Il Capodanno ai tempi dei social network

«Immaginate la vita vuota di quelli che dal Primo Gennaio non potranno più chiederci cosa facciamo a Capodanno».
FranAltomare, Twitter
anno-nuovo-14Ancor prima dell’avvento dei social network il Capodanno ha sempre rappresentato un grande evento da festeggiare in modo più o meno ostentato. Oggi più di ieri.
Un’occhiata al passato per poi tornare ai nostri giorni, dove tutto si è amplificato fino allo spasimo.
La fatidica domanda «Cosa fai a Capodanno?», che veniva dapprima sussurrata verso i primi di dicembre, assumeva, col passare dei giorni, un tono quasi inquisitorio. Sembravi costretto a fissare la lampada abbagliante che gli investigatori usano per far parlare una persona sospettata di aver commesso un delitto. Una domanda che incuteva quasi timore, come se la risposta da dare rappresentasse in qualche modo la tua vita, il tuo modo di pensare e soprattutto il tuo status symbol in un momento dell’anno in cui era obbligatorio partecipare al “divertimento” e non badare a spese.
Come se il divertimento avesse una data prestabilita o prevedesse una somma considerevole di denaro.
In alcuni casi la persona sottoposta a tale domanda si lasciava sopraffare da ansia. L’ansia di essere considerata asociale, sfigata o noiosa. O tutte e tre le etichette. Se rispondeva con un tono annoiato che lasciava sottintendere la sua indifferenza nei confronti di certe celebrazioni popolari con frasi come «Non mi sono nemmeno posta il problema» oppure «Penso che leggerò e andrò a dormire con i tappi di cera per non dovermi sorbire i botti di mezzanotte», molte erano le reazioni possibili suscitate.

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La prima era quella di sentirsi inferiore e inadeguato dinnanzi ad una simile snobistica risposta che suonava proprio come un parere. Mio Dio, ma chi si crede di essere questa? Quanta superbia in quella risposta data vi si leggeva!
Quante amicizie o pseudo tali svanivano in pochi secondi.
C’era poi chi si consolava nel sentirsi meno solo nel considerare il Capodanno un giorno molto rumoroso e volgare da cui prendere le distanze. E non per fare la finta alternativa, visto che, con il passare degli anni, trascorrere il Capodanno come una giornata qualsiasi era diventato un must molto chic da chi desiderava distinguersi dalla massa. Ma semplicemente perché non le piaceva quella festa.

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Ma c’era anche chi dinnanzi a simili risposte volgeva uno sguardo di compassione verso la persona sottoposta ad un simile interrogatorio e lasciava accrescere dentro di sé il suo smisurato ego ritenendo di essere fortunato a non aver mai avuto simili pensieri che denotavano un atteggiamento verso la vita profondamente triste.

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«Capodanno è Capodanno», si ripeteva dentro di sé, «capita solo una volta l’anno e…allora a quel paese le spese per un cenone da capogiro, abiti lussuosi da ostentare, un’ulteriore occasione per divertirsi con gli amici, bere in modo smisurato, brindare a mezzanotte, acquistare i migliori fuochi d’artificio e…raccontare ai colleghi, al rientro, di quanto mi sia divertito e di quanto abbia speso».

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La persona che poneva la famigerata domanda non vedeva l’ora di approfittare di quel momento per informare tutti i malcapitati di sua conoscenza in quale locale esclusivo, già prenotato a fine novembre, avrebbe trascorso quella serata speciale in attesa che scoccasse la mezzanotte per brindare alla nascita di un nuovo anno. Forse non aveva festeggiato così nemmeno la nascita del proprio figlio, anche perché troppo occupata tra pannolini e biberon.

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Il Capodanno per chi aveva appena vissuto un doloroso lutto o non aveva una persona amata con cui trascorrere quel “momento più importante” dell’anno, diventava un incubo senza fine, soprattutto se perseguitato da amici e parenti che volevano farlo “distrarre”.
Distrarsi da un dolore mangiando a più non posso e ripetendo ad alta voce il conto alla rovescia insieme al tizio di turno della televisione circondato da visi sorridenti e ragazze danzanti o, peggio ancora, unendosi ad un trenino che si muove a ritmo latinoamericano? Consapevole, come tutti, che dopo quel brindisi tanto “atteso” non cambierà nulla? Distrarsi assistendo a baci appassionati sotto il vischio tra coppie più o meno collaudate dinnanzi a lui/lei?

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E chi era stato appena lasciato dal proprio partner o aveva visto sfumare il suo matrimonio, doveva pure vedere certe scene da film americano? O sorbirsi durante tutta la serata la/il single che i suoi amici si erano prodigati ad invitare per farlo distrarre? Una fuga veloce dopo mezzanotte era pure impensabile, data la pericolosità di spari o di fuochi d’artificio amatoriali per almeno un’ora dopo quel simbolico scocco. E allora si fingeva di divertirsi, si sorrideva all’augurio di chi sosteneva che il suo oroscopo annunciava un anno sensazionale in cui avrebbe incontrato la donna o l’uomo della sua vita e avrebbe avuto così tanto successo sul lavoro da non saper più dove mettere i soldi.

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Il giorno dopo la vittima del Capodanno tirava un sospiro di sollievo per essere sopravvissuto giurando a se stesso che non si sarebbe mai più ripetuta un’esperienza simile.
Poi arrivarono i viaggi “low cost”. Chiunque poteva permettersi di trascorrere una vacanza dove più desiderava andare. Un sogno che diventava realtà. Un mondo sempre più piccolo e alla portata di tutti. E il Capodanno era sempre lì ad attenderti con pazienza, anno dopo anno. Pensavi di essere sopravvissuto a quel giorno più lungo della tua vita, ma ti sbagliavi. La settimana dopo Capodanno diventava sempre più spesso una scusa per essere invitato dagli amici che dovevano mostrarti le foto del loro ultimo viaggio fenomenale appena terminato.

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Ricordo bene quel periodo. Fotografie tutte uguali davanti a tende con lo sfondo di “deserti” vicinissimi a luoghi turistici in posa per il brindisi di mezzanotte tra cammelli e finti beduini organizzatisi per creare una coreografia da “Mille e una notte“. Oppure si scaraventava fuori tutto l’abbigliamento estivo, riposto accuratamente all’inizio dell’autunno, e si approfittava dei famosi “last minute” per trascorrere una vacanza sotto il sole delle Maldive o delle Mauritius. Le regole erano ferree: al tuo ritorno dovevi mostrare di essere molto abbronzato. Il rischio ustione era elevatissimo, ma che importava?

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Eri lì, in un posto paradisiaco e proprio nel giorno più importante dell’anno per poi sfoggiare al rientro qualche pettinatura esotica (ovvero le famose treccine) e un tatuaggio scritto in una lingua incomprensibile. Qualcuno faceva ritorno con un aspetto da lebbroso per essersi spalmato un po’ troppo al sole. Nessuna meraviglia: vuoi mettere cosa aveva voluto dire trascorrere un Capodanno esotico in un luogo in cui ormai incontravi anche il tuo panettiere sotto casa?
Da qualche anno è giunta la crisi, preceduta dall’avvento dei social network. Una crisi mondiale, dicono. Gli esperti invitano a trascorrere le festività in modo più sobrio. Si discute di “decrescita felice“, s’inneggia alla povertà (lo fanno soprattutto i miliardari) e al cibo dei nostri nonni.

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Cambiamento di abitudini per molte persone, ma di certo non a Capodanno. Scherziamo? Dobbiamo mostrare anche noi di essere diventati più poveri? Non sia mai. E poi non bisogna dimenticare che vi sono i social network: tutti guardano quello che facciamo. I soldi per celebrare il Capodanno devono essere trovati a tutti i costi. Anche contraendo un debito. Non importa. A casa, o in un locale alla moda della tua città, o in vacanza, il giorno di Capodanno è rimasto una festa in cui bisogna necessariamente mostrare agli altri di divertirsi o di lasciare di stucco gente di cui non ce ne frega un bel nulla. Anche se il tuo partner ha perso il posto di lavoro e il tuo è a rischio.
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Come farlo? Semplice. Basta pubblicare foto o video di tavole imbandite.
Adesso i baci scoccati quando giunge la mezzanotte, i brindisi, i piatti del cenone riempiono la home di chi ha la malaugurata idea di guardare i social network in questo periodo. Il mondo scorre dinnanzi ai tuoi occhi, guerre e massacri compresi, e anche coloro che il giorno prima pubblicavano post angoscianti sul freddo patito dai terremotati o dalle vittime dei conflitti che si consumano ogni giorno in tutto il mondo, riempiono la home di immagini festose (a volte anche una cinquantina di foto che ritraggono tavolate di gente sconosciuta). Si viene sottoposti alla visione di piatti immortalati durante queste festività o di ricette di brave massaie che trascorrono almeno due giorni davanti ai fornelli per preparare il cenone. Naturalmente non manca chi si lamenta dei chili di troppo e promette di mettersi a dieta dopo l’Epifania, chi parla di buoni propositi per l’anno che sta arrivando e chi domanda (sempre attraverso immagini preconfezionate) un anno migliore di quello che stiamo per lasciare.

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In ogni caso e in qualunque modo, come presagì Andy Warhol, bisogna esserci. Per criticare, per festeggiare, per inviare link stupidi o divertenti, per mostrare di esserci e di divertirsi, anche se ci si sta annoiando terribilmente. Più invii fotografie delle feste a cui partecipi, più la tua visibilità aumenta: «I social network hanno affermato la visibilità come misura del valore», aveva commentato tempo fa Crepet, «sono il contrario di J.D. Salinger che scompare, si ritira dalla vita pubblica, ma permane. Avere un riscontro, un feedback, un like, molti followers diventa una dipendenza».
Aggiungerei io che, a differenza di ciò che si crede, le persone si conoscono meglio sui social network che nella vita di tutti i giorni. L’unico consiglio che mi sento di dare a chi, come me, si sente a disagio dinnanzi ad un eccesso di esibizionismo di cenoni e festività, è quello di non guardare mai, durante il lungo periodo che va da Natale all’Epifania, alcun social network. Nemmeno per pochi minuti. Spesso si tramuta in un ritratto poco lusinghiero dell’umanità. Una carrellata di foto unita ad una melassa insipida di auguri virtuali per una festa che annoia la maggioranza degli esseri umani. Quella maggioranza che non ammetterà mai di sentirsi intrappolato in questo mondo di apparenze e che ogni anno cade nella trappola di queste feste comandate.

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