estranea, talvolta si abbandonava a me completamente: quando lo stringevo tra le mie braccia, tutto cambiava, e io “abbracciavo le nuvole”.
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Non è il cammino che è difficile, è la difficoltà che è il cammino.
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La felicità è una porta che si apre dall’interno: per aprirla bisogna umilmente fare un passo indietro.
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E so nello stesso tempo che il più grande godimento che si possa immaginare nell’amore è quello di essere amati sopra ogni cosa al mondo.
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Quando non si vuole fare i conti con le proprie cose si dovrà alla fine farli con i propri fantasmi.
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kirke 27

Il viandante smarrito, almeno, vedendo cambiare attorno a sé il paesaggio, può nutrire la speranza di trovare la via d’uscita da un momento all’altro. Chi invece si perde in se stesso non ha a disposizione molto spazio, e presto si rende conto di essere chiuso in un cerchio da cui non può uscire.
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Le idee fisse sono come dei crampi, per esempio ad un piede: il rimedio migliore è camminarci su.
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L’ironia sta zitta in agguato, e spia con occhio mai assonnato, e partecipa indefessa ad ogni scaramuccia.
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La verità è un segreto che il morente porta con sé.
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Nell’intimo cuore, nel segreto più segreto della felicità, abita l’angoscia, che è disperazione: questo è il luogo più caro alla disperazione, quello che preferisce fra tutti: profondamente dentro alla felicità.
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kirke 28
Se un uomo fosse tanto furbo da poter nascondere di essere pazzo, potrebbe far impazzire tutto il mondo.
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Il primo periodo dell’innamoramento è sempre il più bello, perché a ogni incontro ogni sguardo si porta a casa qualcosa di nuovo per rallegrarsi.
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Gli uomini hanno per natura più paura della verità che della morte.
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La maggior parte degli uomini vive per avere il pane quotidiano; quando l’ha avuto vive per avere un buon pane quotidiano; e quando ha ottenuto anche questo, muore.
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Per ogni cosa umana vale il principio: più la si pensa e più si riesce e comprenderla. Ma per le cose divine, più le si pensa e meno si riesce a comprenderle.
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