Gustave Flaubert _ La malattia eterna del “bovarismo”

«La vita è così orribile che la si può sopportare soltanto fuggendola. E lo si fa vivendo nell’arte».

flaubert 1Gustave Flaubert anticipa con la sua opera la formula, poi diventata famosa, dell’‘arte per l’arte’; scrivere solamente per il piacere di farlo, per se stessi, senza alcun interesse per la notorietà o per i soldi. Sebbene sia considerato il precursore del Naturalismo francese, lo scopo della sua opera è quello di dilettarsi nella scrittura, creare metafore e giungere ad una perfezione stilistica che crei libri “inutili” perché il fine ultimo del romanziere, secondo lo scrittore, è quello di osservare la realtà e trascriverla nel miglior modo possibile.
Flaubert si può dunque considerare uno scrittore realista per la semplice ragione che si dedica alla realtà. E poiché la realtà che lo circonda non gli reca alcuna soddisfazione, essa stessa dev’essere tramutata in stile ed acquisire un ritmo soddisfacente. Più che alla storia da narrare, Flaubert è interessato dunque al ritmo del racconto perseguendo un ideale di prosa in cui la parola possa nel medesimo tempo tradursi in pittura, musica e poesia. L’obiettivo che si prefigge viene completamente raggiunto, ma costa allo scrittore un prezzo molto elevato: la sua stessa esistenza. Uomo malinconico e ossessivo viene descritto dagli amici come un grande artista che sfianca la sua mente e si trascina stancamente nella vita, come se qualcosa sia irrimediabilmente morto dentro di sé.

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Famoso in tutto il mondo soprattutto per il suo romanzo “Madame Bovary” da cui si sviluppa, successivamente alla pubblicazione, la corrente di pensiero denominata “bovarismo” che identifica l’insoddisfazione ad adattarsi alla monotona quotidianità della vita di provincia cercando una maniacale evasione nella lettura, tale termine è stato poi adottato anche in psicologia per definire quegli individui, perennemente insoddisfatti e schiacciati da una realtà deludente che li dilania ferocemente a causa della discrepanza tra quello che hanno e ciò che vorrebbero avere. Un’inquietudine esistenziale che potrebbe rappresentare lo stesso scrittore, non solo quando definisce di essere lui stesso Madame Bovary, durante il processo intentatogli per l’accusa di immoralità del romanzo, pronunciando la famosa frase “Madame Bovary, c’est moi !”, (“Madame Bovary, sono io !”) ma per la sua stessa insofferenza verso la vita cui guarda con amarezza come l’eroina tragica della sua opera, intrappolata in un mondo che non le appartiene ed immersa in un universo di sogni irrealizzabili di amori sublimi letti in libri sentimentali.

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Ma l’agitazione di Flaubert, la cui fama esplode proprio con il suddetto romanzo, non è simile a quel personaggio realmente esistito cui guarda in modo impietoso, ma che non riesce a condannare in quanto espressione della fragilità umana. Lo scrittore, nonostante l’impassibilità nel narrare la storia di Emma, percepisce probabilmente la sua vicinanza a quella figura mediocre di donna, vittima di un’educazione sbagliata della società, mettendo in rilievo, pur sempre con uno stile distaccato e realista, il crollo degli ideali romantici dinnanzi all’avanzare di una mentalità borghese che presta attenzione solamente a valori vuoti basati sull’inseguimento isterico del lusso e dell’apparenza.

Il romanzo ancora oggi è molto discusso e si presta a numerose interpretazioni che rendono il libro estremamente attuale in una società dominata dal denaro e dai consumi ed in cui il valore di una persona non è svincolato da ciò che possiede.
Flaubert lascia che l’opinione sui gesti ed i pensieri dei personaggi siano rimandati ad un lettore che trova dinnanzi a sé un romanzo complesso, non per lo stile, ma per la molteplicità dei punti di vista e delle interpretazioni che ne scaturiscono.
“Madame Bovary sono io!” non può e non dev’essere letta come una semplice battuta. Né si può limitare l’opera di Flaubert solamente a quel romanzo.
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Flaubert nasce il 12 dicembre del 1821 a Rouen da una tipica famiglia borghese: il padre è un medico, a sua volta figlio di un medico e la madre è figlia anch’essa di un medico. Una professione che si tramanda di padre in figlio da generazioni. Nulla di nuovo. Oggi come ieri. Ma Gustave romperà tale tradizione.
La sua infanzia trascorre dentro un grande e austero appartamento ubicato in un’ala dell’ospedale in cui lavora il padre.
Inizia a frequentare il liceo a Rouen con due anni di ritardo a causa di difficoltà nell’apprendimento della lettura. Ciò gli causerà un grave complesso d’inferiorità che sfocerà nell’isolamento e nell’ironia nei confronti di una società ai suoi occhi particolarmente nauseante. La sua immaginazione si esprime già prepotentemente sin da giovanissimo insieme ad un pessimismo sulla natura umana che lo conducono ad un isolamento precoce dal mondo.
Gli studiosi moderni si sono dilettati nel formulare ipotesi riguardo supposte malattie mentali dello scrittore, a causa delle frequenti crisi isteriche cui è soggetto e ad un uso sconsiderato di alcool e tabacco che lo debilitano psicologicamente. Tuttavia non bisogna dimenticare che alla base di queste instabilità emotive vi è semplicemente la spossante timidezza di un ragazzo particolarmente fragile ed incapace di superare quel complesso d’inferiorità sorto negli anni scolastici.
E nella scrittura cerca di annegare la propria tristezza, cominciando sin da adolescente ad usare quello strumento creativo per placare la sua infelicità. Un’infelicità nata anche dall’amore per Élise Foucault Schlesinger, una giovane donna sposata, tredici anni più grande di lui. La incontra nel 1836 e rappresenterà per Gustave l’unico e grande amore della sua vita. Un amore irraggiungibile e doloroso che gli ispirerà il romanzo “L’Educazione sentimentale” (1869).
La morte, di parto, dell’adorata sorella Caroline, nel 1846, e poco dopo, quella del suo migliore amico, Alfred Le Poittevin, ucciso dall’abuso di alcool, scaraventeranno lo scrittore in una malinconia cupa e priva di conforto che lo accompagnerà fino alla morte.

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La sua passione per la lettura irrompe in giovane età e, solo quando si parla di libri, il taciturno scrittore s’infiamma e quelle parole dentro di sé, elegantemente tradotte in manoscritti, fluiscono dalle sue labbra leggendo nel suo sguardo impenetrabile un fuggevole lampo di luce. La vera ed unica passione di Flaubert è la letteratura. Alla parola scritta dedica la sua vita, cominciando a scrivere alle dieci di sera e proseguendo, senza interruzione alcuna, fino alle quattro del mattino.

Brano tratto da "Madame Bovary"

Brano tratto da “Madame Bovary”

Ed in quelle ore di febbrile creatività non vede altro che se stesso ed i suoi personaggi che si muovono, agiscono e lui non fa altro che ascoltarne con attenzione le parole.
Un visionario, senza alcun dubbio. Ma differente da altri grandi visionari della letteratura. Non perde il contatto con la realtà; innalza una barriera insormontabile tra sé ed i suoi personaggi. Flaubert ritiene che lo scrittore non debba esprimere giudizi e, dopo aver dato vita ai suoi personaggi, deve scomparire.
Una fatica insormontabile per questo impassibile artista della parola che trascorre ore ed ore a dare un ritmo peculiare alla materia per poterla inchiodare in ciò che ritiene sia la forma perfetta. Ed i suoi manoscritti, sovente incomprensibili, mostrano numerose cancellature e rifacimenti.
Da quel lavoro logorante sorge una prosa inimitabile che riesce a coinvolgere anche il più restio dei lettori sin dalla prima pagina.
Così scrive Marcel Proust nel suo articolo “A proposito dello stile di Flaubert” di cui ne estrapolo la parte in cui Proust afferma di non avere «una predilezione per i libri di Flaubert o per il suo stesso stile» ma sebbene non mostri una particolare passione per tale scrittore non può fare a meno di ammettere «l’uso nuovo e personale che fece del passato remoto, del passato prossimo, del participio presente, di certi pronomi e di certe preposizioni, rinnovò la nostra visione delle cose quasi quanto Kant, con la sua dottrina delle categorie e della realtà del mondo esterno» continuando a commentare così:«chiunque sia salito una volta su quel grande “piano mobile” che è l’opera di Flaubert, dal movimento continuo, monotono, opaco, indefinito, non può non riconoscere che essa è letterariamente senza precedenti».

Isabelle Huppert nel ruolo di Madame Bovary

Isabelle Huppert nel ruolo di Madame Bovary

L’arte di Flaubert nasce da tre elementi fondamentali: l’entusiasmo, lo scetticismo e l’ironia.
L’entusiasmo gli è necessario per appassionarsi al soggetto della narrazione, mentre lo scetticismo, caratteristica della sua personalità, lo aiuta ad osservare con grande attenzione e senza pregiudizio le incomprensibili passioni umane. L’ironia gli serve per rappresentare con distacco le tragedie vissute dai suoi personaggi.
Nel 1840 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza di Parigi, ma non mostra interesse alcuno per gli studi giuridici e comincia a frequentare gli ambienti intellettuali del periodo.
Conosce la scrittrice Louise Colet, ma la passione è destinata a spegnersi presto fino a concludersi definitivamente nel 1855, dopo una fitta corrispondenza epistolare.
Flaubert ritiene che l’unico amore possibile risieda solamente nel sogno dell’amore stesso e non nella realtà e già a vent’anni era giunto alla consapevolezza che vi fosse una netta separazione tra la vita sentimentale e quella sessuale.
Afflitto da una malattia nervosa di cui i medici non riescono ad effettuare una diagnosi condivisa, fa ritorno a Rouen e, dopo la morte del padre, si stabilisce definitivamente con la madre e con la nipote nella casa di campagna di Croisset, un borgo lungo la Senna vicino a Rouen, dove darà vita a tutti i suoi libri. Si allontanerà da Croisset raramente e solo per brevi vacanze a Parigi ed alcuni viaggi all’estero.
Esperienze che compirà per qualche anno, prima di innalzare una decisiva ed insormontabile barriera tra sé e il mondo.
Antecedentemente al 1851, anno in cui si ritirerà a vita solitaria, Flaubert viaggerà molto, soprattutto in Oriente, dove vivrà ogni genere di esperienza sessuale, che si tradurrà in visioni, profumi e sensualità facilmente riscontrabili nel suo interessante “Epistolario“, pubblicato dopo la sua morte, in cui emerge la sua personalità contraddittoria, oscillante tra un’implacabile noia e un amore lussurioso, quasi violento, per la vita.
Dal 1851 comincerà a dedicarsi alla stesura del suo capolavoro “Madame Bovary“. Prima di quel periodo di ritiro, ha già scritto altri libri, tra cui bisogna ricordare “Memorie di un pazzo” (1839) e “Novembre” (1842), ancora intrise di quel romanticismo che lo scrittore rigetterà completamente con l’opera rivoluzionaria che lo renderà famoso in tutto il mondo.
Numerose le trasposizioni cinematografiche del capolavoro di Flaubert, ma ritengo che la migliore sia quella realizzata dal regista francese Claude Chabrol, nel 1991, e che vede protagonista Isabelle Huppert.

Isabelle Huppert interpreta Emma Bovary nel film di Claude Chabrol del 1991

Isabelle Huppert interpreta Emma Bovary nel film di Claude Chabrol del 1991

La storia di Emma Bovary è nota a tutti. Ispirata ad un reale fatto di cronaca, racconta la triste vicenda della moglie annoiata e inquieta di un medico di provincia che, per sfuggire alla mediocrità della vita condotta insieme al marito, diviene l’amante di due uomini ed alla fine muore dopo una lunga agonia provocata dal veleno ingerito perché sopraffatta dai debiti e delusa dalla vita. Sognatrice romantica si aspetta una vita ricca di colpi di scena e storie amorose coinvolgenti, così come li legge nei libri in voga in quel periodo. Cresciuta in collegio, trascorre il suo tempo libero leggendo romanzi d’amore e si fa forza dentro di sé l’idea di fare della sua esistenza un romanzo. Ma la realtà della piccola provincia in cui vive le tarpa le ali e cerca disperatamente di rifugiarsi altrove, alla ricerca spasmodica di relazioni amorose irrimediabilmente destinate a spegnersi. Sprofondata in un abisso senza fine, la donna, vittima di ambizioni più grandi di lei, decide di porre fine alla propria esistenza.
flaubert 11Secondo il mio punto di vista Emma può assurgere a simbolo del conflitto insito in molti esseri umani tra il reale e l’ideale e, sebbene il romanzo apra il cammino al genere realista, penso che lo scrittore, pur cercando di mostrarsi impassibile di fronte alla tragedia di questa donna, abbia voluto mostrare gli effetti deleteri di una visione romantica della vita e l’anelito inappagabile dell’uomo che non riesce ad accontentarsi della ristrettezza rozza della vita reale.
Come già sottolineato prima, la figura di questa donna, non da tutti amata, è stata oggetto di numerose interpretazioni. Tra le innumerevoli opinioni mi sembra molto interessante quella di Charles Baudelaire che così definisce Emma: «questa donna è veramente grande e soprattutto essa ispira pietà; nonostante la durezza sistematica dell’autore, che ha fatto di tutto per essere assente dalla sua opera limitandosi a tirare i fili come un burattinaio, tutte le donne intellettuali gli saranno grate di aver elevato la donna ad una potenza così alta, tanto lontana dall’animale e così vicina all’uomo ideale».
Madame BovaryFlaubert stesso, nonostante impegni tutte le sue forze nel cercare di prendere le distanze dal personaggio, la maltratta implacabilmente perché la considera vittima di una visione erronea della realtà che la condurrà alla bancarotta del proprio animo. Quella “donnetta”, così come lo scrittore stesso la definisce, viene esaminata in modo realistico e spietato, ma quando l’autore viene processato a causa di quel romanzo osceno e immorale, non esita a rispondere a chi gli domanda di fare il nome di quella donna misteriosa, chiamata con un nome fittizio, ringhia di essere proprio lui quel personaggio sgradevole e mediocre. Pur volendo mostrare al mondo e a se stesso di essere un glaciale spettatore della tragedia di Emma, con quella famosa frase sembra voler empatizzare con quella donna, annientata da un’educazione errata, identificando se stesso con le aspirazioni ed il mondo illusorio che si agitano nell’animo della protagonista, impotente dinnanzi al crollo doloroso dei suoi sogni.
La straordinarietà e la bellezza di questo romanzo non è solo da ricercarsi nello stile sublime del suo autore, ma soprattutto nella sua capacità di raffigurare vizi e virtù di una donna su cui alla fine sembra volersi identificare donando nello stesso tempo un ritratto della società ottocentesca, ancora purtroppo attuale, in cui l’essere uomo e poter disporre di un reddito rilevante sono gli unici prerequisiti per poter accedere alla “buona società”. Madame Bovary non è la storia di un’adultera, ma rappresenta un’aspra critica alla società borghese.

Da quel clamoroso processo, Flaubert uscirà assolto, ma recherà in sé l’amarezza di un’ennesima dimostrazione della sua opinione sulla natura umana.
Nel 1862 scrive “Salammbô“, un poema epico storico accolto freddamente dal pubblico e dalla critica che si sentono traditi dall’autore di Madame Bovary, inducendo lo stesso scrittore ad odiare quel romanzo che la ha reso famoso.
Continua a scrivere e si dedica al romanzo di costumi contemporanei riscrivendo quello che molti ritengono il suo capolavoro, “L’educazione sentimentale“, pubblicato poi nel 1869.
flaubert 13Il protagonista del romanzo è un giovane indeciso e oppresso dal conformismo della società borghese dell’Ottocento, descritta in modo eccelso dallo scrittore.
L’individuo, costretto a muoversi in una società siffatta, è soffocato da un sistema che relega in un angolo marginale la grandezza d’animo e i valori posseduti.
Flaubert ci dona un ritratto spietato di quel mondo borghese, ancora oggi dominante, in cui tutto si muove in funzione del denaro e del potere.
L’esistenza apatica di Frédéric Moreau, giovane tormentato e insoddisfatto, da velleitari ambizioni artistiche, si snoda attraverso eventi che lo condurranno all’infelicità e alla disillusione. Un terribile logorio interiore, lento ma inarrestabile, investe il suo essere che non riesce nemmeno a trovare conforto nell’amore nutrito per Madame Arnoux.
La denuncia verso la falsità della società borghese trova in questo romanzo la sua massima espressione. Ma la fama del Flaubert, scrittore scandalo dell’Ottocento si è ormai affievolita e la sua opera non riscuote alcun successo.
Alla morte della madre, nel 1872, lo scrittore è costretto a vendere tutte le sue proprietà per evitare il fallimento del marito della nipote. Con malcelata ritrosia accetta la modesta pensione che il governo francese gli concede e pubblica un altro libro che passa inosservato, La tentazione di Sant’Antonio“.
Si spegne a causa di un’emorragia cerebrale l’otto maggio del 1880, dopo aver trascorso la notte sul manoscritto del romanzo “Bouvard et Pécuchet“.
Pochi amici al suo funerale e nessun elogio ufficiale a questo immenso scrittore le cui tematiche affrontate sono tutt’oggi molto attuali. Purtroppo, come spesso accade, l’incomprensione è il pedaggio che molti artisti sono costretti a pagare nel periodo in cui vivono.
Ritenuto ancora oggi l’iniziatore del Naturalismo, nonostante molti siano i pareri discordanti tra i critici che ne sottolineano anche l’influenza romantica, e diventato famoso per quell’opera che i giudici, per giustificare l’assoluzione dell’autore, considerano «[…] lungamente e seriamente meditata […]» ma «impregnata di un realismo volgare e sovente urtante», riceve uno degli elogi migliori da Emile Zola, che così commenta “Madame Bovary“: «Quando apparve Madame Bovary sembrò che la formula del romanzo moderno, sparsa nell’opera di Balzac, fosse ridotta e chiaramente enunziata nelle quattrocento pagine di un libro. Il codice dell’arte nuova era ormai scritto».
A questo grande scrittore il cui nome è divenuto ormai una leggenda nella letteratura per il suo modo rivoluzionario di scrivere, dedico un piccolo omaggio riportando alcuni dei suoi pensieri più significativi.

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Nervoso. Vien detto ogni volta che non si capisce niente di una malattia; la spiegazione soddisfa l’interlocutore.
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Nel profondo del suo cuore, aspettava che accadesse qualcosa. Come i marinai naufraghi, rivolgeva uno sguardo disperato alla solitudine della sua vita, nella speranza di scorgere una vela bianca tra le lontane nebbie all’orizzonte… Ma non accadeva nulla; Dio voleva così! Il futuro era un corridoio oscuro e la porta in fondo era sbarrata.
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La patria, probabilmente, è come la famiglia, se ne sente il suo valore solo quando la si perde.
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I cuori delle donne sono come quei mobiletti a segreto, pieni di cassetti racchiusi gli uni negli altri; ci si affanna, ci si rompono le unghie, e in fondo ci si trova qualche fiore secco, dei granelli di polvere – o il vuoto!
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Gli affetti profondi somigliano alle donne oneste. Hanno paura di essere scoperte e passano nella vita con gli occhi bassi.
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I momenti più gloriosi della tua vita non sono i cosiddetti giorni del successo, ma piuttosto quei giorni quando dalla depressione e dallo sconforto senti sorgere in te una sfida alla vita, e la promessa di realizzazioni future.
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Da bambino, amavo ciò che si vede; da adolescente, ciò che si sente; da uomo, non amo più nulla.
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Ottimista è un altro termine per dire sciocco.
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Un uomo si è perso qualcosa se non si è mai svegliato in un letto sconosciuto di fronte a un volto che non vedrà mai più, e se non ha mai lasciato un bordello all’alba con la tentazione di buttarsi nel fiume per il puro disgusto che prova per la vita.
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C’è tanta gente la cui gioia è così immonda, il cui ideale è così meschino, che noi dobbiamo benedire la nostra disgrazia se ci fa più degni.
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Tre cose occorrono per essere felici: essere imbecilli, essere egoisti e avere una buona salute; ma se vi manca la prima, tutto è perduto.
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Vorrei il bello nell’infinito, invece vi trovo soltanto il dubbio.
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Il sogno della democrazia è di innalzare il proletario al livello di stupidità raggiunto dai borghesi.
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Sii ben ordinato nella tua vita, e ordinario come un borghese, in modo da poter essere violento e originale nel tuo lavoro.
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La parte migliore della vita si trascorre a dire “È troppo presto”, e poi a dire “È troppo tardi”.
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Ama l’arte; fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno.
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Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte.
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L’umanità è quel che è, il problema non è cambiarla, ma conoscerla.
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Se si è coinvolti nella vita, la si vede poco chiaramente; la vista è oscurata dalla sofferenza, o dal godimento. L’artista, secondo me, è una mostruosità, qualcosa al di fuori della natura.
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Le persone “con i piedi per terra” dicono che l’amore è una follia. In realtà ciò che accade è che la fantasia violentemente distorta da immagini piacevolissime, dove ogni passo ti avvicina alla felicità, viene crudamente riportata alla dura realtà.
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“Non vi ripugna questa congiura del mondo? C’è un solo sentimento che esso non condanni? Gli istinti più nobili, le simpatie più pure sono perseguitati, calunniati, e se si trovano due povere anime, tutto è organizzato perché non possano incontrarsi. Eppure esse tenteranno, sbatteranno le ali, si lanceranno richiami. Facciano pure!
Presto o tardi, fra sei mesi o dieci anni potranno riunirsi, amarsi, perché lo esige la fatalità, perché sono nate l’una per l’altra”.
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Entrò nella cucina della locanda con la gola stretta, le gote pallide e quella determinazione dei codardi che nulla può fermare.
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"La sfrontatezza dipende dagli ambienti dove si posa: non parliamo al mezzanino come al quarto piano, e la donna ricca sembra abbia intorno a sé, per conservare la propria virtú, tutti i suoi biglietti di banca, come una corazza, nella fodera del busto."

“La sfrontatezza dipende dagli ambienti dove si posa: non parliamo al mezzanino come al quarto piano, e la donna ricca sembra abbia intorno a sé, per conservare la propria virtú, tutti i suoi biglietti di banca, come una corazza, nella fodera del busto.” Tratto da “Madame Bovary”.

Chiamo borghese tutto ciò che pensa bassamente.
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La felicità è una menzogna, la cui ricerca è causa di tutti i malanni della vita. Ma ci sono calme serene che la imitano e forse la superano.
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S’era sentito dire quelle cose tante volte, che non avevano per lui nulla d’originale. Emma rassomigliava a tutte le amanti; e il fascino della novità, cadendo via a poco a poco al modo d’un vestito, lasciava apparire a nudo l’eterna monotonia della passione, che ha sempre le stesse forme e lo stesso linguaggio. Non distingueva, quell’uomo cosí ricco di esperienze, la diversità dei sentimenti che si cela sotto l’uniformità delle espressioni. Poiché labbra libertine o venali gli avevano mormorato frasi simili, egli non credeva che debolmente al candore di quelle; tutto andava sminuito, pensava, nei discorsi infocati si nascondono gli affetti mediocri; come se la pienezza dell’anima non traboccasse qualche volta dalle metafore piú vuote, perché nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura delle proprie necessità, né dei propri concetti, né del proprio dolore, e la parola umana è come una paiolo incrinato su cui veniamo battendo melodie atte a far ballare gli orsi, quando vorremmo intenerire le stelle.
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Eh, no! perché declamare contro le passioni? Non sono forse la sola cosa bella che ci sia sulla terra, la fonte dell’eroismo, dell’entusiasmo, della poesia, della musica, delle arti, di tutto infine?
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L’assenza dell’oggetto amato fece sì che l’amore si estinguesse, un po’ alla volta.
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Io sto morendo, ma quella puttana di Emma Bovary vivrà in eterno.
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Perché voler essere qualcosa quando si può essere qualcuno?
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L’incanto della novità, cadendo a poco a poco come una veste, mette a nudo l’eterna monotonia della passione che non cambia mai forma, non cambia mai linguaggio.
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Quella vile docilità che per molte donne è come il castigo e insieme il riscatto dell’adulterio.
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Denigrare coloro che amiamo equivale sempre a staccarcene un poco: non bisogna toccare gli idoli, se non si vuole che la doratura ci resti sulle mani.
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La parola è una specie di laminatoio che affina i sentimenti.
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Non sapeva che la pioggia a goccia a goccia crea laghetti sulle terrazze delle case, quando le grondaie sono otturate, e avrebbe continuato a credersi al sicuro se d’improvviso non avesse scoperto una falla nelle sue difese.
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Un infinito di passioni può essere contenuto in un minuto come una folla in un piccolo spazio.
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Una di quelle felicità complete che appartengono soltanto alle occupazioni mediocri, le quali divertono l’intelligenza con difficoltà facili a sormontarsi e la saziano in una realizzazione di là dalla quale non vi sono sogni.
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3 commenti

  • […] Head Blues… i film svedesi naturalmente… L’educazione sentimentale di Flaubert… Marlon Brando, Frank Sinatra, quelle incredibili… mele e pere dipinte da Cézanne, i […]

  • […] dovrebbe alzarsi in piedi e gridare forte semplicemente i nomi degli autori che ama. Io amo Kafka, Flaubert, Tolstoj, Cechov, Dostoevskij, Proust, O’Casey, Rilke, Garcìa Lorca, Keats, Rimbaud, Burns, […]

  • […] Nel 1841 avviene l’incontro più importante della sua vita; conosce infatti l’illustratrice trascendentalista Sophia Amelia Peabody che sposerà l’anno dopo e che amerà appassionatamente fino all’ultimo giorno della sua vita. Trascorre quattro anni alla Brook Farm, una piccola colonia del movimento filosofico e poetico del trascendentalimo che analizza l’essere umano nelle sue relazioni con la natura e la società. Lascerà poco dopo il movimento, volgendo maggiormente la sua attenzione ai rapporti tra l’uomo e la società. L’ottimismo dei trascendentisti è piuttosto lontano dalla sua visione pessimistica e dal suo perenne interesse verso l’antico concetto puritano del peccato. L’esperienza nella comunità della Brook Farm gli ispirerà l’ironico “Il romanzo di Valgioiosa” (1852). Secondo lo scrittore, la fede assoluta nella ragione e nella natura gli appare insensata perché limita la complessità dell’animo umano, con le sue zone di luce, ma anche di ombre. Quei lati oscuri di cui nessun essere umano sembra esserne esente. Per trovare la verità è necessario indagare su quell’eredità che gli antichi puritani hanno lasciato e interpretarne la loro cultura introspettiva in senso laico. Torna a lavorare per altri tre anni alla dogana di Boston e viene nominato console degli Stati Uniti a Liverpool, grazie al presidente Franklin Pierce, suo vecchio compagno di studi. Rimane a lungo in Europa e viaggia molto visitando anche l’Italia che gli ispirerà il romanzo “Il fauno di marmo” (1860). Dopo aver scritto la collezione di racconti, “Muschi di una vecchia parrocchia“, pubblicata nel 1846, sembra che lo scrittore abbia accantonato l’interesse storico per dedicarsi completamente al genere fantastico. Tuttavia si tratta solo di una piccola pausa perché, come scriverà nell’introduzione al suo più famoso romanzo, “La lettera scarlatta“, «il passato non era morto». Quel passato che si agita sempre dentro di sé è racchiuso in quel mai sopito rimorso per le azioni commesse dai propri antenati che direttamente e indirettamente si macchiarono di colpe imperdonabili. Alle sfortunate vittime di tanta crudeltà, Hawthorne dedica un romanzo che rappresenta il suo biglietto d’ingresso nella storia della letteratura mondiale. Pubblicato nel 1850, il romanzo è considerato uno dei capolavori della letteratura statunitense. La lettera scarlatta non è altro che una grande «A», ricamata sul petto delle donne che commettevano il peccato di adulterio nella New England del 1600. Pratica molto diffusa nel suddetto periodo storico, viene posta sul vestito della protagonista del romanzo, Hester Prynne. L’adultera cui è stato inflitta la condanna di portare sul petto il simbolo infamante del suo peccato, nonostante l’umiliazione subita, trova il coraggio di esibire quel marchio d’infamia con orgoglio. Non rivelerà il nome di chi ha commesso quel peccato insieme a lei e con forza decide di vivere senza l’aiuto di nessuno. Irrompe così nella letteratura un’adultera molto differente dalla famosa Madame Bovary di Gustave Flaubert. […]

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