Il silenzio inquietante di Edward Hopper.


«Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo».

Autoritratto di Edward Hopper.

Lo statunitense Edward Hopper, ritenuto il miglior pittore realista americano del XX secolo, è noto per aver ritratto la malinconia e la solitudine della società del suo tempo focalizzando la sua attenzione soprattutto sui solitari. Nella maggioranza dei suoi quadri si nota una ripetizione degli stessi soggetti: scenari urbani desolati, case isolate vicino a una ferrovia o affacciate sul mare, distributori di benzina deserti, scorci notturni di città, interni di alberghi o di bar. Il soggetto preferito da questo grande artista, che trascorre gran parte della sua vita a New York, è la solitudine. Per raggiungere tale scopo, Hopper ritrae figure immobili, spesso isolate: donne che guardano fuori dalla finestra, o in attesa di un treno, o profondamente immerse nella lettura. Quando dipinge più di una figura, si limita ad accostare pochi personaggi che, pur essendo gli uni accanto agli altri, non interagiscono tra loro; ogni protagonista del quadro sembra un’isola accanto ad un’altra isola. Vicini fisicamente, ma distanti con la mente. Esseri umani incapaci di comunicare e chiusi dentro grandi spazi vuoti. Consumano il loro pasto in solitudine o rivolgono lo sguardo verso una direzione diversa da quella di colui che potrebbe essere un interlocutore. Anche ai nostri occhi, ipnotizzati dalla visione di figure umane enigmatiche, non resta che immaginare la direzione dei loro sguardi che, talvolta, sembrano oltrepassare i confini del quadro. Le scene, immobili e realizzate con colori vivaci e brillanti, ma volutamente prive di calore, suscitano una sensazione di inquietudine e di disagio: ogni relazione umana appare impossibile, sebbene si respiri un’aria di attesa. Il forte contrasto tra luce e ombra contribuisce ad accrescere quel senso di mistero che avvolge le opere di Hopper.

“Cape Cod Morning”, 1959.

L’uomo di Hopper viene ritratto da solo o accanto a persone raffigurate come universi a se stanti, assorte e con lo sguardo smarrito nel vuoto. La sua pittura sorprende e inquieta. Nessun artista è riuscito a catturare in modo così efficace l’isolamento dell’uomo. Così come accade con Giorgio De Chirico, non è difficile cogliere qualcosa di metafisico in quelle immagini di figure umane all’interno di ambienti che oltrepassano il loro ruolo di paesaggi moderni o rurali e fungono da pretesto per esplorare il sottosuolo umano. Le figure ritratte, socialmente marginali, vengono rappresentate in contesti deserti e stranianti. 

“Le Bistro”, 1909. Whitney Museum of American Art.

La sua opera offre uno sguardo profondamente evocativo alla vita tra le due guerre mondiali e presenta un altro volto dell’America, quello forse meno conosciuto. L’artista rimuove quasi del tutto ogni segno di vita o di movimento e aggiunge drammaticità ai suoi dipinti grazie ad una rappresentazione effettuata con colori luminosi, ma imprigionata in spazi claustrofobici in una tragica estraneità e incomunicabilità tra i soggetti. Ed è proprio questa peculiarità che lascia emergere la tensione metafisica dei suoi quadri.

“Cape Cod Evening”, 1939.

I suoi dipinti suggeriscono qualcosa della vita interiore dei suoi soggetti e aprono la strada all’Espressionismo astratto. L’America degli interni urbani e delle lande deserte, dei locali vuoti e delle tradizionali abitazioni vittoriane, quell’America che sarà poi narrata da Robert Altman, esplode nell’atmosfera irreale, enigmatica e immobile di Hopper. Un’opera che non si limita a ritrarre un’immagine diretta della vita quotidiana, ma trasfonde il significato e il peso dell’essere esistenziale dell’uomo, sia che si trovi a vivere in una metropoli moderna sia che conduca la propria vita in un paesino.

“Hotel room”, 1931.

Lo scrittore americano John Dos Passos descriverà così la personalità dell’artista: «Hopper stava seduto nello studio per ore bevendo tè. Ogni tanto sentivo che era sul punto di dirmi qualcosa, ma poi non lo faceva». Così come le figure che appaiono nei suoi dipinti, l’artista sembra quasi che stia per comunicare, ma resta in silenzio, immobile, serrato nella propria solitudine.

“Hotel Lobby”, 1943.

Il paesaggio statunitense, nel periodo in cui vive Hopper, sta mutando velocemente. L’incremento dell’industrializzazione, il diffondersi di automobili e l’edificazione di grattacieli apporta una modifica decisiva all’ambiente, in particolar modo nelle grandi città. Ma l’artista è indifferente a tali mutamenti; preferisce dipingere distributori di benzina deserti, scorci di vie metropolitane di notte, strade isolate, vecchi binari, poetici fari e case sul mare.

“The Lighthouse at Two Lights”, 1929.

Abbandonato presto il chiaroscuro, introduce una luce netta e decisa che taglia le immagini, cela o rivela gli elementi scenici di composizioni pittoriche talvolta geometrizzanti, smarrite in un sofisticato gioco di luci volutamente artificiali e viste da un’angolatura diagonale che pone in evidenza la sensazione di istantanea fotografica.


Il suo lavoro mostra che il realismo non è solo una copia fotografica di ciò che vediamo, ma un’ interpretazione che si apre ad ulteriori e numerose interpretazioni. Le sue immagini seminano indizi. Non vi è alcuna risposta nelle scene raffigurate e ciò può indurre lo spettatore a perdersi nell’immaginazione per completare la narrazione .

“Automat”, 1927.

Chi è quella figura umana che domina la scena in un’indifferente solitudine? Forse aspetta da tempo qualcuno che mai arriverà? Come cambierà la scena quando la persona attesa siederà di fronte a lei? È triste? Nessuno è interessato ad imbastire una conversazione? Ecco alcuni degli interrogativi che possono sorgere mentre si guarda un dipinto di questo straordinario artista che, fin dagli esordi della sua produzione artistica, mostra una tavolozza talmente originale da consentire di riconoscere subito un suo quadro.

“Summer Interior”, 1909.

Lo stesso accade non solo con l’uso della luce, la cui singolarità rimanda agli studi pittorici di Caravaggio, ma anche grazie ad una tecnica impersonale e illustrativa che accresce nell’osservatore la percezione di estraneità della scena. La solitudine dei personaggi ci coinvolge emotivamente perché avvertiamo qualcosa di reale e di noto nei loro ritratti.

“Room in New York”, 1940.

Indifferente all’atmosfera culturale del suo tempo, agitata da diverse tendenze avanguardiste, Hopper preferisce volgere il suo sguardo al passato traendo lezioni significative dagli impressionisti, in particolar modo da Degas e Pissarro, e da altri notevoli maestri come Manet, Sisley, Rembrandt, Vermeer, Goya e Courbet.

“Chop Suey”, 1929.

Nato il 22 luglio del 1882 a Nyack, una piccola cittadina sul fiume Hudson nei pressi di New York City, Edward Hopper fin da bambino mostra una significativa predisposizione per il disegno. Tranquillo e riservato non ha molti amici e trascorre gran parte del suo tempo in compagnia dei suoi libri e della sua passione per l’arte. I suoi genitori, appartenenti alla colta borghesia americana, incoraggiano il suo talento e gli consentono di iscriversi nel 1899 ad un corso per corrispondenza alla New York School of Illustrating. L’anno seguente Hopper accede alla prestigiosa New York School of Art, che gli consentirà di entrare in contatto con i grandi artisti del suo tempo.

“Lighthouse and Buildings, Portland Head, Cape Elizabeth, Maine,” 1927.

Di fondamentale importanza l’influenza esercitata su Hopper dagli ottimi insegnanti che esercitano la professione in quella scuola d’arte. Da essi apprenderà il gusto per una pittura nitida e lineare, ponendosi però sempre in modo critico dinnanzi alle regole accademiche e sviluppando col tempo quello stile personalissimo con cui è famoso in tutto il mondo.

Nel 1905 inizia a lavorare come illustratore di un’agenzia pubblicitaria newyorkese, ma l’insoddisfazione per quel tipo di attività cresce ogni giorno di più. Il suo sogno di dedicarsi solamente alla pittura ancora non si è realizzato e poiché il successo della sua opera non giungerà in modo immediato, Hopper sarà costretto per quasi vent’anni a guadagnarsi da vivere come illustratore.

“Office at Night”, 1940.

Nel 1907 intraprende diversi viaggi in alcune capitali europee (Londra, Parigi, Berlino, Madrid e Bruxelles) e si fermerà più volte a Parigi, città che l’anno prima lo aveva profondamente affascinato. Proprio in quegli anni inizierà a sperimentare uno stile che trae qualche spunto dall’impressionismo giungendo però a consolidare un suo linguaggio figurativo sobrio e solido che trarrà ispirazione anche dalla sua tanto detestata professione, dal perfezionamento dei dettagli degli interni e dal gioco di luci.

“Tables for Ladies”, 1930.

L’anno seguente fa ritorno definitivamente negli Stati Uniti ed espone alcune sue opere realizzate a Saint-Gemain e a Fontainebleau senza ottenere alcun successo. Nonostante la difficoltà nel fare apprezzare le sue prime opere, i cui soggetti iniziali includono già scorci urbani di New York e paesaggi del New England e del Maine, Hopper continua a dipingere e perfeziona la tecnica dell’incisione. Quest’ultima comincerà a render noto il suo nome.

“Night Shadow”, 1921. Incisione su carta. New York, Whitney Museum.

Nella sua incisione “Night Shadow“, ispirata a immagini cinematografiche e fotografiche del suo tempo, emerge il forte contrasto tra luce e ombra che trasmette quel senso di mistero presente nelle sue opere in cui l’architettura delle composizioni assume tratti inquietanti che impediscono la comunicazione e le relazioni umane. Le atmosfere sospese e silenziose di De Chirico lasceranno in lui un’impronta indelebile.

“Morning Sun”, 1952.

E se qualche anno prima, dopo essersi unito al Whitney Studio Club, punto di riunione irrinunciabile per gli artisti indipendenti, e vi aveva esposto uno dei suoi dipinti più notevoli, “Soir Bleu“, stroncato dalla critica e quindi accantonato nello studio del pittore, il cammino di Hopper comincia la sua inarrestabile ascesa.

“Soir Bleu”, 1914.

Ispirata al primo verso di “Sensation”, poesia di Arthur Rimbaud , la straordinaria opera “Soir Bleu“, raffigura una tipica terrazza parigina dove appaiono tutti i ceti sociali tramite la rappresentazione di figure facilmente riconoscibili. Dalla prostituta alla coppia di borghesi, dal protettore all’ufficiale, dal Pierrot ad un probabile artista, Hopper mostra uno stile ormai maturo e lontano dalle influenze europee del primo periodo.

“Gas”, 1940.

Dal 1924, dopo l’esposizione di alcuni suoi acquerelli nella galleria di Frank Rehn, la vita di Hopper subirà una svolta decisiva per la sua vita e la sua carriera artistica. Il matrimonio con l’ex-studentessa della New York School of Art, Josephine Verstille Nevison, da quel momento in poi musa ispiratrice delle opere del pittore, e la scoperta del talento dell’artista gli apriranno finalmente la strada verso un successo che oltrepasserà i confini del suo paese.

“Nighthawks”, 1952. Chicago, Art Institute.

La sua celeberrima opera conosciuta in Italia con il nome di “Nottambuli“, condensa i tratti essenziali dello stile hopperiano. Dipinto più volte citato anche dal cinema moderno (“Profondo Rosso” di Dario Argento e “Dick Tracy” di Warren Beatty), raffigura lo scorcio notturno di una strada metropolitana. Nel quadro campeggia l’immagine di un grande bar illuminato da fredde lampade al neon. All’interno vi sono tre clienti e un barista. L’espressione della coppia seduta di fronte al barman è assorta, persa in chissà quali pensieri. I due si sfiorano, ma non comunicano nemmeno con lo sguardo. Nessuno dei quattro protagonisti del dipinto parla, né appare interessato ad intavolare una conversazione. Nella lancinante malinconia dell’opera, che rimanda alle piazze metafisiche del già citato De Chirico, si nota il definitivo distacco di Hopper dall’arte europea. Stile cinematografico e scena prettamente americana esprimono l’aspirazione del nostro pittore ad un’arte semplice e onesta” che in alcuni suoi dipinti sarà caratterizzata dall’introduzione di una luce calda verso cui qualcuno dei protagonisti volgerà il proprio sguardo, trasmettendo così un sentimento di attesa positiva.

“Excursion into Philosophy”, 1959.

Il 15 Maggio del 1967  Hopper si spegne nel suo studio a New York. A questo immenso artista, in grado di realizzare superbamente quadri in cui esprime la propria sensibilità anche quando non è presente alcuna figura umana, dedico un piccolo omaggio con l’inserimento delle immagini di altre sue opere accompagnate da alcuni suoi pensieri. Il viaggio prenderà il via con un altro dei suoi dipinti più famosi, “The House by the Railroad” (1925), la casa vittoriana che sarà usata come modello da Alfred Hitchcock per la villa in cui si svolge “Psycho“. Influenzato dal cinema, l’opera di Hopper influenzerà a sua volta altri registi, tra cui Wim Wenders e David Lynch.

“The House by the Railroad”, 1921.

L’arte americana non deve essere americana, deve essere universale. Non deve dare importanza ai propri caratteri nazionali, locali o regionali. Tanto non si può comunque prescindere da quei caratteri.

“New York Movie”, 1939.

L’opera è l’uomo. Una cosa non spunta dal nulla.

“Summer Evening”, 1947.

Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa.

“Hotel By A Railroad”, 1952.

Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo.

“Western Motel”, 1957.

Il mio scopo nel dipingere è sempre stata la più esatta trascrizione possibile della più intima impressione della natura.

“Compartment Car”, 1938.

Il mio scopo in pittura è sempre quello di usare la natura come mezzo, per cercare di fissare sulla tela le mie reazioni più intime di fronte al soggetto, così come mi appare quando lo amo di più: quando il mio interesse e il mio modo di vedere riescono a dare unità alle cose.

“Sunlights in Cafeteria”. Datazione incerta.

La gente trova qualcosa nel tuo lavoro, la traduce in parole e poi va avanti per sempre. Del resto, perché non dovrebbe esserci nostalgia nell’arte?

“Chair Car”, 1965.

Per me l’impressionismo era l’impressione immediata. Ma sono più interessato al volume, naturalmente.

“The Mansard Roof”, 1923.

Sono stato sempre molto attratto dall’architettura, ma i direttori dei giornali vogliono gente che muove le braccia.

“The Bootleggers” (1925).

Hanno detto di Edward Hopper:

Edward Hopper […] ritrasse coloro che sembravano sopraffatti dalla società moderna, che non potevano rapportarsi psicologicamente agli altri e che, con gli atteggiamenti del corpo e i tratti facciali, indicavano di non avere mai avuto una posizione di autorità.” […]  Matthew Baigell

“Sunday”, 1926.

“Edward Hopper […] ci ha insegnato che l’immagine è una realtà senza resti e la realtà un divenire senza centro.” Paolo Balmas

“Two on the Aisle”, 1927.

La grande popolarità di Hopper, che è considerato il migliore pittore realista americano del XX secolo, deriva tanto dal suo stile quanto dal suo atteggiamento verso i soggetti. Le sue figure sono imprigionate nel posto che occupano perché diventano parte della composizione generale del quadro e dei diversi movimenti direzionali di forme e colori. Non hanno capacità di movimento indipendente. Inoltre, i colori sono brillanti, ma non trasmettono caloreMatthew Baigell

“Room in Brooklyn”, 1932.

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