La provocazione artistica di Andy Warhol. Una mostra a Catania omaggia la sua genialità.

«Alcuni critici hanno detto che sono il Nulla in Persona e questo non ha aiutato per niente il mio senso dell’esistenza. Poi mi sono reso conto che la stessa esistenza non è nulla e mi sono sentito meglio».

Self-Portrait.1978. Collection of The Andy Warhol Museum, Pittsburgh.

Ho ammirato più volte l’arte provocatoria di Andy Warhol. L’ultima volta che visto le sue opere più significative è accaduto alla “Gallery of Art Prague” nella mostra “Andy Warhol – I’m OK“, conclusasi appena due anni fa. Oggi ho saputo che è stata programmata un’altra mostra dedicata a questo grande artista, dal titolo “Il genio di Andy Warhol“, che sarà inaugurata domani, 12 marzo, e si concluderà il 3 maggio, presso le sale storiche del Castello Ursino di Catania.

Castello Ursino, Catania.

Se avete in programma una visita in questa straordinaria città, vi consiglio vivamente di approfittarne anche per immergervi nel mondo colorato e visionario di colui che può essere considerato il più grande interprete della cosiddetta “Pop Art“.
Troverete ulteriori informazioni su questo grande evento cliccando qui: http://www.sudpress.it/genio-andy-warhol-cataniadal-12-marzo-al-3-maggio-al-castello-ursino/
E proprio alla Pop Art e al suo massimo esponente dedico questo post, per poter meglio comprendere il significato di questa corrente artistica, talvolta poco comprensibile a molti e suscettibile di numerose interpretazioni.

“Portrait of Maurice”, 1976.

Pop Art” è l’abbreviazione di “Popular Art“, letteralmente traducibile con “arte del popolo” o “arte per il popolo“. In realtà la denominazione assegnata a tale corrente non ne definisce in modo chiaro il contenuto; il movimento artistico in questione, sorto intorno agli anni sessanta, rivolge il proprio interesse agli oggetti, ai miti e alle forme espressive della società consumistica contemporanea per sottolinearne quell’omologazione, attuata attraverso i mass media, simbolo di uno stile di vita impersonale che annienta la peculiarità di ogni essere umano. Il successo di questo movimento, che sposta nella sfera elevata della pittura colta immagini banali tratte dal mondo pubblicitario e televisivo, è legato ai suoi espliciti richiami all’immaginario della massa e al consumismo.

“Dittico di Marilyn”, 1962.

L’opera d’arte si tramuta in oggetto commerciale, arte di massa prodotta in serie, arte usa e getta come succede con molti articoli che usiamo quotidianamente o con le icone della nostra società. Il quotidiano diventa così il protagonista della Pop Art che riproduce in serie prodotti o personaggi di spicco messi in risalto dai mass media. Un concetto dell’arte molto amaro che inevitabilmente rimanda a quel consumismo riscontrato anche nelle stesse relazioni umane, spesso prive di un reale coinvolgimento emotivo.

“Triple Elvis”, 1962. Virginia Museum of Fine Arts.

Andy Warhol, il protagonista più lucido della Pop Art, propone una serialità di immagini che si ripete in modo ossessivo per mostrare attraverso l’arte un mondo ormai soggiogato dal consumismo. Irrompe così, inizialmente con la pittura ad olio e, successivamente, con la tecnica serigrafica utilizzata dalla pubblicità, la modalità comunicativa della cosiddetta cultura di massa. E se alcuni critici sostengono che le creazioni di Warhol non hanno intenzione alcuna di criticare la società contemporanea, ma si limitano ad una comunicazione più efficace e incisiva per poter essere compresa da tutti, sento l’esigenza di dissentire da tale interpretazione.

“Blue Shot Marilyn”, 1964.

È indiscutibile l’efficacia visiva di colori di forte impatto, stesi in campiture piatte e montati in modo approssimativo. Ma ritengo anche che la percezione avvertita da noi osservatori di fronte a molte sue opere ci scaraventa in uno stato quasi confusionale e sembra di veder racchiuso in quelle immagini il mondo di oggi, rumoroso e ripetitivo, che tende a rendere prodotti e persone consumabili e manipolabili da tutti. La sua arte, apparentemente fredda e banale, ben riesce a far riflettere sulla società contemporanea.
Di quella ripetizione compulsiva di serigrafie una delle più note è quella raffigurante Marilyn Monroe il cui viso diviene protagonista di una maniacale reiterazione di ritratti apparentemente identici, se non fosse per la continua modifica dei colori, artificiosi e ossessivi, che sembrano denunciare l’individualità negata a quella donna, conducendo l’osservatore ad una percezione differente di un sex symbol la cui identità va ben oltre quello che riusciamo ad immaginare.

Marylin Monroe (Twenty Times), 1962. Collezione privata.

Marilyn, donna annientata probabilmente anche da tutti quei riflettori abbaglianti puntati su di lei, sulla sua vita privata e sulle sue umane imperfezioni, si tramuta in una maschera, in un cartoon, in un oggetto su cui poggiamo le mani nei vari rotocalchi usa e getta. E qui subentra la provocazione, nemmeno così celata, di Andy Warhol: se i mass media cercano di personificare i prodotti, attribuendo loro un’ identità ben definita, nello stesso tempo rendono oggetto di consumo di massa gli esseri umani.
La serie di ritratti di Marilyn, ma anche di altri personaggi famosi, mostra la trasformazione dell’essere umano che, diventando oggetto di consumo, smarrisce la propria identità.
Dinnanzi alla Marilyn di Warhol ci sentiamo smarriti; corpo e anima della donna scompaiono e lo stesso viso, privo di qualsiasi forma di spiritualità o di identità, si tramuta in un mero prodotto di consumo, così come la bottiglia di coca cola, nient’altro che una proiezione di uno stereotipo di massa. Tutti possono fruire di Marilyn, così come della coca cola. Così come oggi tutti possono avere un momento di notorietà. E non solo attraverso la televisione.
Profetico quel suo pensiero che prevedeva un futuro in cui «tutti saranno famosi per quindici minuti». Basta pensare ai reality show dove abbondano opinionisti banali e mediocri, all’uso talvolta narcisistico dei social network e a quella terribile mania di essere qualcuno, anche se per poco tempo.

“Ten Lizes”, 1963.

Apparentemente “neutro” osservatore della vita di tutti i giorni, Warhol ne registra gli aspetti più significativi con una ristretta gamma di colori, spesso aggressiva, isola un’immagine e la ripete in serie.
La sua arte è particolarmente audace; sceglie e ritrae immagini che non hanno alcun contenuto morale, né rappresentano ideologie. Le sceglie unicamente per ritrovare in un’opera un prodotto o un personaggio che paradossalmente diviene artistico nella sua banalità perché potentemente presente nella quotidianità della società di massa.

Andy Warhol, biografia, stile e citazioni
Andrew Warhola, di origine slovacca, nasce a Pittsburgh, negli Stati Uniti, il 6 agosto del 1928. Una data di nascita ancora oggi non certa e, secondo alcuni studiosi, di dubbia fonte. La sua famiglia, di origini molto umili, professa la religione greco-cattolica e lo stesso Andy frequenta per tutta la vita la Chiesa, ma, a causa del suo carattere schivo, non parlerà mai in pubblico del suo credo religioso che si esprimerà anche attraverso donazioni ed anche opere che denotano una predilezione per l’arte cristiana orientale.
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Sin da bambino manifesta una personalità fragile che gli procurerà esaurimenti nervosi con frequenti ricadute, dovuti probabilmente anche alla morte prematura del padre, un minatore che si spegne quando Andy ha appena quattordici anni, e ai problemi economici che costringono la madre a confezionare fiori di carta per poter mantenere la famiglia, composta anche da altri due figli.


La vocazione artistica di Andy si manifesta sin da ragazzino e lo spinge a studiare disegno e pittura presso il Carnegie  Institute of Technology di Pittsburg dove viene in contatto con personaggi che influenzeranno la sua formazione culturale. Tra questi bisogna menzionare Philip Pearlstein, pittore statunitense noto per i suoi nudi espressivi.
Ottenuta la laurea, si trasferisce nel 1949 a New York dove deciderà di adottare un nome più americano, quel nome che tutti noi conosciamo. Nella “Grande Mela” intraprende una carriera di successo inizialmente come illustratore di riviste molto famose e designer di materiale pubblicitario.
Negli anni sessanta avviene la svolta artistica di Andy; comincia infatti a dipingere noti prodotti di consumo americani e si dedica a ritrarre personaggi famosi in tutto il mondo.

Fonda lo studio “The Factory” (La Fabbrica) frequentata da intellettuali underground del periodo e che, in breve tempo, diviene un centro di produzione artistica di enorme rilievo.
Nel 1962 dà vita ad una vasta produzione di serigrafie legate alla cultura popolare americana, e non solo: banconote da un dollaro, personaggi di grande impatto nella massa, prodotti di consumo e immagini da ritagli di giornale.
In pochi anni diviene uno degli artisti più noti; la sua presenza alle feste mondane newyorchesi viene ritenuta irrinunciabile non per la sua personalità poco consona a certi eventi e tuttora inafferrabile, ma perché divenuto un simbolo, così come quegli oggetti e persone che ritrae nelle sue opere.

Andy Warhol, biografia, stile e citazioni

Andy Warhol con il suo cane Archie.

Nelle feste in cui viene invitato non pronuncia una sola parola e resta in disparte. E, se gli vengono rivolte delle domande, preferisce rispondere con un semplice cenno del capo o secche affermazioni e negazioni.
Strettamente legato al gruppo rock americano “The Velvet“, ne diviene manager e produttore del loro primo album, “The Velvet Underground & Nico“, inciso nel 1967. Il disco riscuote un enorme successo anche per l’originale copertina realizzata da Warhol: la famosa banana gialla con la scritta “Sbuccia lentamente e vedrai“. Con la rimozione di tale immagine appare una banana rosa sbucciata.
Altre sono state le copertine da lui disegnate tra cui ricordiamo quelle di due dischi dei Rolling Stones e due album di John Cale.
Durante la mostra “I’m OK” ho potuto ammirare circa quaranta bozze di copertine per LP create dall’artista.
Amico di molti musicisti, tra cui John Lennon e Bob Dylan, nel 1986 realizza la copertina del disco postumo di Lennon “Menlove Avenue“.
Artista poliedrico, nel corso della sua breve vita, si dedica non solo alla pittura, ma anche alla scultura, alla regia, alla sceneggiatura, alla recitazione e alla produzione.
Ritengo sia da segnalare la lettura di una biografia dell’artista redatta dalla sua segretaria Pat Hackett, che ha raccolto le telefonate di Andy in cui ogni mattina le raccontava tutto ciò che aveva fatto il giorno prima. Il libro s’intitola “I Diari di Andy Warhol” ed è stato pubblicato nel 1989, due anni dopo la morte dell’artista, avvenuta il 22 febbraio del 1987 a causa di complicazioni insorte dopo un’operazione alla cistifellea.

Andy Warhol, biografia, stile e citazioni

Andy Warhol insieme ad uno dei suoi gatti.

Andy, in quasi tutte le sue opere, usa la tecnica del riporto fotografico, con colori spesso accesi per demitizzare il concetto di peculiarità dell’opera d’arte, che, così come la massificazione, rappresenta l’annientamento dell’unicità degli esseri umani.
Per comprendere lo stile dell’artista osserviamo una delle sue opere più famose, “Bottiglie verdi di Coca-Cola“.

Andy Warhol, biografia, stile e citazioni

“Bottiglie verdi di Coca-Cola”, 1962

Opera apparentemente monocromatica, eccetto la scritta rossa del logo, se la si guarda con attenzione si nota che alcune bottigliette sono sbiadite, come se lo stampo non fosse riuscito a ben imprimere il colore sulla tela. Eppure anche in altre sue opere si nota questo impallidimento cromatico in ripetizioni di immagini uguali onnipresenti nella nostra vita quotidiana. Si potrebbe dunque parlare di una scelta consapevole dell’artista che indebolisce la tinta per evidenziare la banalità della produzione in serie. D’altronde la grande rivoluzione attuata da Warhol si rileva nel rendere protagonista della sua opera qualcosa che non rimanda a nulla di bello, ma solo ad un oggetto o un personaggio che conosciamo. L’oggetto o il personaggio siamo noi stessi, intesi come individui anonimi, volenti o nolenti, appartenenti ad una massa priva di originalità e valore.
L’opera analizzata presenta immagini piatte e contorni decisi ed è uno dei simboli più conosciuti nella nostra società dei consumi. Le immagini che vediamo ogni giorno sono invisibili proprio perché le abbiamo davanti ai nostri occhi continuamente. Warhol le imprime su tela proprio per renderci consapevoli della bruttezza della società contemporanea a cui siamo talmente abituati da non riuscire nemmeno più a notarla.

Andy Warhol, biografia, stile e citazioni

32 Campbell’s Soup Cans 1962

Difficile scorgere nell’opera di Warhol la minima possibilità dell’uomo di affrancarsi dal soporifero consumismo dell’opulenza e della sovrapproduzione.
Ed il suo nichilismo è ben evidente nella sua produzione forse meno nota che reca il titolo di “Death and Disaster series“. Si tratta di una riproduzione di immagini non proprio gradevoli che ci inducono a riflettere sulla nostra assuefazione ad eventi catastrofici e tragici della realtà quotidiana.

“White Car Crash 19 times”, 1963. Zurigo, Collezione Amman.

Episodi destinati a scivolare nell’oblio dopo pochi attimi o semplicemente il giorno dopo averne visto qualche immagine in televisione o sui quotidiani; il giorno successivo, infatti, saranno altre le vicende drammatiche che cattureranno la nostra attenzione. Ma ciò avverrà solo per pochi attimi.
Andy mostra quanto siano effimere le immagini da cui siamo bombardati attraverso i mass media ed il cui impatto emotivo si dissolve in pochi secondi in una società in cui domina la violenza e dalla quale ci si difende con l’indifferenza e con l’assuefazione, perché, come sottolinea lo stesso Warhol, «quando osservate uno spettacolo raccapricciante abbastanza a lungo, esso cessa di farvi un qualsiasi effetto».

Andy Warhol, biografia, stile e citazioni

“Orange Car Crash”, 1964

Immagini scioccanti come quella di “Orange Car Crash” vengono coperte da un sottile strato di vernice trasparente per cercare di velare la drammaticità dell’evento raffigurato.
Un altro aspetto poco conosciuto del padre della Pop Art è quello della selezione di immagini presso varie agenzie fotografiche che l’artista sceglie accuratamente per poter trasmettere una percezione differente da quella offerta generalmente dai mass media. Un esempio emblematico è quello della serie di ritratti fotografici di Jacqueline Kennedy, icona dell’eleganza, di cui l’artista offre il lato umanamente fragile dopo la perdita del marito. E quella freddezza con cui i mass media ritraggono la donna perde con Andy quell’impersonalità che rende il personaggio distante dalla nostra conoscenza.

Andy Warhol, biografia, stile e citazioni
Non esistono mezze misure riguardo l’arte di Andy Warhol: o si ama o si detesta.
Ma forse quel sentimento di rigetto provato da molti deriva dal voler inconsciamente celare a sé stessi di essere vittime di una società vuota e superficiale che crea continuamente icone da consumare e da buttar via. E in quella riproduzione ossessiva dell’artista affiora la consapevolezza di quell’angosciante nulla che imprigiona l’esistenza di chi non si accorge nemmeno della società che lo circonda.
Di seguito alcune citazioni di uno degli artisti contemporanei più discussi del secolo scorso.

Andy Warhol, biografia, stile e citazioni
Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti.
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Ho un aspetto tremendo, e non bado a vestirmi bene o a essere attraente, perché non voglio che mi capiti di piacere a qualcuno. Minimizzo le mie qualità e metto in risalto i miei difetti. Eppure c’è lo stesso qualcuno a cui interesso: ne faccio tesoro e mi chiedo:”Che cosa avrò sbagliato?”
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“Camouflage Self-Portrait” (1986). Metropolitan Museum of Art, New York.

Non sono più intelligente di quanto sembri.
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Dal momento che non ho mai saputo cosa mi stava succedendo, adoravo leggere gli articoli dei giornali su di me.
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Deve essere interessante avere un sesso diverso, ma credo che possa essere eccitante anche tenersi quello che si ha.
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Andy Warhol, biografia, stile e citazioni
Ho quella disperata sensazione che niente abbia senso. Allora decido di innamorarmi, ma è troppo difficile. Voglio dire, pensi costantemente a una persona ed è soltanto fantasia, non è reale, e poi diventa una cosa così coinvolgente, devi vederla di continuo e va a finire che è un lavoro come un altro.
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Ignoro dove l’artificiale finisce e cominci il reale.
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“Big Electric Chair”, 1967.

Io porto la mia macchina fotografica ovunque vada. Avere un nuovo rullino da sviluppare mi dà una buona ragione per svegliarmi la mattina.
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Io non vado mai a pezzi perché non sono mai tutto intero.
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Andy Warhol, biografia, stile e citazioni

L’amore e il sesso stanno bene insieme, e va anche bene il sesso senza amore, e l’amore senza il sesso. Sono l’amore e il sesso individuali che vanno male.
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La vita è troppo breve per prendersela per uno stupido errore.
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Non mi piacciono gli assegni. Ho più l’impressione di comprare se pago con i soldi.
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Le masse vogliono apparire anticonformiste, così questo significa che l’anticonformismo deve essere prodotto per le masse.
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Andy Warhol, biografia, stile e citazioni

L’idea dell’America è meravigliosa perché più una cosa è uguale e più è americana.
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Preferisco avere una cosa subito, o sapere di non poterla avere così non ci devo pensare. Per questo certi giorni vorrei essere molto vecchio, così non dovrei pensare di diventare vecchio.
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Se raccogliessero tutte le frasi che ho detto capirebbero che sono un idiota e la smetterebbero di farmi domande.
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Truman Capote dice che può avere chiunque voglia. Io non voglio chiunque posso avere.
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Vorrei una pietra tombale senza iscrizioni di sorta. Nessun epitaffio, neppure il nome. Anzi no, mi piacerebbe che fosse scritto sopra “finzione”.
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Sono certo che guardandomi allo specchio non vedrei nulla. La gente dice sempre che sono uno specchio, e se uno specchio si guarda allo specchio che cosa può trovarci?
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“Race Riot”, 1964.

Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare.
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Un amore immaginario è molto meglio di un amore reale. Non fare sesso è molto eccitante.
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La cosa migliore di una fotografia è che non cambia mai, anche quando le persone in essa lo fanno.
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“Diamond Dust Shoes”, 1980.

Finiamo sempre col partire abbracciando la persona sbagliata.
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Non è che se non si crede a niente, non c’è niente. Bisogna trattare il niente come se fosse qualcosa.
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Spendere è molto più americano di pensare.
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Andy Warhol, biografia, stile e citazioni
Il sesso è più eccitante sullo schermo e tra le pagine che tra le lenzuola.
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Credo che negli anni Sessanta la gente abbia dimenticato cosa dovessero essere le emozioni. E da allora non se lo è più ricordato.
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Uno è compagnia, due è folla e tre è un party.
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“Oxidation Painting”, 1978.

Si finisce sempre per dare il bacio della buonanotte alla persona sbagliata.
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L’elezione presidenziale è troppo stupida per stare a guardarla. Si vede Ronald Reagan in quei quartieri con i poveri e ti sembra di sentirlo dire: «Oh, mio Dio, cosa sto facendo qui?». Ma i suoi capelli sono veramente belli. Alla mia TV sembrano autentici, non tinti.
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Si dice sempre che il tempo cambia le cose, ma in effetti devi essere tu stesso a cambiarle.
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“Portrait of Seymour H. Knox”, 1985.

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