La delusione postromantica. Breve ritratto di Ivàn Sergeevič Turgenev.

«Non aderisco all’opinione di nessun uomo: ne ho alcune per conto mio.»

Ritratto d’Ivan Turgenev di Il’ja Repin.

Poeta, romanziere e drammaturgo, Ivàn Sergeevič Turgenev è considerato uno dei più grandi interpreti del realismo russo. Annoverato tra i maggiori scrittori della letteratura riesce a suscitare interrogativi esistenziali anche nell’uomo di oggi, cogliendo nello stesso tempo, con uno stile lineare e realista, ciò che di nuovo e sconvolgente appare nel complesso scenario ideologico-sociale della Russia ottocentesca. Uomo di raffinata cultura e testimone attento, Turgenev si muove in un periodo storico non facile per il proprio paese e ne descrive la profonda inquietudine che vede irrompere un radicalismo politico e populistico senza freni contrapposto alle tiepide e inefficaci riforme liberali. Ciò che lo distingue dagli scrittori del suo tempo è la sobrietà della narrazione e l’accurato approfondimento psicologico dei suoi personaggi, profondamente vitali e di tormentata ambiguità. La sua è un’analisi disincantata della realtà sociale russa, narrata in modo sobrio e privo di iperbole, che si accompagna all’esaltazione e alla bellezza della vita e della natura, rivelando una magia dal contributo eterno.

Narratore progressista di profondo impegno sociale, romantico e al medesimo tempo realista, le sue opere hanno avuto un impatto a livello mondiale, in virtù della sua sensibilità unica che gli consente di penetrare i problemi della condizione umana in Russia, facendo sì che il mondo occidentale comprenda la drammatica realtà del suo paese. E lo fa con una denuncia squisitamente poetica, osservando i cambiamenti di quel particolare periodo storico senza alcun condizionamento politico. I suoi scritti, infatti, non nascono da un pretesto per condurre una lotta politica: Turgenev, pur essendo contrario alla suddivisione in classi e al maltrattamento dei servi della gleba, non vuole travisare il significato autentico dell’opera letteraria e si limita a descrivere la Russia del suo tempo in modo tale che gli occidentali conoscano la realtà del paese. L’influente critico Belinskij, spesso poco tenero nei confronti del nostro scrittore, dichiara di «essere incantato dalla deliziosa bellezza della sua pittura della realtà, senza preoccupazione di cercarvi intenzioni nascoste.»
Ben consapevole delle terribili contraddizioni sociali del suo paese, Turgenev non condivide alcuna speculazione dogmatica e le sue condanne verso chi detiene il potere economico non sono mai drastiche, odiare una determinata classe sociale o amarla incondizionatamente non appartiene al suo essere: lo scrittore effettua i dovuti distinguo e mostra una spiccata empatia nei confronti degli esseri umani.


Maestro nell’approfondimento delle enigmatiche e sottili relazioni che intercorrono tra la natura e l’animo umano, i suoi personaggi sembrano fondersi alla natura che li circonda. Una natura infinitamente complessa nelle sue misteriose manifestazioni spesso ostili all’uomo. Tuttavia, nei suoi momenti di gioia, la natura rappresenta per l’uomo una fonte di felicità, di energia e di elevatezza spirituale. Turgenev, abile osservatore delle sottili sfumature e delle dinamiche dei paesaggi, cattura la vita della natura per mezzo di un gioco di luci e ombre, correlando questa interazione con i cambiamenti negli stati d’animo dei personaggi. La natura assume spesso un significato simbolico universale e può riflettere la transizione di un personaggio da uno stato d’animo all’altro, riflettendo anche i punti di svolta nello sviluppo di un’azione.


Ivàn Sergeevič Turgenev nasce il 28 ottobre del 1818, secondo il calendario giuliano in vigore all’epoca, a Orël, in Russia, da una famiglia benestante. Il padre, Sergei Nikolaevich Turgenev, colonnello di un reggimento di cavalleria, discende da una famiglia di piccoli nobili decaduti e la madre, una donna violenta e molto severa, Varvara Petrovna Lutovìnova, è una ricchissima proprietaria terriera.
Alla morte del marito, la donna si occupa da sola della gestione delle tenute, dei servi e dei suoi due figli, Nikolay e Ivàn. L’infanzia e l’adolescenza di Ivàn sono particolarmente difficili a causa della personalità dispotica e tirannica della madre, aspra non solo con i figli, ma anche con i servi. L’ atteggiamento crudele della madre lascerà un segno indelebile nel futuro scrittore, la cui sensibilità diviene ancora più esasperata e lo porterà a maturare un acceso sentimentalismo destinato ad accompagnarlo per tutta la vita, insieme ad un forte senso di ribellione dinnanzi alle ingiustizie sociali di quel periodo.

Il giovane Ivàn Turgenev in un ritratto.

Nel 1827 la famiglia si trasferisce a Mosca affinché i figli possano godere di una buona istruzione. I due fratelli studiano inizialmente presso la scuola di Weidenhammer, poi in quella di Krause, ritenuta più moderna e dove, oltre alle materie scientifiche, studiano anche greco, latino, francese, inglese e tedesco.
Terminato il liceo, Ivàn compie gli studi a Mosca e a Pietroburgo, dove si laurea in Filosofia nel 1837.
L’anno seguente si reca a Berlino per seguire alcuni corsi di perfezionamento riguardanti la filosofia tedesca e si appassiona principalmente a Hegel. Frequenta gli ambienti rivoluzionari degli esuli russi, stringe amicizia con Bakunin e visita l’Italia e la Svizzera.
Nel 1841 fa ritorno alla tenuta della madre di Spasskoe dove conosce e s’innamora di una cameriera della casa materna, la bella e brillante Avdot’ja Ermolaeva Ivanova . La relazione tra i due viene contrastata dalla madre che, di fronte alla passione del figlio e al suo desiderio di convolare a nozze con la ragazza, allontana Avdot’ja dalla tenuta, le strappa la figlia nata dalla relazione con Ivàn e la affida ad un servo.
Turgenev si trasferisce a Mosca e comincia a frequentarne il mondo letterario, dominato in quel periodo da Puskin e Gogol, e stringe numerose amicizie fondamentali per la sua formazione culturale. La sua carriera letteraria si rivela già molto promettente al suo esordio come poeta con il poemetto “Paraša” (Conversazione), pubblicato nel 1843. La passione per la letteratura è già esplosa e a nulla serviranno i tentativi della madre di distoglierlo da questa potente vocazione. Costretto dalla donna a lavorare come impiegato presso il Ministero degli Interni, Ivàn non smette di dedicarsi alla scrittura, pubblicando la sua prima opera teatrale “Un’imprudenza” (1843) e i due racconti “Andrej Kolosov” (1844) e “Tre ritratti” (1845). L’avvicinamento al realismo è già evidente in queste sue prime opere ed in particolar modo in “Andrej Kolosov” dove viene ritratto un personaggio con peculiarità che ricorreranno nei suoi futuri lavori: l’intellettuale dalle idee brillanti, ma incapace di agire, il cosiddetto “uomo superfluo” dove per superfluo s’intende impotente e inconsistente, ma non inutile. Trattato dalla natura come “un ospite inatteso e incomodo”, l’uomo superfluo è un antieroe che trascorre la vita a cercare il proprio posto nel mondo. Un posto che è già stato preso da un altro. Ma l’uomo superfluo non s’indigna; ritiene infatti di aver cercato il proprio posto in modo sbagliato. L’uomo superfluo ben simboleggia colui che non riesce ad adattarsi ad una società che non è nemmeno in grado di notarlo.

A ventidue anni conosce l’affascinante cantante lirica di origine spagnola Pauline Garcia Viardot, già sposata, di cui s’innamora perdutamente. Il grande amore per Pauline sarà destinato a durare tutta la vita  e lo scrittore non poche volte soggiornerà insieme alla donna e al marito di lei. La relazione che si instaura tra i due è molto singolare; lo scrittore ama Pauline, ma nello stesso tempo considera molto importante l’amicizia con il marito con cui condivide molti interessi.
Cacciato dalla madre e privato dei sostentamenti per aver lasciato dopo appena due anni il lavoro di impiegato, Turgenev, realizza il sogno di potersi dedicare a tempo pieno alla letteratura. Gli avvenimenti della sua vita lo portano spesso lontano dalla Russia ed un ruolo di non poco conto in questo continuo peregrinare da un posto all’altro è da attribuire all’amore per Pauline. Le più intense e toccanti pagine sul suo paese le scrive proprio sotto la spinta segreta della nostalgia. Proprio lui, l’occidentalista, diviene uno dei più grandi cantori della Russia.

Ritratto di Pauline Garcia Viardot.

Comincia a collaborare con la rivista progressista “Sovremennik” (“Il contemporaneo“) nelle cui pagine escono i ventidue racconti che costituiranno il famoso libro dal titolo “Memorie di un cacciatore” (1852).
La realtà rurale russa dell’Ottocento viene delineata con poesia e realismo attraverso una galleria di personaggi carichi di intensa umanità. La raccolta ottiene un enorme successo e l’autore viene salutato come “il distruttore della servitù della gleba“. Si pensa che i racconti, scritti dal punto di vista di un nobile che impara ad apprezzare la saggezza dei contadini che vivono nella proprietà della sua famiglia, abbiano contribuito alla decisione dello zar Alessandro II di firmare una legge per liberare i servi.
Nello stesso periodo continua a scrivere per il teatro, ma si accorge ben presto che non è un genere in cui eccelle.
Venuto a conoscenza di avere una figlia, litiga ancora una volta con la madre e porta con sé la bambina affidandola a Pauline. Mentre si trova ancora una volta all’estero, apprende la notizia della grave malattia della madre, che si spegne nel 1850 senza aver potuto realizzare il progetto di diseredare il figlio Ivàn.

Il 18 maggio del 1852 viene arrestato e costretto a trascorrere un mese in carcere a causa della pubblicazione di un articolo dedicato alla morte di Gogol. L’articolo in questione viene considerato estremista e costa a Turgenev un anno di arresti domiciliari. La censura zarista trova, anche se con un po’ di ritardo, una scusa per punire lo scrittore, reo di aver scritto i racconti che compongono la raccolta “Memorie di un cacciatore“, percepiti come un’accesa denuncia delle dure condizioni di vita dei contadini russi.
In quegli anni  Turgenev scrive una serie di libri che fanno di lui, intorno al 1860, il narratore russo di maggior prestigio in Europa. Tra le opere che gli procurano una simil fama bisogna includere i romanzi “Rudin” (1856) e “Nido di nobili” (1859), “Alla vigilia” (1860)nonché il suo libro più famoso e discusso “Padri e figli” (1862). Non bisogna nemmeno dimenticare alcuni lunghi racconti, come “Primo amore“, “Diario di un uomo superfluo”, “Mumu” (1852) e “Jakov Pasynkov“, solo per citarne qualcuno, da considerarsi degli autentici gioielli.

Come già evidenziato, il romanzo “Padri e figli” suscita violente polemiche sul suo contenuto sociale sia negli ambienti progressisti, che accusano lo scrittore di aver cercato di mettere in ridicolo le nuove generazioni, sia tra i conservatori che vedono nel personaggio principale solo un giovane sovversivo che mina la stabilità sociale della Russia. Insomma critiche feroci che amareggiano Turgenev al punto tale che decide di lasciare definitivamente la Russia.
Con una trama sapientemente ingegnata e molto appassionante, il suddetto romanzo, considerato non a torto il capolavoro di Turgenev, porta alla ribalta lo scontro generazionale tra genitori e figli senza porre alcun velo, senza gonfiature romantiche. Protagonista del romanzo l’antieroe Evgenij Bazarov, un giovane futuro medico che nega per principio tutti i valori morali e sociali in cui credono, o fingono di credere, le vecchie generazioni. Un nichilista, così come lo definisce lo stesso scrittore. Un persona che racchiude tutte le esagerazioni e le ingenuità della giovinezza. Un giovane che lotta anche contro i suoi stessi sentimenti.


Lo scrittore, a differenza di quello che dicono i suoi detrattori, non si fa beffa di Bazarof. Non traccia la caricatura di un giovane esaltato. Tutt’altro. Nell’impassibile narrazione della storia, ricca di acuti dialoghi e pagine di rara bellezza, s’intravede un soffio di commossa empatia nei confronti dello stesso Bazarof, in particolar modo nel sorgere di una struggente passione verso una donna che non ricambia il suo amore e nella scena finale della sua morte.
A chi lo accusa di aver creato un personaggio troppo negativo e irriverente, Turgenev risponde di nutrire una certa predilezione nei confronti di Bazarof poiché riesce a ben simboleggiare l’ansia di credere e la perenne insoddisfazione dello spirito russo, un inguaribile tormento celato dietro un esasperato cinismo. Stati d’animo e atteggiamenti che non possono limitarsi ad un popolo, ed è proprio per tale ragione che il romanzo ancora oggi è molto attuale. Del fallimento del romanticismo e del credo socialista, l’autore ne parla quasi sottovoce, con l’amara consapevolezza di chi ha visto nascere e fallire certi ideali.

Dopo “Padri e figli” Turgenev continua a scrivere altri racconti, tra cui bisogna ricordare”Fantasmi” (1865), “Il cane” (1865), “Il brigadiere” (1865), un nuovo romanzo, “Fumo” (1867) e si dedica anche alla stesura delle sue memorie.
Il conflitto franco-prussiano, nel luglio del 1870, lo costringe a lasciare la Germania per stabilirsi in Inghilterra. L’anno seguente tornerà in Francia, accompagnato sempre dai coniugi Viardot, dove compra una villa nella cittadina di Bougival, vicino Parigi. Scrive il romanzo “Terre vergini” (1877) e il racconto “Storia del padre Aleksej” (1877). Stringe amicizia con Flaubert, Zola e James, assidui frequentatori dei circoli culturali parigini, e due anni dopo gli viene conferita la laurea ad honorem in Diritto presso la prestigiosa università di Oxford.
La sua salute è ormai malferma, ma non smette mai di scrivere e, cessate le polemiche nei suoi confronti, torna qualche volta e per brevi periodi in Russia.

Negli ultimi anni della sua vita scrive una serie di bellissime poesie “Senilia – Poemi in prosa” (1882) e conclude il racconto “Una fine” dettandolo a Pauline.
Già malato di cancro alla spina dorsale, si spegnerà il 3 settembre del 1883. Accanto a lui la fedele Pauline.

Di seguito altri pensieri tratti dai libri di di Turgenev.

Un figlio è una fetta di carne tagliata via. È come un falco: ha voluto, è arrivato; ha voluto, se ne è andato.

Senza il senso della propria dignità, senza il rispetto verso se stessi, e nell’aristocratico questi sentimenti sono molto sviluppati, non ci può essere un solido fondamento per il bene sociale… le bien public… l’edificio sociale.

Chi non ha visto Venezia in aprile, non può immaginare tutta la bellezza inesprimibile di questa città d’incanto. La dolcezza della morbida primavera si addice a Venezia, come il sole abbacinante d’estate si addice alla splendida Genova, e l’oro e la porpora dell’autunno a Roma, grande e antica. La bellezza di Venezia commuove e fa nascere desideri, come la primavera; stanca e lusinga come la promessa di una vicina, misteriosa felicità. Tutto è luminoso e comprensibile, e tutto è avvolto nel fumo sonnolento di un silenzio incantato. Tutto tace ed è tutto gradevole; tutto è femminile, dallo stesso nome: non per niente l’hanno chiamata «la Bella». Le sagome dei palazzi e delle chiese si alzano lievi e stupende, come il sogno di un giovane Iddio; c’è qualcosa di fiabesco, qualcosa di strano, che affascina, nel luccicare verdastro e nelle sfumature di seta dell’acqua tranquilla dei canali, nella silenziosa corsa delle gondole, nella mancanza di quell’irritante frastuono della città, di suoni e rumori. «Venezia muore, si è spopolata» dicono i suoi abitanti; le mancava forse quest’ultima grazia, la grazia di appassire in fiore, nel trionfo della bellezza. Chi non l’ha vista, non sa: né Canaletto né Guardi (per non parlare degli ultimi pittori), hanno potuto cogliere quel lieve clima d’argento, l’orizzonte vago e vicino, la divina armonia delle linee più delicate e dei colori più languidi. Chi ha già vissuto e sofferto non venga a Venezia. Gli verrebbe l’amarezza dei sogni giovanili non realizzati. Ma sarà dolce a chi ha ancora se si sente teso alla gioia; allora porterà la sua gioia sotto i cieli incantati, e per quanto sia luminosa, la indorerà con la loro luce smagliante.

L’uomo è in grado di comprendere tutto, e come vibra l’etere, e cosa avviene nel sole; ma come un altro uomo possa soffiarsi il naso diversamente da come se lo soffia lui, questo egli non è in grado di comprendere. 

Possibile che le loro preci, le loro lacrime siano infruttuose? Possibile che l’amore, il santo, devoto amore non sia onnipotente? Oh, no! Qualunque appassionato, peccaminoso cuore ribelle sia disceso nella tomba, i fiori che vi crescono ci guardano impassibili coi loro occhi innocenti: non di questa sola eterna pace ci parlano essi, di questa grande calma dell'”indifferente” natura; essi parlano anche dell’eterna riconciliazione e della vita infinita


Guai al cuore che non ha amato fin da giovane!

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