“La prossima volta” di Holly Goddard Jones _ Storie di ordinaria emarginazione e solitudine

«Dove sono gli uomini?» riprese poi il piccolo principe. «Si è un po’ soli nel deserto…»
«Si è soli anche fra gli uomini» disse il serpente.
Antoine de Saint-Exupéry

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La lingua inglese ha sapientemente compreso i due contrastanti volti di uno stato d’animo umano e ha coniato due parole per esprimerne quelle distinte connotazioni che in italiano si traducono semplicemente con il termine “solitudine“.
Loneliness” indica il dolore lancinante di chi viene emarginato, mentre “solitude” esprime la condizione di chi sente la la necessità di stare con se stesso rifuggendo dal contatto con gli altri per periodi più o meno lunghi. Esclusione operata dagli altri dunque nel primo caso, ed autoesclusione nel secondo. E poiché l’uomo è un “animale sociale” non sempre riesce a trovare in sé quella forza di stare bene anche senza la compagnia altrui, godendo di quel silenzio che gli consente di ascoltare e conoscere meglio se stesso. Un grado di consapevolezza e amore di sé che si acquisisce con il tempo e che non tutti sono in grado di raggiungere.

Holly Goddard Jones

Holly Goddard Jones

La solitudine, intesa nell’accezione dolorosa del termine, è il tema principale del romanzo d’esordio “La prossima volta” (“The next time you see me“)  della giovane scrittrice statunitense Holly Goddard Jones, insegnante universitaria a Greensboro, nel North Carolina, dove vive insieme al marito, al figlio e a due cani.
Nata il 18 dicembre 1978 a Russellville, nel Kentucky, dove ha vissuto e studiato, proprio in questo stato ambienta il suo romanzo e precisamente in una cittadina rurale denominata col nome di fantasia “Roma“.
Romanzo intenso e appassionante riesce a coinvolgere il lettore sin dalle prime pagine ritraendo abilmente i problemi e le tragedie esistenziali di personaggi comuni schiacciati dal fardello di una profonda solitudine di cui ne avvertiamo quel grido disperato e non sempre silenzioso, così come accade alla protagonista tredicenne Emily, bersagliata dai compagni di classe e che, mentre si ripulisce in bagno del cibo scaraventatole addosso durante la pausa mensa, canticchia tra sé emettendo «[…]un suono inquietante: privo di melodia, soffocato dal catarro […]». E così come accade nel romanzo d’esordio di Silvia Avallone, “Acciaio”, anche qui emerge un universo di nuovi vinti che conducono la loro esistenza tra una moltitudine di persone ed avvertono la dolorosa sensazione di non essere altro che un insignificante e vulnerabile numero a cui non sentono di appartenere ed anche se non ne facessero parte, nessuno riuscirebbe ad accorgersene.

"Loneliness", dipinto di Rudolf Brink

“Loneliness”, dipinto di Rudolf Brink

La scomparsa di una giovane donna, che scuote per un po’ quello squallido paesino americano scatenando gli impulsi più morbosi degli abitanti, in modo particolare degli adolescenti, non è altro che un pretesto della scrittrice per far narrare ai suoi protagonisti la vita di una sperduta cittadina di periferia americana, così come di un’altra qualsiasi provincia o città di questo mondo ormai globalizzato in cui non si riescono più ad intravedere differenze culturali o sociali. Uomini, donne, adolescenti problematici, vittime e carnefici nello stesso tempo, si muovono in un freddo ottobre piovigginoso e nebbioso in cui riesci a sentire il fruscio delle foglie morte sotto il passo di figure assetate di amore e tenerezza per colmare le loro vite spente e spesso prive di alcuna prospettiva futura.
la prossima volta 7Ed in quelle esistenze trascinate stancamente c’e chi si diverte a tormentare Emily, la tredicenne malvestita di ceto sociale basso, sovrappeso e timida, disperatamente attratta da un compagno di classe molto popolare di famiglia altolocata, apparentemente sicuro di sé, e che ama esibire un atteggiamento distaccato e sprezzante: «gli piaceva scivolare indietro sulla sedia in classe, infilare i piedi nella custodia dei libri sotto il banco davanti a lui e guardare fuori dalla finestra come se stesse sognando a occhi aperti, come se fosse al di sopra di tutto -ma era solo una posa. Quando un’ insegnante gli rivolgeva bruscamente una domanda, nel tentativo di coglierlo di sorpresa, di farlo sobbalzare sulla sedia […] lui la esasperava rispondendo correttamente e in tono educato, senza quasi distogliere gli occhi dalla finestra».
Ma la discriminazione non investe solo la scuola, luogo che oggi sembra solamente preparare i ragazzi ad un mondo ostile e pieno di contraddizioni sociali e che relega in un angolino gli insegnanti, costretti a somministrare test spesso idioti agli studenti e sopraffatti talvolta da genitori arroganti e irrispettosi. Insegnanti che, come la timorosa e fragile Susanna Mitchell, temono persino di abbracciare un loro studente per evitare conseguenze spesso disastrose per la carriera e la sera affoga la sua frustrazione nell’alcool.
Spesso anche l’ambiente di lavoro non è esente da certe dinamiche: Wyatt, un operaio ormai anziano ed incapace di tenere il passo con le nuove tecnologie, diventa oggetto di angherie da parte di alcuni giovani colleghi che lo accusano di rallentare il lavoro. la prossima volta 9Ed in quella fabbrica, dove giovani e anziani si consumano mani e volti, Wyatt diventa vittima di un gruppo di balordi che si prendono gioco di lui e lo invitano ad uscire solamente per divertirsi nello scaraventare il malcapitato dentro locali notturni frequentati da altra gente desiderosa di compagnia e godendo alla vista dei suoi fallimenti con le donne. Wyatt è un uomo profondamente solo e, pur detestando la compagnia di quegli esseri abietti, accetta i loro inviti sperando di conoscere una donna che gli riscaldi la propria esistenza vuota ed angosciante: «Aveva un tale terrore della giornata che si sentiva quasi paralizzato. Era disperazione, la sua. La disperazione di vivere un’esistenza che non capivi e che non era quella che avevi chiesto, o che meritavi…».
Una sera subisce anche l’umiliazione di essere abbandonato, completamente ubriaco, dentro uno di quei locali nell’indifferenza generale, fatta eccezione quella della cassiera che pretende in modo inflessibile il pagamento del conto.
la prossima volta 8Impietosita dalla vista di quell’uomo vilipeso interviene Ronnie, la sorella di Susanna, che provvede a saldare il debito e ad unire la sua solitudine a quella dello sconosciuto deriso.
Ronnie è una giovane donna che porta sull’anima le ferite mai cicatrizzata di un’infanzia molto difficile, ma a differenza della sorella, che sembra condurre una vita normale, sebbene emerga continuamente la sua vulnerabilità, non è riuscita a superare i ricordi tragici vissuti all’interno della propria famiglia. E nel voler lasciare scivolare nell’oblio la memoria di episodi drammatici che hanno segnato la sua esistenza, conduce una vita dissoluta, nella ricerca impossibile di un uomo in grado di comprendere i suoi continui sbalzi d’umore ed i suoi allontanamenti improvvisi.
Per tale ragione nessuno si accorge subito della sua scomparsa.
Ronnie, in fondo, è solo una donna “scapestrata”: non riesce a formarsi una famiglia, né a conservare un posto di lavoro. Anche lei è una persona invisibile e da emarginare in quella piccola e crudele provincia americana, simbolo di un mondo che di umano possiede ben poco.
Ogni personaggio è alle prese con i propri piccoli e grandi problemi quotidiani, schiacciato dai ritmi insopportabili che la società gli impone ed alla fine della giornata non è nemmeno in grado di trovare la forza di comunicare con gli altri, spesso nemmeno con i propri familiari.

Foto di Michael Rougier

Foto di Michael Rougier

E non si ha tempo, né voglia di occuparsi di chi soffre e annaspa in mezzo ad una folla rumorosa che incombe sull’individuo. L’impulso dell’animo si è raggelato in se stesso e del grido silenzioso di personaggi chiusi nel loro disperato isolamento, in una società frettolosa e gelida nessuno sembra accorgersene.

"Chair Car", 1965 - Edward Hopper

“Chair Car”, 1965 – Edward Hopper

Solo Susanna, pur non frequentando assiduamente Ronnie, si preoccupa, dopo un po’ di giorni, del silenzio della sorella. Nonostante i tentativi di farla desistere dal suo intento, compresi quelli degli stessi poliziotti che vedono in Ronnie un elemento privo di interesse, decide di sporgere la denuncia della scomparsa della sorella. E in quella spenta e monotona cittadina la cui vita è cadenzata dai rumori della fabbrica, dalle notti dentro locali notturni di second’ordine in cui ci si ubriaca e si balla goffamente, e dal suono delle campanelle scolastiche, la notizia di una giovane donna di cui si sono perse le tracce viene percepita come un avvenimento straordinario che infrange la monotonia di sguardi e dialoghi asfittici.
E chissà se il cadavere della donna trovata durante il peregrinare solitario tra i boschi della piccola Emily è quello di Ronnie.
Non riveste importanza alcuna nell’intreccio di questo meraviglioso romanzo corale che rappresenta una sfida alla profonda crisi della letteratura contemporanea.
Una sfida che merita di essere raccolta per quegli indimenticabili ritratti psicologici di personaggi comuni che si aggirano intorno a noi e di cui spesso non ci accorgiamo nemmeno della loro presenza.

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Emily scopre quel cadavere quando ancora non è stata diffusa la notizia della scomparsa di Ronnie e ne subisce il fascino. Torna ripetutamente in quel luogo, ne osserva scientificamente i particolari ed è investita da un sentimento di euforia nel custodire un segreto così grande che non ha intenzione di svelare a nessuno. Ogni lezione di scienze la rimanda ai dettagli di quel cadavere e si domanda: «Cosa significa vivere? Cosa sono io? Un involucro di carne e sangue caldo, una marionetta, un puro caso. Ogni giorno si riprometteva che quella sarebbe stata l’ultima visita, l’ultima volta in cui avrebbe controllato prima di parlarne ai genitori. E ogni giorno restava in silenzio, calmando i rimorsi di coscienza con un’altra promessa».
Emily, dopo ogni visita al cadavere, porta con sé quell’odore ripugnante che si insidia sui suoi capelli e sui suoi abiti. Ma non se ne preoccupa; è pienamente consapevole che al suo ritorno a casa, nessuno avrebbe prestato attenzione a tale particolare; i suoi genitori hanno ben altro a cui pensare. Il fratellino minore di Emily è disabile e non è di certo facile prendersi cura di un bambino affetto da una grave patologia senza la collaborazione degli altri. Ognuno di noi riesce a stento a gestire i propri problemi personali.

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Nonostante il romanzo sia lungo, il suo stile semplice e lineare che mai scade nella banalità o negli stereotipi, è riuscito a coinvolgermi profondamente, come non mi succedeva da tempo. Non mi fiderò più delle recensioni di critici pseudo intellettuali che suggeriscono romanzi insignificanti e poveri di contenuto come il recente “Niente“di Janne Teller, quasi considerato un capolavoro e su cui non sprecherò tempo per scriverne una riga. Preferirò ascoltare i consigli di scrittori che vivono nell’ombra e che non amano i riflettori, come la già citata Silvia Avallone, cui devo, oltre la lettura di due suoi romanzi straordinari, questo suggerimento.
Pochi sono oggi i romanzi che donano quella magnifica sensazione di non rendersi conto di dove trovarsi, di accendere il desiderio di divorare in fretta le sue pagine, ma nel contempo, quando ci si accorge di essere quasi giunti alla fine, di avvertire un senso di smarrimento che induce a procedere con lentezza perché incapaci di rassegnarsi al fatto che quel libro stia volgendo al termine.

Holly Goddard Jones insieme al marito e ai suoi due cani. (Foto reperita su Telegraph)

Holly Goddard Jones insieme al marito e ai suoi due cani.
(Foto reperita su Telegraph)

Holly Goddard Jones è una scrittrice originale e poco conosciuta in Italia, anche perché nel nostro paese si legge poco. Molto nota invece negli Stati Uniti, dove le hanno riservato uno spazio nel “Pushcart Prize” in virtù di un suo racconto che spero di poter presto leggere.
La prossima volta” non può essere annoverato in un genere ben definito, né giallo, né noir e, nonostante venga commesso un delitto, la domanda principale che pone l’autrice in ogni sua pagina è “perché” e non “chi è stato“? Ed anche quando viene scoperto il colpevole, l’interrogativo permane in quel ricettacolo di esistenze bruciate che cercano disperatamente conforto avvinghiandosi a vane e fragili speranze destinate a svanire in un batter d’occhio. Un romanzo semplicemente bello in cui nessuno dei personaggi ritratti è protagonista. Forse la vera protagonista è semplicemente la solitudine di una vita di cui non è facile coglierne il senso ben sintetizzata nel pensiero di Wyatt: «Che spreco. Lavoravi per vivere, e vivevi per lavorare. La Price Electric era quella che gli metteva le salsicce nella padella e la benzina nel serbatoio del furgone, ma quella benzina continuava a riportarlo lì, a sgobbare sotto il ronzio delle luci fluorescenti. Eppure, mentre immaginava di guardare la fabbrica per l’ultima volta, si sentì sperduto.»

Fotografia di Carl Bengtsson

Fotografia di Carl Bengtsson

Il capitolo finale in flashback è talmente inquietante nella sua genialità da sovrastare quel senso d’ineluttabilità che pervade tutto il romanzo con scene di ordinaria crudeltà umana delineate magistralmente.
Il dialogo tra le due sorelle, posto alla fine del romanzo è un capitolo di alta letteratura.
La ribelle Ronnie considera la sorella «la persona più infelice che conoscesse», ma «[ ]…forse l’infelicità era normale. Forse era di questo che si accontentava il mondo. Ronnie voleva di più». Durante quel dialogo confessa a Susanna di non aver mai nutrito un particolare interesse per i romanzi, perché muore sempre il protagonista migliore e riprende aspramente la sorella per averle raccontato il finale di un libro che le aveva consigliato di leggere. Ma Susanna replica prontamente che sono proprio quei libri di cui le ha già rivelato il finale quelli che la sorella ha terminato di leggere. E all’inquieta Ronnie non resta che riconoscere tale verità: «In effetti è vero. Credo che non mi piaccia non sapere. Non mi piace lo stress». E si allontana sottolineando di “aver raggiunto la sua quota di rapporti familiari per quella giornata“, pronta per un viaggio che sembra bastarle: «Non sapeva se Sonny sarebbe stato a casa, né se sarebbe stato contento di vederla, ma in quel momento la giornata era così piena di possibilità che quasi non aveva importanza».
Una recensione non basta per sottolineare la grandezza di un romanzo che cura con attenzione i ritratti psicologici dei personaggi rammentandoci continuamente che la ferocia di azioni a prima vista privi di alcuna spiegazione sorgono dallo squallore di una vita cosiddetta “normale” e che annienta l’unicità di ognuno di noi.

"Room in New York", 1932 -Edward Hopper

“Room in New York”, 1932 -Edward Hopper

Di seguito l’incipit del romanzo:
⌈Emily Houchens guardò Christopher Shelton, seduto alla sua destra nel banco due file davanti a lei. Lo vide appoggiarsi allo schienale della sedia e far scivolare con un movimento fluido il quaderno sopra la spalla, per mostrare cosa c’era scritto al ragazzo dietro di lui. Il ragazzo, Monty, cominciò a tremare, scosso da una risata repressa. Il quaderno sparì, e al suo posto comparve una mano tesa in un gesto di aspettativa. Monty gli diede un cinque: Questa è buona! La signora Mitchell, che, mentre gli studenti scrivevano, passeggiava lungo i corridoi tra i banchi con la sua andatura prevedibile, si era persa quello scambio, ed Emily chinò il mento sul petto per nascondere un sorriso.⌋

N.B. Le immagini sono state reperite nel web e quindi considerate di pubblico dominio. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo lacapannadelsilenzio@yahoo.it e saranno immediatamente rimosse.

 

 

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