Il proliferare di “bufale” e di “clickbait” sta inquinando i social network

«Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», la nota frase del gerarca nazista Joseph Goebbels costituiva una delle numerose strategie del regime per ottenere il consenso delle masse. Ripetere infatti una menzogna più volte può disorientare chi ascolta o chi legge, soprattutto se accompagnata da un’immagine allarmistica che colpisce le persone più ignoranti convinte di essere riuscite a scovare una notizia imperdibile da condividere immediatamente su Facebook o su altri social network per informare gli amici.
bufala 1La maggioranza degli amici del cosiddetto “tipo medio”, che in genere fa largo uso della nuova moda di collezionare amici con cui il più delle volte non ha nemmeno scambiato una parola, condivide quel grande “scoop” senza nemmeno verificarne la fonte, e in pochissimi minuti la notizia diventa virale fino ad essere considerata vera.
Un genio del male indubbiamente quel Goebbels; ben conosceva il modo di manipolare le masse ed era pienamente consapevole che più si ripeteva una bugia, più sarebbero state le possibilità che tale menzogna fosse data per certa. E poco importava se la minoranza cercava di controbattere.
In qualsiasi sistema politico in cui l’ignoranza viene incoraggiata e nutrita quotidianamente è impresa ardua riuscire a smentire persino una notizia palesemente falsa.
Costruire una bufala è molto semplice: è sufficiente inserire una foto d’impatto o un video accompagnato da un breve articolo o da una didascalia inventata e il gioco è fatto. Più la notizia è allarmistica e più sono le possibilità che venga condivisa.

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Le cosiddette “bufale“, sulla cui etimologia del termine i pareri sono discordanti, possono riguardare qualsiasi ambito. Le più gettonate sono quelle politiche in cui si attribuisce ad un determinato avversario una frase mai detta, ma non mancano nemmeno notizie pseudoscientifiche su “scoperte” presso fantomatiche università americane, decessi di personaggi celebri, repentini cambiamenti della privacy di facebook o addirittura riguardanti ingenti quantità di denaro date quotidianamente a tutti gli immigrati che cercano di sfuggire alle guerre o alla fame.

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Spesso sono volte a creare indignazione nei ceti sociali meno abbienti contro il governo di turno “accusato” di aiutare gli extracomunitari e di abbandonare i suoi cittadini. I testi sono enfatici e sensazionalisti, spesso scritti in un pessimo italiano, e chi li condivide talvolta lo fa solamente perché racchiudono il suo orientamento politico e non si preoccupa minimamente di controllare la fonte.

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Alcune di queste bufale vengono smascherate dopo qualche giorno. Sfortunatamente, però, chi le ha già condivise ne ha assimilato il contenuto e difficilmente gli capiterà di leggerne la smentita.

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Improvvisamente molti utenti di Facebook, (ma anche di whatsapp e twitter ), condividono link di leggi approvate in parlamento di cui però non esiste traccia alcuna nei documenti ufficiali, o ti danno strambi consigli sulla prevenzione del cancro o di altre gravi patologie.

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Nonostante gli sforzi compiuti da siti che si occupano di smascherare le bufale, queste ultime continuano a girare indisturbate contribuendo ad alimentare una disinformazione da paese “in via di sviluppo”, ma che di svilupparsi non ne ha intenzione alcuna.

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Anche Facebook sta cercando di limitare la diffusione delle notizie fasulle e di scam grazie ad un filtro, ma poiché viene utilizzato in prima persona dai frequentatori dei social network, non è risultato molto efficace. Inutile soffermarsi sugli effetti dannosi di queste bufale, spesso talmente ridicole da far sorgere seri dubbi sulla salute mentale delle persone che le condividono.

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E chi si diletta a creare queste bufale di solito lo fa per istigare odi razziali, politici o religiosi.
Esiste anche un altro fenomeno da non sottovalutare che sta invadendo i social network. Si chiama “clickbait” e può essere facilmente individuato per il titolo sensazionalista e per l’esortazione a cliccare per “continuare a leggere“. In genere il titolo è molto generico: “Guardate cosa è successo al Parlamento“, “Sta arrivando una nuova tassa“, “Non crederete ai vostri occhi!“, “Guardate cosa è successo a questa donna“, “Scandalo Renzi“e così via.

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Titoli seguiti da un link che consente di leggere tale strepitosa notizia o da un post con una foto  ad effetto, una breve didascalia su uno scandalo e talvolta la frase “continua a leggere” su cui cliccare per informarsi. Non vi è alcuna introduzione che faccia intendere di cosa si stia parlando, oppure il titolo non ha alcuna pertinenza con il testo che ci si appresta a leggere. Spesso si vede una foto nauseante e sopra si legge il titolo “Che schifo” oppure si vede la freccia che consente la visione di un video accompagnata da un’altra frase ad effetto: “Ecco il video che inchioda…(nome del politico)”, “Fate girare. I media censurano“.

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C’è chi si limita a condividere senza nemmeno leggere il contenuto della notizia; gli è sufficiente il titolo per farsi un’idea del testo che seguirà. Altri, ingenuamente, cliccano per leggere un cosiddetto “articolo” di poche righe che non ha nulla di sensazionale o è palesemente fasullo.

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Molti purtroppo non sono a conoscenza degli investitori pubblicitari che pagano a seconda delle visualizzazioni di una pagina. E tra numerosi siti d’informazione la concorrenza è alta. Quindi per alcuni “giornalisti” l’obiettivo fondamentale non è più quello di informare, ma di aumentare la quantità di visite alle pagine del proprio sito.

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Se è vera la notizia che la maggioranza degli italiani ritiene attendibile solo l’informazione sui social network, il rischio di incontrare il vicino di casa che pensa di aver capito tutto grazie a siti di dubbia qualità su notizie alquanto importanti, diventerà sempre più elevato accompagnandosi ad una deriva culturale di cui da tempo ne notiamo gli effetti.

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Districarsi nella giungla delle informazioni che giungono dai vari social network non è poi così difficile; basterebbe verificare le fonti di una notizia per evitare la diffusione di bufale. Per non alimentare il fenomeno del clickbait non è necessario essere in possesso di una cultura superiore alla media. Se il titolo è urlato, se non è da considerarsi esaustivo per comprendere l’argomento di cui si sta per parlare, (“Che schifo” non può di certo essere considerato il titolo di un articolo scritto da un vero giornalista), basta evitare di cliccare e, di conseguenza, arricchire chi approfitta dell’ignoranza e dell’ingenuità della gente.

I cani sono considerati animali d'affezione in Italia, come si può condividere una stupidaggine del genere?

I cani sono considerati animali d’affezione in Italia, come si può condividere una stupidaggine del genere?

Se il titolo di un articolo parla di clandestini e non di immigrati, se urla di aver trovato il rimedio per prevenire il cancro o parla di un terremoto devastante appena avvenuto in Italia e di cui nessun telegiornale parla, penso non sia proprio il caso di scomodarsi ad aprire quella pagina. Scoprirete infatti che l’articolo sui “clandestini” divulga contenuti a tasso informativo pari a sottozero, il titolo accattivante che invita ad ingerire curcuma, limone e bicarbonato non si avvale di alcuna fonte scientifica attendibile e che il terremoto devastante si riferisce ad una catastrofe di molti anni fa.

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Per “ringraziarvi” di aver cliccato per essere indirizzati a certe pagine i cui contenuti sono di pessima qualità e spesso nemmeno supportati da fonti autorevoli, sarete pure catapultati in siti web con pubblicità forzate e con video che si aprono senza premere alcun tasto e che vi costringeranno alla visione per almeno un minuto della sponsorizzazione di un prodotto.

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Un’ultima riflessione su tale fenomeno. Le bufale o gli articoli più condivisi focalizzano la propria attenzione sugli extracomunitari, sul cosiddetto “buonismo” della sinistra e approfittano dei pregiudizi razziali e dell’idea basata sul “prima gli italiani, poi gli altri”. I creatori di bufale o di articoli clickbait ne sono pienamente consapevoli e, indifferenti alle conseguenze della diffusione di simili falsità, gioiscono nel veder girare nel web questi link che alla fine, diventando virali, vengono considerati veri.

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Condivisioni a manetta e nessuna verifica. Le bufale più condivise sono soprattutto volte ad incendiare l’animo (chiamiamolo così) di quegli esseri inclini al razzismo e facili prede del più becero populismo che sta prendendo possesso del nostro paese.
Come boicottare questa disinformazione dilagante?

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Non basta, secondo me, non condividere queste bufale. Bisogna eliminare dai contatti chi le condivide, nonostante li abbiate invitati a verificare la fonte. L’ignoranza supina non è affatto un diritto e pubblicare qualsiasi cosa volta ad infangare un partito politico senza avere delle prove su certe affermazioni fatte dai suoi rappresentanti o attribuire frasi o gesta a persone che non possono nemmeno difendersi  per cercare di imporre un pensiero non è un comportamento onesto.
Il pregiudizio non deve diventare una notizia.

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Distorcere o inventare notizie per cercare di solleticare gli istinti più bassi degli utenti pur di guadagnare e generare traffico sui propri siti necessita della complicità attiva di chi condivide link fuorvianti e fasulli. Sul social network più famoso, ovvero Facebook, c’è un invito a restare in contatto con le persone della tua vita. E non sono di certo questo genere di persone quelle che inviterei a casa mia.

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