James Joyce, il “genio incomprensibile che tutti capiscono”

«Quando si ha una cosa, questa può essere portata via. […] Ma quando si dà una cosa, questa è data. Nessun ladro può prendertela. […] Se l’hai data tu, allora è tua per sempre. Sarà sempre tua. Ecco, questo è dare».

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Il 2 febbraio del 1882 nasce in un elegante sobborgo di Dublino, James Joyce, uno dei più grandi scrittori del XX secolo la cui originalità stilistica e tematica influenzerà non solo gli intellettuali del suo tempo, ma anche i più grandi letterati che lo seguiranno. Non basteranno poche righe per descrivere la vita e le opere di James Joyce, uno degli scrittori da me più amati e che ho avuto modo di rileggere dopo la mia permanenza a Dublino la scorsa estate.
Non posso fare a meno di sottoscrivere il pensiero di Pablo Picasso riguardo questo grande narratore che ha rivoluzionato il pensiero contemporaneo e la cui lettura delle sue opere è in grado di suscitare intense emozioni. Rileggerlo aiuta a cogliere quelle sfumature che possono essere sfuggite durante la prima lettura.
Con poche parole Pablo Picasso descrive la genialità dell’artista di cui parlerò oggi: «Braque e Joyce sono gli incomprensibili che tutti capiscono».
L’incomprensibile che tutti capiscono” nasce da una famiglia profondamente cattolica flagellata da instabilità economiche e da un padre alcolista.
James Joyce, biografia e citazioniNonostante questi problemi, il giovane James riceve un’istruzione presso le migliori scuole cattoliche di Dublino in cui mostra subito una grande passione per la lettura e lo studio delle lingue straniere e si allontana, già adolescente, dal credo cattolico prontamente sostituito con la fede nella potenza espressiva dell’arte. Si distingue ben presto come linguista e si laurea nel 1902 in Lingue Moderne presso la University College di Dublino.
Insofferente all’angusta mentalità cattolica irlandese, si reca subito dopo la laurea a Parigi per intraprendere gli studi di Medicina, ma è costretto dopo appena un anno a tornare a Dublino a causa del malfermo stato di salute della madre che morirà qualche mese dopo. Segue un periodo di tempo molto difficile a causa dei problemi economici della famiglia, la sua dedizione all’alcool e i problemi politici irlandesi. Poco prima di lasciare l’Irlanda, nel 1904, James Joyce scrive una bozza autobiografica, “Stephan Hero”, che negli anni successivi, dopo varie riletture, diventerà  “Dedalus, ritratto dell’artista da giovane”. Nello stesso anno conosce e s’innamora di Nora Bernacle, una ragazza irlandese con cui nel 1931 convolerà a nozze. La convince a lasciare l’Irlanda e insieme si recano a Trieste, dove James Joyce trova lavoro come insegnante d’inglese e stringe amicizia con Italo Svevo, il cui romanzo “La coscienza di Zeno” mostra la notevole influenza esercitata dallo scrittore irlandese.

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Difficile il rapporto con la donna che poi diventerà sua moglie; le crisi sono abbastanza frequenti a causa della vita sregolata di colui che resterà comunque il compagno di vita di Nora. Joyce è un forte bevitore e, nonostante la nascita del suo primo figlio nel 1905, si mostra incapace di gestire il denaro, s’indebita e perde presto il lavoro ottenuto a Trieste.
Si trasferisce per un breve periodo con la famiglia a Roma, lavora un po’ di tempo in una banca, ma ricomincia a spendere in modo irresponsabile continuando così ad indebitarsi. Torna poi a Trieste e, lo stesso anno in cui diventa padre per la seconda volta, nel 1907, pubblica il suo primo libro di poesie, “Musica da Camera” che raccoglie alcune delle sue liriche scritte durante la sua giovinezza a Dublino. Tornerà nella sua città natìa poche volte e nel 1912 la visiterà per l’ultima volta.
Non cessa mai di dedicarsi all’attività narrativa e nel 1912 presenterà a vari editori “Gente di Dublino“, una collezione di racconti brevi riguardanti la vita stagnante dei suoi concittadini che assurgono a metafora di un mondo e di una cultura senza confini nazionali. Ma nessuno è disposto a pubblicarlo per il carattere “sovversivo” dell’opera. Solo due anni dopo, grazie al sostegno di Ezra Pound, la raccolta troverà finalmente un editore a Londra.

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Dopo continui traslochi e problemi economici che non diventeranno mai insormontabili solo grazie alla generosità dei suoi amici, Joyce e la sua famiglia si stabiliranno a Parigi.
La sua attività letteraria continua febbrilmente fino a raggiungere il culmine con la stesura del suo capolavoro “Ulisse“, la cui pubblicazione viene rifiutata per molti anni da tutte le case editrici inglesi e americane a causa “della pornografia di alcuni passaggi.Nel 1921 l’opera viene condannata per oscenità. Sarà Sylvia Beach, lungimirante proprietaria di una piccola libreria parigina che,  grazie ad una sottoscrizione, pubblicherà l’opera di Joyce nel 1936.
La donna, di nascita statunitense e soprannominata “La libraia di Joyce“, non è solamente la sua editrice, ma una grande amica che lo incoraggerà e sosterrà in tutti i suoi momenti difficili. A lui consacrerà dieci anni della sua vita.

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James Joyce e Sylvia Beach davanti la libreria che diventerà il simbolo della cultura letteraria europea.

Nella sua opera più notevole, l'”Ulisse“, Joyce non sviluppa una vera e propria trama, ma presenta i pensieri e le sensazioni di tre protagonisti i cui pensieri si accavallano nell’arco di una giornata qualsiasi nella squallida monotonia della vita condotta a Dublino. L’agente pubblicitario di origini ebree Leopold Bloom, si identifica con Ulisse nel suo girovagare per la città, così come l’eroe di Omero navigava nel Mediterraneo. Ma Leopold è molto diverso da Ulisse e, attraverso continui monologhi interiori, scopriamo il suo Io fragile, confuso e angosciato in perfetta antitesi con l’eroe dell’Odissea. Gli altri due protagonisti sono Stephen, che ricorda la figura di Telemaco, e Molly che rimanda alla moglie di Ulisse.
Joyce infrange la tradizione letteraria creando un nuovo stile dettato da pensieri apparentemente disordinati e sconnessi per far sì che venga mostrata la complessità della nostra mente. La mente umana, infatti, se liberata dai condizionamenti segue gli impulsi inconsci di associazioni di idee. E grazie alla rivoluzione attuata da Joyce la letteratura conosce il nostro più recondito linguaggio i cui suoni e significati non appaiono di facile comprensione. Per poter capire il linguaggio usato da Joyce nel suo “Ulisse”, così chiamato perché ogni capitolo richiama un episodio dell’Odissea, e nel suo successivo lavoro “Le veglie di Finnegans“, non bisogna però completamente affidarsi all’aiuto di testi volti ad aiutare il lettore nel decifrarne i messaggi simbolici. L’interpretazione delle ultime opere di Joyce è soggettiva e solo perdendoci in quel rivoluzionario linguaggio e le sensazioni da esso suscitate, possiamo probabilmente afferrare le emozioni che lo scrittore ha voluto trasmetterci.

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Lo stesso scrittore lancia un messaggio ironico ben chiaro: «Vi ho messo così tanti enigmi e rompicapi che terranno i professori occupati per secoli a chiedersi cosa ho voluto significare, e quello è l’unico modo per assicurarsi la propria immortalità».
Una parola inesistente nel vocabolario o un discorso apparentemente sconnesso può dar luogo a più interpretazioni che non possono essere schematizzate da libri di comprensione del testo. Lasciamo che la nostra mente si liberi nell’assaporare i suoni che Joyce ha voluto donarci, sfuggendo ad ogni classificazione e convenzione letteraria. Le sue opere non si limitano solamente ad una parodia di tutti gli stili letterari, ma vuole che dai protagonisti vengano fuori i pensieri così come nascono, senza alcuna elaborazione che precede la scrittura. E quei giochi di parole e libere associazioni di idee rendono James Joyce uno degli scrittori più originali della letteratura moderna. Sembra di sprofondare in un abisso infinito diurno nell'”Ulisse”, ed in uno notturno ne “Le veglie di Finnegans“. Dimostrazione lampante della complessità della mente umana e del simbolismo racchiuso in ogni nostro pensiero prima che venga annientato nella sua genuinità quando ci sforziamo di renderlo comprensibile ai più organizzandolo in maniera logica. Per tale ragione anche i tabù imposti dalla società vengono meno scandalizzando l’opinione pubblica del tempo e ricevendo un’accoglienza tiepida da lettori ancora non pronti ad una simile rivoluzione letteraria.

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“Gli errori sono i portali della scoperta”

Nonostante Joyce nei suoi libri appaia logorroico e aggressivo, nella sua vita quotidiana, a causa della lotta perenne per sopravvivere e il dover fronteggiare gravi problemi alla vista e gli scompensi psicologici della figlia, è molto diverso.
Personalità schiva e silenziosa, lascia Parigi a causa dell’invasione nazista durante la seconda guerra mondiale e si trasferisce con la famiglia a Zurigo, dove si spegne il 13 gennaio del 1941. La moglie Nora, quando un prete si offre di celebrare un funerale religioso, si oppone caldamente spiegando che il marito detestava la religione cattolica e che non gli si “poteva far questo.
Le ceneri di James Joyce si trovano nel cimitero di Fluntern.
Di seguito una raccolta dei suoi pensieri e  delle sue citazioni letterarie più significative.

Cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere, di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch’essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un’immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere: questo è l’arte.
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Quando un’anima nasce in questo paese le vengono gettate delle reti per impedire che fugga. Tu mi parli di religione, lingua e nazionalità: io cercherò di fuggire da quelle reti.
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La storia, disse Stephen, è un incubo da cui cerco di destarmi.
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Un uomo di genio non commette sbagli. I suoi errori sono volontari e sono i portali della scoperta.
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Bloom: […] Libero denaro, libero amore, e libera chiesa laica in libero stato laico. O’ Madden Burke: Libera volpe in libero pollaio.
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Non parlarmi di politica, sono solo interessato allo stile.
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Non vi è eresia, né filosofia, tanto aborrita dalla Chiesa, quanto l’essere umano.
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James Joyce, biografia e citazioni
Quando si ha una cosa, questa può essere portata via. […] Ma quando si dà una cosa, questa è data. Nessun ladro può prendertela. […] Se l’hai data tu, allora è tua per sempre. Sarà sempre tua. Ecco, questo è dare.
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Se ho scelto Dublino per scena è perché quella città mi appariva come il centro della paralisi.
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Ma il mio corpo era come un’arpa e le parole e gesti di lei come dita sulle sue corde.
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I pensieri mi scappavano via. Gli impegni seri della vita, che ora parevano separarmi dai miei desideri, mi sembravano un gioco infantile, antipatico e noioso.
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Moriva dal desiderio di salire in cielo attraverso il tetto e di volare verso un altro paese dove non avrebbe più sentito parlare dei suoi guai, eppure una forza lo spingeva dabbasso scalino per scalino.
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Osservò la scena e pensò alla vita – e come regolarmente gli succedeva quando pensava alla vita, diventò malinconico. Una tristezza dolce discese in lui. Sentì quanto era vano lottare contro la sorte – era questa la saggezza che i secoli gli avevano tramandato.
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Era stata evidentemente incapace di vivere, priva di qualsiasi forza di carattere, facile preda delle abitudini, uno dei relitti su cui è stata eretta la civiltà.
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Ognuno ha i suoi gusti, come disse Morris quando baciò la vacca.
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Si può passar sopra a un morso di lupo, ma non a un morso di pecora.
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Qual è l’età dell’anima umana? Come ella ha virtù di camaleonte nel modificare colore ad ogni nuovo avvicinamento, nell’esser felice con i beati e triste con i disperati, così è anche l’età, mutevole come il suo temperamento.
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James Joyce con Sylvia Beach

I sentimenti eccitati dall’arte falsa sono cinetici, il desiderio e la ripugnanza […]. Le arti che eccitano questi sentimenti […] sono perciò arti false. L’emozione estetica […] è perciò statica.
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Il sentimentale è colui che vorrebbe godere senza addossarsi l’immensa responsabilità dell’agire e del giudicare.
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Non far domande e non sentirai menzogne.
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La Fantasia mette radici dove la realtà vuol morire.
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Il caso mi fornisce tutto ciò di cui ho bisogno. Io sono come un uomo che inciampa nel cammino. Il mio piede colpisce qualcosa, mi chino ed è esattamente quello che voglio.
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Silenziosi, sassosi siedono negli oscuri palazzi d’entrambi i cuori: segreti stanchi della loro tirannia: tiranni desiderosi d’esser detronizzati.
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Ombre di bosco fluttuavano accanto silenziose attraverso la pace del mattino, dalla scala fino al mare dove egli guardava. Verso la riva e più a largo si schiariva lo specchio del mare, scalciato da piedi veloci calzati leggeri. Seno bianco del mare velato. Gli accenti intrecciati, a due a due. Una mano che tocca le corde dell’arpa fondendo armonie intrecciate. Parole coniugate come onde bianche scintillanti sulla marea velata.
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Vi ho messo così tanti enigmi e rompicapi che terranno i professori occupati per secoli a chiedersi cosa ho voluto significare, e quello è l’unico modo per assicurarsi la propria immortalità.
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Esempio gli appassionati. Tutt’orecchi. Non si perdono una biscroma. Occhi chiusi. Testa che annuisce a tempo. Suonati. Non osare muoverti. Pensare è severamente proibito. Sempre a parlare del loro pallino. A baloccarsi con le note.
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Abbiamo bisogno di più consapevolezza della natura umana, perché l’unico pericolo reale che esiste è l’uomo in se stesso… Non sappiamo niente dell’uomo, molto poco. La sua psiche dovrebbe essere studiata perché siamo l’origine di tutti i mali che esistono.
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La sua mano sta
Sotto il morbido seno rotondo,
Colui che ha dolore
Così si queterà.
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Lei era un po’ ordinaria – ogni tanto sbagliava le congiunzioni, diceva “se saprebbe”. Ma che importanza aveva la grammatica se l’amava veramente? Non sapeva decidere se volerle bene o disprezzarla per quello che aveva fatto. Naturalmente l’aveva fatto pure lui. L’istinto lo portava a rimanere libero, a non sposarsi. Una volta sposato sei finito, gli diceva.
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Un picchiettare sommesso sui vetri lo fece voltare verso la finestra: aveva ricominciato a nevicare. Osservò assonnato i fiocchi neri e argentei che cadevano obliqui contro il lampione. Era giunto il momento di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali dicevano il vero: c’era neve dappertutto in Irlanda. Cadeva ovunque nella buia pianura centrale, sulle nude colline; cadeva soffice sulla palude di Allen e più a ovest sulle nere, tumultuose onde dello Shannon. Cadeva in ogni canto del cimitero deserto, lassù sulla collina dove era sepolto Michael Furey. S’ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle pietre tombali, sulle punte del cancello, sugli spogli roveti. E la sua anima gli svanì adagio adagio nel sonno mentre udiva lieve cadere la neve sull’universo, e cadere lieve come la discesa della loro estrema fine sui vivi e sui morti.
***
Mentre sedeva lì, rivivendo la sua vita con lei ed evocando ora l’una ora l’altra delle immagini nelle quali adesso la concepiva, si rese conto che era morta, che aveva cessato di esistere, che era diventata un ricordo.
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Statua di James Joyce al St. Stephen's Green, Dublino

Statua di James Joyce al St. Stephen’s Green, Dublino

Sembrava che un unico essere umano l’avesse amato, e lui le aveva negato la vita e la felicità, l’aveva condannato all’ignominia, a una morte vergognosa.
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In quell’ora che ogni cosa ha quiete,
O solitario custode dei cieli,
Non senti il vento notturno
E le arpe sospiranti Amore che schiuda
I pallidi cancelli dell’alba?
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Un’ondata di gioia ancora più tenera gli sfuggì dal cuore e gli scorse come un caldo flusso nelle arterie. Come il tenero fuoco di stelle, attimi della loro vita insieme, di cui nessuno sapeva o avrebbe mai saputo, si scagliarono nella sua memoria illuminandola. Desiderava rammentarle quegli attimi, farle dimenticare gli anni della noiosa vita in comune e ricordarle soltanto gli attimi di estasi. Perché gli anni, sentiva, non avevano spento la sua anima o quella di lei. I bambini, lo scrivere, le cure della famiglia non avevano spento del tutto il tenero fuoco delle loro anime. In una lettera che le aveva scritto allora aveva detto: “Come mai parole come queste mi sembrano tanto fiacche e fredde? Forse perché non esiste per il tuo nome parola abbastanza tenera? Le parole scritte anni prima gli giunsero dal passato come una musica lontana. Moriva dal desiderio di rimanere solo con lei. Quando, andati via gli altri, lui e lei sarebbero stati nella loro camera in albergo, allora sarebbero stati soli, e insieme.
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Cristoforo Colombo, come ognuno sa, è venerato dai posteri perché fu l’ultimo a scoprire l’America.
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Vento nunziale soffia
Perché amore è colmo;
Presto, oh, molto presto
il tuo amore sarà da te.
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Come noi […] intessiamo e disintessiamo i nostri corpi,” disse Stephen, “di giorno in giorno, le loro molecole su e giù come una spola, così l’artista intesse e disintesse la sua immagine.
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Sta nello spazio ciò a cui nel tempo devo arrivare, ineluttabilmente.
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La paternità, nel senso dell’atto cosciente di mettere al mondo, è sconosciuta all’uomo.
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James Joyce, biografia e citazioni
L’avvelenamento e la bestia con due dorsi che ne fu causa, lo spettro del re Amleto certo non poteva conoscerli se non fosse stato dotato di conoscenza dal suo creatore [, disse Stephen].
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Divergevano le loro idee su qualche punto?
Stephen dissentiva apertamente dalle idee di Bloom sull’importanza dell’autosufficienza alimentare e civica mentre Bloom dissentiva tacitamente dalle idee di Stephen sull’affermazione eterna dello spirito umano nella letteratura. […] Il collasso che Bloom ascriveva ad inanizione gastrica e a certi composti chimici di vario grado di adulterazione e forza alcolica, accelerata dallo sforzo mentale e dalla velocità di un rapido moto circolare in atmosfera distensiva, Stephen lo attribuiva invece alla ricomparsa di una nuvola mattutina (osservata da ambedue da differenti punti di vista, Sandycove e Dublino) dapprima non piú grande di una mano femminile.
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è la natura e a quelli che dicono che non c’è Dio non gli farei uno schiocco con due dita per tutto il loro studio perché non provano loro a creare qualcosa l’ho domandato spesso a lui gli atei o come si fanno chiamare se ne vadano un po’ a scrollarsi di dosso i loro pesi prima poi gridano per avere il prete quando muoiono e come mai come mai perché hanno paura dell’inferno per via della loro cattiva coscienza ah sí li conosco bene io chi è stato il primo nell’universo prima che ci fosse qualcun altro che l’ha fatto chi ah non lo sanno e nemmeno io eccovi lí potrebbero altrettanto cercare di impedire al sole di sorgere domani.
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La sera estiva aveva preso ad avvolgere il mondo nel suo amplesso misterioso. Lontano, all’occaso, il sole calava e l’ultimo bagliore del dí che fugge troppo in fretta indugiava amorevolmente sul mare e sulla spiaggia, sul fiero promontorio del caro vecchio Howth che vigilava come sempre le acque della baia, sulle rocce ricoperte d’alghe del litorale di Sandymount e, ultima ma non di minor conto, sulla chiesa tranquilla da cui fluiva a tratti nella quiete la voce della preghiera per colei che nel suo fulgore immacolato è un faro perenne per il cuore tempestato dell’uomo, Maria, stella del mare.
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La mia mente rifiuta l’intero ordine sociale esistente e il Cristianesimo-patria, le virtù riconosciute, gli stili di vita, le dottrine religiose […] Sei anni fa io abbandonai la Chiesa Cattolica, detestandola molto fervidamente. Ho compreso che era impossibile per me rimanere nel suo ambito, in considerazione degli impulsi della mia natura. Ho combattuto una guerra segreta contro di lei quando ero uno studente e mi sono rifiutato di accettare le posizioni che essa mi proponeva. Nel fare ciò sono diventato un furfante, ma ho conservato il mio amor proprio. Adesso combatto una battaglia aperta contro di essa attraverso quello che scrivo, dico e faccio.
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La vita è come un’eco: se non ti piace quello che ti rimanda, devi cambiare il messaggio che invii.
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N.B. Le immagini e i video sono state reperiti nel web, quindi considerati di pubblico dominio e appartenenti a google e a youtube. Qualora si ritenesse che possano violare diritti di terzi, si prega di scrivere al seguente indirizzo lacapannadelsilenzio@yahoo.it e saranno immediatamente rimossi.

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