La voce solitaria di Jean-Jacques Rousseau

«L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene».
rousseau 1Annoverato tra i massimi protagonisti dell’Illuminismo, il filosofo ribelle Jean-Jacques Rousseau, pur aderendo inizialmente al movimento culturale dei philosophes, se ne distacca cantando fuori dal coro e volgendo il suo pensiero al passato. Dopo lunghe meditazioni, all’interesse degli intellettuali del periodo che ricercano nuovi orizzonti culturali finalizzati a proporre un modello di Stato futuro, contrappone la riforma estremista del cosiddetto “Contratto sociale” (1762), ispirata all’ideale della città antica e al vincolo indissolubile tra educazione e vita pubblica. Pensatore originale e perseguitato per le sue idee rivoluzionarie, Rousseau è convinto assertore della bontà originaria di tutti gli esseri umani, creati dalla natura liberi e uguali, ma successivamente corrotti e schiavizzati dalla società. La sua ricerca, sebbene giunga a delle conclusioni molto differenti da quelle dei philosophes, viene condotta con le stesso metodo usato dagli illuministi, prende vita cioè da un’aspra critica nei confronti della cultura del periodo. A differenza degli illuministi, Rousseau ritiene che il più grande bene posseduto dagli esseri umani non sia la ragione, ma la peculiarità di ogni uomo, i suoi bisogni e i suoi desideri. La società non tiene in considerazione le vere necessità e le passioni umane, ma mira a moltiplicarle corrompendo l’animo umano e allontanandolo dalla sua vera natura.
Per quanto possa destare qualche critica, il pensiero del filosofo è fondamentale nello sviluppo della pedagogia moderna; ha infatti palesato in modo convincente ed efficace l’importanza di un’educazione intesa non come fatto esteriore che aggiunga qualcosa all’interiorità di ogni individuo, ma come qualcosa che, rivolgendosi proprio alla natura dell’essere, abbia il solo fine di facilitarne lo spontaneo sviluppo.

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Considerato il precursore del socialismo, è il primo scrittore che attacca duramente l’istituzione della proprietà privata e contesta il principio che il volere della maggioranza sia sempre giusto. Il governo deve essere in grado di salvaguardare la libertà, l’uguaglianza e la giustizia per tutti i cittadini, anche se alcune decisioni possono essere non condivise dalla maggioranza. Secondo Rousseau è impossibile separare l’ambito politico da quello morale ed uno Stato incapace di agire in modo morale viene meno alla sua fondamentale funzione che si basa sull’allontanare i cittadini da tutte quelle distorsioni sorte da società dominate da ingiuste contraddizioni sociali. Un altro compito che lo Stato deve assicurare ai suoi cittadini è quello della libertà morale e interiore agevolandone il distacco da tutte quelle dipendenze che ne annullano l’individualità.

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A distanza di oltre due secoli dalla pubblicazione del “Contratto sociale“, dell’Emilio e di altre sue opere, le intuizioni di questo grande filosofo inducono riflessioni tuttora attuali sulle profonde contraddizioni della democrazia borghese consacrando il loro autore ad una notorietà intramontabile.
rousseau 9Nato a Ginevra il 28 giugno del 1712, Jean-Jacques Rousseau trascorre un’infanzia non facile; la madre, Suzanne, una donna molto sensibile e colta, muore dopo averlo dato alla luce, ed il padre, orologiaio, violinista e insegnante di danza, incoraggia il figlio alla lettura come base di partenza per una solida formazione culturale. Jean-Jacques imparerà a leggere dal padre, ma quest’ultimo è costretto a lasciare Ginevra a causa di una lite e a trasferirsi a Nyon, senza portare con sé i due figli. Il piccolo Jean-Jacques viene affidato al cognato che, a sua volta, lo affida al pastore di Bossey, Jean-Jacques Lambercier dove riceve un’educazione molto rigida che comprende anche castighi corporali. Il padre si risposa ed i rapporti con il figlio diminuiranno sempre di più con il passare degli anni.
A dodici anni Jean-Jacques torna a Ginevra e alloggia dallo zio. Lavora come apprendista presso un incisore ed una notte, rientrando tardi da una passeggiata, trova i cancelli della città serrati. Il ragazzo ha appena quattordici anni ed approfitta di questa occasione per allontanarsi da Ginevra e dalla sua famiglia.

Un ritratto di Françoise-Louise de Warens.

Un ritratto di Françoise-Louise de Warens.

Nel corso del suo cammino, viene convinto da un parroco a recarsi ad  Annecy per affidarsi alla protezione di Françoise-Louise de Warens. Madame de Warens, una nobildonna francese che ha abbandonato la fede protestante per abbracciare quella cattolica, influenzerà notevolmente il pensiero di Rousseau che se ne innamorerà profondamente, nonostante la differenza di età.
Non pochi sono stati gli studiosi ad asserire che la storia d’amore tra il futuro filosofo e Madame de Warens abbiano ispirato molti romanzi famosi, tra cui “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert.
Consigliato dalla donna, Rousseau studia presso il collegio cattolico dell’Ospizio dello Spirito Santo a Torino e si converte al cattolicesimo.
Si stabilisce poi a casa di Madame de Warens, con poche interruzioni fino al 1742. È uno dei periodi più tranquilli della sua vita, molte sono le sue esperienze lavorative in cui alterna lo studio della musica con relative composizioni e copie di testi musicali, ad un cammino di vagabondaggi nelle campagne dei dintorni dove si lascia travolgere dal fascino della natura ed arricchisce così ancor di più la sua formazione culturale. Dopo brevi allontanamenti dalla casa di Les Charmettes, dove vive la sua amante, decide di allontanarvisi definitivamente perché trascurato da Madame de Warens, che da tempo dedica le sue attenzioni ad un altro uomo.
Accetta l’impiego di segretario dell’ambasciatore francese a Venezia e nel 1742 si trasferisce a Parigi dove entra in contatto con i più grandi filosofi e intellettuali dell’Illuminismo. 
Stringe amicizia con Denis Diderot e scrive articoli di musica e di economia politica nella Encyclopédie degli illuministi, una collaborazione da considerarsi tuttavia marginale.

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Nel 1745 si lega ad una giovane cameriera quasi del tutto analfabeta, Marie-Thérèse Levasseur, che poi sposerà e con cui, si dice, abbia avuto cinque figli che saranno tutti affidati ad istituti di carità. Sarà Marie-Thérèse la donna che gli resterà accanto sino alla morte.
La sua collaborazione saltuaria con gli illuministi non durerà a lungo; in fondo Rousseau non sembra aver abbracciato in toto la filosofia dei lumi.

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Venuto a conoscenza di un concorso a premi da assegnare nel 1750, indetto dall’Accademia di Digione che propone il seguente tema: «Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi», decide di partecipare alla competizione. Vincerà quel premio dove esporrà i principi fondamentali del suo pensiero, racchiusi nel “Discorso sulle scienze e sulle arti” (1750) e successivamente ampliati nel “Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini.

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Nel primo Discorso si manifestano già le tematiche rilevanti della sua filosofia: critica feroce alla civiltà, considerata la causa dell’infelicità umana e delle disuguaglianze sociali, ed esaltazione della natura, vista non solo come universo naturale, ma principalmente come essenza umana. La natura è l’insieme delle nostre disposizioni, è ciò che noi siamo quando la società non ci ha ancora rovinati.  Temi che avrebbe ulteriormente sviluppato nel “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini“, pubblicato nel 1754, da cui si evince il suo pensiero riguardante la relazione tra l’uomo e la natura, l’origine del linguaggio, della proprietà privata, della società e dello Stato.

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Il distacco con gli illuministi non tarderà ad arrivare quando il nostro filosofo affermerà con energico pathos i mali che il progresso e la scienza recano alla morale e alla politica. Criticato con disprezzo da Voltaire che lo definisce il “Giuda della confraternita“, proprio a quel filosofo con cui aveva intrattenuto una lunga corrispondenza, il 17 giugno del 1760 Rousseau scriverà: «Io non vi voglio affatto bene Signore; voi mi avete fatto i mali di cui potevo patire di più, a me, vostro discepolo e vostro fanatico partigiano. Avete rovinato Ginevra come prezzo dell’asilo che vi avete ricevuto; (…) siete voi che mi farete morire in terra straniera (…) Vi odio, insomma, perché l’avete voluto; ma vi odio da uomo anche più degno di amarvi se voi l’aveste voluto. Di tutti i sentimenti di cui il mio cuore era compenetrato, vi resta solo l’ammirazione che non si può rifiutare per il vostro bel genio e l’amore per i vostri scritti».

Polemiche e consensi accompagnano la pubblicazioni di questi due saggi, ma si tratterà di una gloria momentanea e destinata a svanire rapidamente. Interrotti i suoi rapporti con i philosophes, Rousseau si ritira a Mountmorency, dove scrive nel 1762 quelle che saranno ritenute le sue opere più significative: “Il contratto sociale” e “L’Emilio, o Dell’educazione“. Opere considerate estremamente rivoluzionarie e che verranno messe all’indice dalle autorità parigine e successivamente da quelle svizzere, nel cui paese Rousseau è costretto a rifugiarsi.

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Tali persecuzioni vengono motivate con le seguenti parole che definiscono così le sue ultime opere: «temerarie, scandalose ed empie: tese a distruggere la religione cristiana e ogni governo».
Perseguitato anche in Svizzera, farà ritorno in Francia sotto falso nome, dove si ritira a Ermenonville, protetto dal marchese René-Louis de Girardin, suo sincero ammiratore. Afflitto da numerosi problemi di salute, si spegnerà proprio in quella campagna francese il 2 luglio del 1778 probabilmente per un’emorragia cerebrale.

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Sofferente probabilmente di porfiria acuta intermittente, una malattia che provoca gravi crisi psicofisiche, non sono pochi gli intellettuali parigini a considerarlo pazzo.
Filosofo estremamente contraddittorio considera anche gli spettacoli e i romanzi motivi di corruzione dell’animo umano, ma non esiterà a scrivere testi teatrali e romanzi. Ama la natura e considera la città la principale fonte di corruzione dell’uomo, ma in città cercherà la notorietà. Ma non solo questo. Proprio lui, l’uomo che abbandona i suoi figli, scriverà anche un trattato di pedagogia di enorme rilievo e che gli recherà notorietà in tutto il mondo, inaugurando una nuova pagina della pedagogia, “L’Emilio, o Dell’educazione” (1762).

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Nel libro le “Confessioni” Rousseau attribuisce tale terribile scelta alla preoccupazione di non poter essere in grado di mantenerli, ma non pochi sono gli studiosi che hanno avanzato delle ipotesi su ben altre motivazioni che lo hanno indotto a tale decisione. Alcuni sostengono che non abbia mai avuto figli suoi e che quei cinque ragazzini erano frutto delle relazioni della moglie, altri che non abbia mai avuto figli e che abbia inventato questa storia per vantarsi di fronte ai suoi amici libertini, altri ancora, come la scrittrice George Sand, sostengono che Rousseau sia sterile. La verità su tale questione non la conosceremo mai, ma a noi resta la grandezza della sua opera che ancora oggi suscita non poche riflessioni.

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Nell’opera “Il contratto sociale” Rousseau si oppone alle teorie politiche vigenti in quel periodo per la sua assoluta convinzione che gli uomini sono liberi per natura e forniti di una forza in grado di difendere il rispetto della propria libertà.
rousseau 19Liberi ma molto egoisti e per tale ragione indirizzano le loro forze a raggiungere un proprio personale vantaggio. E quell’homo oeconomicus sorto insieme al diffondersi della società borghese è molto difficile da gestire. Per tale ragione bisogna dar vita ad una società garantita da un “contratto sociale” che imponga il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e ostacoli gli interessi individuali.
Tuttavia un patto stipulato con tutti i cittadini, seppur fondamentale, non è sufficiente per assicurare quella giustizia sociale tanto agognata dal nostro filosofo.
L’egoismo umano non è lungimirante e non possiede alcun indugio nel danneggiare gli altri.
L’egoismo è spesso miope e distruttivo. Nel perseguire il proprio vantaggio la maggioranza non si pone scrupolo alcuno nel recare danno agli altri e spesso commette degli errori dovuti alla propria miopia, perché se è abbastanza facile sapere ciò che serve immediatamente, non lo è nel futuro.
Come risolvere questo problema di non facile soluzione e che porterà ad un aumento dell’infelicità umana?
Secondo Rousseau la politica deve riuscire ad incidere nella mancanza di moralità dell’uomo attraverso l’educazione.

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Pienamente consapevole di non poter cogliere i frutti di un lavoro che richiede molto tempo, afferma che solo quando l’ordinamento sociale sarà mutato, si potrà realizzare un sistema politico veramente democratico. Sino ad allora, i politici potranno solamente tentare di limitare i danni della società capitalista. Giunto a tale conclusione il filosofo decide di fornire delle indicazioni educative che segneranno la storia della pedagogia nel famoso e rivoluzionario romanzo “Emilio o Dell’educazione“.

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Con L’Emilio la genialità di Rousseau raggiunge il suo apice: «Vivere è il mestiere che voglio insegnare al mio allievo. Uscendo dalle mie mani egli non sarà, ne convengo, né magistrato, né soldato, né prete; egli sarà innanzitutto uomo: tutto ciò che un uomo dev’essere egli saprà esserlo all’occorrenza altrettanto bene di chiunque altro; e la fortuna avrà un bel fargli cambiare situazione, egli sarà sempre al suo posto». Educare l’uomo, dunque, per far sì che sia se stesso, per diventare veramente uomo e far bene tutto ciò che è umano. L’educazione dev’essere affidata alla spontaneità di ogni essere umano, cioè al sentimento più che alla ragione.

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L’educazione non dev’essere intesa come costrizione che lega e pone degli obblighi, ma, al contrario, dev’essere scevra da ogni imposizione che provenga dall’esterno per promuovere così lo sviluppo spontaneo di ogni singolo individuo. Emilio dovrà crescere a contatto con la natura e sarà sottratto all’influenza della società, rispettando le diverse evoluzioni del suo percorso evolutivo: «Tutto è buono quando esce dalle mani dell’Autore delle cose; tutto degenera nelle mani dell’uomo».

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Solamente rispettando l’infanzia provvederemo al suo futuro, diversamente ne faremo un infelice oggi, e forse un povero disgraziato domani. Solo attuando un’educazione indiretta, ponendo accanto ad Emilio il precettore Giacomo, che si dovrà limitare solamente a tener lontano il suo allievo da tutto ciò che è estraneo alla natura, evitando quindi ogni contaminazione con la società e facendo in modo che il bambino non si accorga di seguire la volontà del suo maestro, si potranno ottenere quei frutti che riusciranno a creare un mondo migliore.

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Nessun castigo è previsto nella pedagogia ideale di Rousseau: il bambino comprenderà dalle azioni compiute le conseguenze dannose di alcuni suoi gesti che riusciranno a fargli intuire la differenza tra ciò che è bene e ciò che può essere considerato nocivo. Il metodo educativo del filosofo, dunque, si avvale anche di strumenti intuitivi affinché l’allievo apprenda, non mediante le nozioni che gli s’intendono insegnare, ma tramite l’osservazione e l’esperimento.

Quattro le fasi educative indicate da Rousseau: l’educazione fisica, dalla nascita al quinto anno, l’educazione dei sensi, dal quinto al dodicesimo, l’educazione dell’intelletto dal dodicesimo al quindicesimo e l’educazione morale dal quindicesimo al ventesimo.
All’educazione, questo grande filosofo assegna una funzione fondamentale per poter porre le basi di una società giusta e rispettosa dei diritti di tutti gli esseri umani chiudendo una fase della storia della pedagogia e chiarendo il vero senso di questo percorso nel pieno rispetto dell’individuo e delle sue vocazioni.
Di seguito una raccolta di alcuni pensieri significativi di questo affascinante filosofo.

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Finché un Popolo è costretto a obbedire e obbedisce fa bene, appena può scuotere il giogo e lo scuote fa ancora meglio, giacché, recuperando la sua libertà per mezzo dello stesso diritto con cui gli è stata sottratta, o è autorizzato a riprendersela o nessuno lo era mai stato a togliergliela.
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Non riesco a persuadermi che, per aver ragione, si debba a tutti i costi avere l’ultima parola.
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È chiaramente contro la legge di natura, in qualsiasi modo la si definisca, che un fanciullo comandi a un vecchio, un imbecille guidi un saggio e che un pugno di uomini nuoti nel superfluo, mentre la moltitudine affamata manca del necessario.
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Si dimentica mai ciò che si è amato una volta?
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Conosco troppo gli uomini per ignorare che spesso l’offeso perdona, ma l’offensore non perdona mai.
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Il paese delle chimere è, in questo mondo, l’unico degno d’essere abitato.
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