La gelosia silenziosa di Philippe Garrel _ Il ritorno della Nouvelle Vague _

«E forse il tuo carattere non mi piaceva, né il tuo modo di comportarti, però ti amavo di un amore più forte del desiderio, più cieco della gelosia: a tal punto implacabile, a tal punto inguaribile, che ormai non potevo più concepire la mia vita senza di te. Ne facevi parte quanto il mio respiro, le mie mani, il mio cervello, e rinunciare a te era rinunciare a me stessa, ai miei sogni che erano i tuoi sogni, alle tue illusioni che erano le mie illusioni, alle tue speranze che erano le mie speranze, alla vita! E l’amore esisteva, non era un imbroglio, era piuttosto una malattia, e di tale malattia potevo elencare tutti i segni, i fenomeni.» Oriana Fallaci

La gelosia, recensione del film di Philippe Garrel

Il cinema francese ama indugiare morbosamente sui sentimenti umani, e in modo particolare su quelli che rigettiamo e nascondiamo per paura di apparire ridicoli. E lo fa attraverso i silenzi, gli sguardi, la posizione delle mani. Dettagli quasi impalpabili a spettatori poco attenti e superficiali nell’esprimere giudizi tendenti a moralizzare qualsiasi comportamento umano. Chi si avvale di frasi fatte per dar forza alle proprie opinioni e pensa di saper tutto sull’amore, aggrappandosi ai manualetti di psicologia che schematizzano qualsiasi comportamento umano e definiscono immaturo e insicuro il geloso, forse farebbe meglio ad evitare di assistere alla visione di un qualsiasi film intimista francese.
Infatti, la caratteristica principale di queste pellicole, dal finale sempre aperto, che lascia via libera a tutte le possibili interpretazioni dello spettatore, è la mancanza di un valore morale da trasmettereÈ un cinema enigmatico, scevro da critiche e indirizzato a produrre un risultato soggettivo emozionale nello spettatore.
Totalmente sconsigliato ai benpensanti. Induce alla riflessione e ognuno di noi può trovare qualcosa di sé in una semplice occhiata o in un impermeabile sgualcito da cui non riesce a separarsi.
Non vuole dare lezioni di vita. E se ne guarda bene dal farlo.
Mostra disinteresse verso il lecito e l’illecito.
Mostra semplicemente.
Mostra l’uomo.
Non ci sono eroi.
Quelli si possono trovare solo nei film statunitensi dal finale ben serrato che, pur essendo anch’essi bellissimi, in particolar modo quelli indipendenti, sembra vogliano indicarti una via da seguire.
Nei film francesi, dal finale brusco, che interrompono, perché proprio d’interruzione si tratta, si deve riuscire a coglierne solamente la bellezza amara di una vita che non vuole e non può essere spiegata e i protagonisti di questo teatro siamo noi, miseri esseri umani, dilaniati da tormenti e incapaci di comprendere persino noi stessi.
E proprio in questa assenza di riferimenti e valori si dipana il fascino inafferrabile di un cinema che non mira a far cassetta, è disinteressato al numero di spettatori che riempiranno le sale dei cinema che li proietteranno; il suo scopo è solo quello di raccontare le complesse relazioni umane.
Oggi vorrei parlare di un film che mi era sfuggito al cinema, o forse non era nemmeno stato distribuito nelle sale della città in cui vivo. Un DVD che ha subito attirato la mia attenzione, non solo perché cerco sempre di non farmi sfuggire un film francese, ma per quel titolo affascinante e le immagini in bianco e nero che ho sempre trovato altamente poetiche.
Il film in questione è La Gelosia di Philippe Garrel, uscito nelle sale cinematografiche francesi nel dicembre del 2013 e presentato alla settantesima edizione della Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica a Venezia.

La gelosia è un film su quel sentimento umano, condannato dalla società di oggi tesa a psicoanalizzare anche quante tracce di caffè lasci nella tazzina, che tutti dicono di non sopportare o di esserne esenti. E in questo siamo abbastanza lesti dall’affermare di esserne immuni, noi appartenenti a quella società contemporanea in cui bisogna sempre proiettare un’immagine positiva anche a se stessi.
Non vogliamo nemmeno ammettere di averlo mai provato, noi, persone così sicure di sé e profondamente innamorate di noi stesse.
Eppure la gelosia è un sentimento che sfugge alla ragione, è istintivo, si nota anche negli animali, ed esplode soprattutto quando l’oggetto del nostro amore non infonde alcuna sicurezza, sebbene ripeta fino allo spasimo quella frase inflazionata, oggi più di ieri, “ti amo“.
L’amore, quell’amore, o presunto tale ( c’è qualcuno in grado forse di definire l’amore?), della misteriosa Claudia (Anna Mouglasis), che scivola inquietamente nelle braccia di un affascinante artista trentenne, Louis (Louis Garrel), ben poco affidabile nelle relazioni con le donne, apre la storia del film.

La gelosia, recensione del film di Philippe Garrel

Louis, interpretato da Louis Garrel, insieme a Claudia

Pur avendo già una figlia, nata dalla relazione di una donna con cui vive, Louis non esita ad abbandonare la propria famiglia per andare a vivere insieme a Claudia in un modesto sottotetto ammobiliato in affitto.
D’altronde non può permettersi altro questo giovane attore teatrale spiantato che non riesce a mantenere nemmeno la sua ex compagna, costretta a lavorare per mantenere la figlia Charlotte (Olga Milshtein), una bambina curiosa e vivace che non appare per nulla traumatizzata dalla separazione dei genitori, forse perché sin dalla nascita ha considerato normale condurre una vita precaria in un mondo di adulti che somigliano spesso più a figure filiali che genitoriali.

La gelosia, recensione del film di Philippe Garrel

Olga Milshtein nel ruolo di Charlotte

Ma la protagonista di questo delizioso capolavoro in bianco e nero che rimanda inevitabilmente alla Nouvelle Vague è comunque la gelosia, una potente forza incontrollabile dal dolore invisibile che non risparmia nessuno dei personaggi, chiusi nelle quattro pareti di freddi appartamenti con esterni che sottolineano ancora di più l’insoddisfazione, l’isolamento e la distanza da quei personaggi chiave inevitabilmente costretti ad intraprendere ogni giorno la strada verso quelle quattro pareti soffocanti e testimoni dei loro travagli interiori.
L’ex compagna di Louis, nel suo silenzioso dolore si avvolge amorevolmente alla figlia, cercando di reprimere i propri sentimenti ed esibendo sorrisi apparenti, anche quando Charlotte le racconta di quanto sia simpatica la donna che ha preso il suo posto nella vita dell’uomo da lei amato.
La stessa Charlotte ne è affetta e il suo legame immediato con la nuova fidanzata del padre di cui non vede l’ora d’indossarne il cappello, mostra il suo desiderio di compiacere una figura affettiva per lei importante e che teme di perdere mostrandosi ostile.
E in fondo, non è proprio questa una delle numerosi manifestazioni di tale sentimento? Desiderio di possesso, paura di perdere la persona amata e cercare di trattenerla a sé.
Lo stesso regista ammette, comunque, che non è un’emozione facile da afferrare e così commenta questo film autobiografico volto a raccontare la sua separazione dalla moglie da cui è nato il figlio Louis, che interpreta proprio lo stesso Philippe:
«La gelosia è peggio della discordia, è qualcosa che abbiamo provato tutti, un vero enigma!»

La gelosia, recensione del film di Philippe Garrel
Claudia e Louis si dichiarano il loro amore continuamente, sono ossessionati dalla paura di perdere l’oggetto amato, ma si tradiscono senza remora alcuna. E in quella instabilità si avverte la scia imperscrutabile della gelosia che mai si rivela nella parola.
L’unico dialogo in cui sembra emergere un tiepidissimo accenno a quel sentimento, mai nominato da nessuno di quei personaggi, è quando lui, ferito dal tradimento di Claudia finalizzato ad ottenere un appartamento migliore di quello in cui vivono, riceve una fredda risposta dalla donna in cui lo invita a non immaginarla a letto con un altro uomo e tutto può proseguire tranquillamente.
Claudia, figura complessa, appassionata di Majakovskij, è un’ex attrice disoccupata perennemente insoddisfatta che non sopporta lo squallore di una vita trascorsa in un miniappartamento con poca luce. Lei non vuole essere povera ed è pronta a legarsi ad un uomo qualsiasi, pur di soddisfare il proprio ego. Pretende un tenore di vita migliore.
Ma è uno stile di vita che Louis non può offrirle.

La gelosia, recensione del film di Philippe Garrel
L’amore di Louis non le basta.
Dialoghi essenziali, gesti, sguardi fugaci di personaggi introversi, accompagnati dalla fotografia sublime di Willy Kurant, ruotano intorno a quella condizione esistenziale di continua sofferenza che mostra i limiti, o in non limiti, dell’essere umano quando si abbandona a quell’amore che implica sfortunatamente quella forza inspiegabile, emotivamente fin troppo spesso trattenuta ed espressa sottilmente in dettagli.
I temi per poter parlare di una tragedia vi sono. Amore travagliato, tentativo di suicidio, dolore ed evanescenza.
Eppure il film scorre leggero, nonostante quelle estremizzazioni di sentimenti che i francesi amano sublimare in quei movimenti dell’animo umano focalizzando l’attenzione sullo sguardo.
Settantasette minuti di attimi catturati nella loro bellezza, nella spontaneità del gioco tra padre e figlia, nell’amore di Louis per la sorella,  in una sensibilità dell’immagine che mostra la vicinanza e la lontananza dei rapporti umani.
Fragili e imprevedibili.
Pronti a frantumarsi forse per la nostra ossessiva ricerca dell’infinito, anche se consapevoli dei limiti imposti dalla nostra debolezza.
O è forse una forza quella della gelosia che vogliamo a tutti i costi celare, nascondendo a volte lo sguardo come fa Louis, grazie ai suoi capelli arruffati in cui gli basta lasciar scivolare un ciuffo per evitare che si vedano i suoi occhi?

La gelosia, recensione del film di Philippe Garrel

Bellissima la colonna sonora di Jean Louis Aubert che accompagna un film scritto a più mani dallo stesso Garrel e da Caroline Deruas, Arlette Langmann e Marc Cholodenko. Due donne e due uomini.
E proprio in occasione di alcune accuse di maschilismo al suo ultimo film, lo stesso Garrel sottolinea che « le scene che penalizzano le donne sono quelle scritte proprio dalle mie sceneggiatrici donne.»
Suddiviso in due capitoli, “Accudisco gli angeli” e “Scintille nella polveriera“, abbiamo una spiegazione del titolo criptico del primo capitolo dallo stesso regista: «Mi sono ispirato ad un insegnante che ho conosciuto quando frequentavo il Lycée di Montaigne, che giocò un ruolo molto importante nella mia crescita. Sono andato a trovarlo fino a quando era molto vecchio e l’ultima volta gli chiesi se credesse ancora in Dio. Mi rispose di no, ma aggiunse che portava con sé gli angeli, e questa risposta mi rimase nel cuore.»
Ma Philippe Garrel evita accuratamente di dare una risposta riguardante la gelosia.
Non riesce a definirla con le parole.
Si esprime nel silenzio, in tutte quelle parole non dette e si può solo scorgere in quegli insistenti primi piani che rimangono impressi in uno spettatore che riesce a coglierne quella poesia che rimanda inevitabilmente alla “Nouvelle Vague”.
Perchè, forse, in fondo, anche la gelosia è poesia.

La gelosia, recensione del film di Philippe Garrel

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