Giovane e Bella, il mistero dell’adolescenza femminile


giovane e bella, il mistero dell'adolescenza femminile
L’insondabile mistero dell’adolescenza femminile viene narrato attraverso lo sguardo malinconico e inafferrabile della bellissima Marina Vatch, protagonista della spiazzante pellicola scritta e diretta da François OzonGiovane e Bella” ( Jeune et Jolie ), dal nome della famosa rivista francese per ragazzine.
Marina Vatch interpreta sublimamente il ruolo di Isabelle, un’attraente liceale di appena diciassette anni che nelle prime scene del film sembra simboleggiare perfettamente l’adolescente tipica, imbronciata e scostante.
Così come accade a molte ragazze della sua età, sembra non aspetti altro che liberarsi della sua verginità e decide di farlo con un ragazzo tedesco appena conosciuto in spiaggia. Scarni i dialoghi tra i due, sebbene lui cerchi in tutti i modi di approfondire la relazione. Lei non si spinge oltre un gelido « Se ti va…» a qualsiasi proposta del ragazzo e ne asseconda l’invito a trascorrere una serata insieme solo per raggiungere il fine di sperimentare quella sessualità che, prima del rapporto con quel quasi perfetto sconosciuto, si era limitata a pratiche autoerotiche.
Delusa dalla sua prima esperienza, chiude ogni possibile risvolto della storia appena iniziata senza fornire alcuna spiegazione.

giovane e bella, il mistero dell'adolescenza femminile
Algida e scontrosa, non riesce ad essere veramente amica di nessuno, nemmeno di quella che dovrebbe essere la sua migliore amica alla quale non racconta, al suo rientro a scuola, di aver perduto la verginità. Non mostra alcun interesse per i suoi coetanei di sesso maschile e veste in modo dimesso.
Un giorno, all’uscita da scuola, viene fermata da un uomo che le propone un incontro a pagamento e le comunica il proprio numero di telefono. Non le scrive il numero. Glielo dice a voce. Lei accenna un sorriso e finge, accanto alla sua migliore amica, disinteresse per tale insolita offerta. Ma nei suoi occhi si scorge per un attimo un lampo di vita. Isabelle, ragazza benestante parigina, che vive insieme alla madre, il patrigno e il fratello di tredici anni, tiene bene in mente il numero dell’uomo e non perde tempo nel crearsi un account falso su internet usando il nome della nonna materna Lèa e introducendo una nuova scheda nel suo telefonino.
Comincia così la doppia vita di Isabelle/Lèa che la ragazza riesce a sostenere con sorprendente freddezza. E lo sguardo del regista la segue attentamente senza lasciar intravedere la sua opinione: la macchina da presa inquadra ogni sfumatura di quell’adolescente che, nell’arco della stessa giornata, riesce ad essere studentessa modello e schiva nei confronti dei compagni di scuola, per poi trasformarsi in pochi istanti in un’esperta prostituta in grado di accontentare anche i clienti più esigenti per trecento euro. Le sue prestazioni, svolte con estrema professionalità, si consumano dentro camere di raffinati alberghi e il suo giro di clientela tende ad incrementarsi ogni giorno di più tra gli anziani facoltosi di Parigi alla ricerca dell’ormai perduta ebbrezza giovanile a cui rimediano con pillole notoriamente in grado di donar loro la sensazione di avere ancora vent’anni.

giovane e bella il mistero dell'adolescenza femminile
Attoniti e storditi di fronte all’eterno mistero dell’adolescenza, in particolar modo quella femminile, di quell’oscuro periodo di transizione che pochi sono riusciti a scandagliare in modo esaustivo, cerchiamo di comprendere cosa abbia spinto una ragazza senza alcun problema economico ad intraprendere un cammino denso di rischi e umiliazioni. Ed è facile empatizzare con la madre che, alla morte di un cliente nelle braccia della figlia, scopre, grazie alle indagini della polizia, quella parte oscura che nessun genitore vorrebbe mai conoscere. «Ha il vizio dentro…» commenta la madre e confessa alla stessa figlia di aver paura di lei. Nè la psicoterapia, nè lo stesso regista che, durante un’intervista del 2013, aveva dichiarato di voler approfondire il disagio adolescenziale e di essersi confrontato con alcuni poliziotti che si occupano della prostituzione minorile a Parigi, riescono ad approfondire le ragioni di tale scelta.
La stessa ragazza non lascia trasparire le motivazioni che l’hanno indotta ad un simile percorso.

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E cercare di semplificare certi comportamenti con il rapporto quasi inesistente con il padre naturale, che vive in Italia da anni e comunica con la figlia solo tramite assegni spediti in occasione delle festività, sembrerebbe quasi un voler a tutti costi dare una spiegazione che la stessa Isabelle non riesce nemmeno a dare a se stessa. Va dallo psicologo solo perché costretta a farlo e lo paga con i soldi che si è guadagnata con il suo lavoro. Quei soldi nascosti accuratamente non erano mai stati spesi. Non è il desiderio di avere più di quello che possiede a spingerla a prostituirsi, né l’appagamento sessuale. Il piacere da lei provato s’intravede prima degli incontri, quando si cambia d’abito, si trucca in modo appariscente e s’incammina verso l’ignoto con la consapevolezza di essere desiderata. Sembra di vederla recitare un ruolo che l’affascina, sottrae la camicetta di seta della madre, come si fa da bambine e s’indossano i vestiti della donna che ci ha messe al mondo con una punta di gelosia e la voglia di crescere in fretta.
La genialità del film, che rimanda al grande Buñuel, è racchiusa non solo nel misterioso universo delle donne-bambine adolescenti, ma si estende al permanente interrogativo dell’ambivalenza della sessualità femminile. Un eterno enigma che può terrorizzare e affascinare nel medesimo tempo. Penetrare nell’animo femminile e nei suoi desideri inconfessabili è una ricerca già persa prima di iniziare. E lo sa bene Ozon che si perde, da uomo palesemente confuso, a riprendere la stessa ragazza intraprendere una relazione con un suo coetaneo e mostrarsi vergognosa ed esitante, quando lui la invita ad andare a casa sua. A lei, la stessa Léa, avvezza da mesi a vendere il proprio corpo, non sembra giusto concedersi ad un ragazzo solamente dopo una passeggiata sullo sfondo della romantica Parigi.

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E allora i moralisti per un attimo si tranquillizzano e pensano che forse si sia innamorata e che qualcosa stia per mutare in lei. La famiglia sembra rasserenarsi nel vederla finalmente con un ragazzo della stessa età, ignaro della doppia vita della ragazza fino a poco tempo prima. Ma il finale che tutti vorremmo è sconosciuto al cinema francese, noto per spiazzare totalmente lo spettatore. A dire il vero non esiste un finale. I film francesi si concludono improvvisamente con una scena che non lascia comprendere il proseguimento della storia. E anche per questa caratteristica è un cinema per palati raffinati che si regge su pochi ed eccellenti attori, in scene spesso prive di dialoghi e lunghissimi silenzi in cui la macchina da presa indugia su sguardi persi nel vuoto e “profondissima ( ma apparente ) quiete.”
E a noi non resta altro da fare che provare ad interpretare quel che accadrà dopo, senza giudicare la silenziosa inquietudine di Isabelle/Lèa che riprende la scheda usata prima che la polizia scoprisse la sua segreta attività e s’incontra con la moglie del cliente deceduto tra le sue braccia e verso il quale la protagonista aveva nutrito una particolare predilezione. E la lacrima che sfugge alla malinconica Isabelle alla fine del film elude ogni tentativo d’interpretazione. A noi non resta altro che coglierne la bellezza.

giovane e bella il mistero dell'adolescenza
La storia si srotola in quattro capitoli corrispondenti alle quattro stagioni e ogni capitolo comincia con un meraviglioso brano di Françoise Hardy. Film elegante e raffinato, merita di esser visto per il turbinìo di emozioni in grado di scatenare, per gli interrogativi sospesi e per il pregio di riprendere quei temi cari alla nouvelle vague francese che hanno segnato la storia del cinema.
Le risposte che non rispondono e lasciano aperte questioni come il rapporto della ragazza con il padre naturale sono pura opera d’arte. «Cosa ne pensi di tuo padre?» «È mio padre.»
Diciassette anni? Che bell’età!
Forse chi pronuncia quella frase non ha mai avuto diciassette anni oppure non conserva alcun ricordo di un’età maledettamente difficile e piena di enigmi. Soprattutto per il sesso femminile.
Impossibile non condividere i meravigliosi versi di Arthur Rimbaud in Romanzo, recitati a turno dalla stessa Isabelle e dai suoi compagni di classe.

«I Non si può essere seri a diciassette anni. – Una sera al diavolo birra e limonate E i chiassosi caffè dalle luci splendenti! – Te ne vai sotto i verdi tigli del viale. Come profumano i tigli nelle serate di giugno! L’aria talvolta è così dolce che chiudi gli occhi; Il vento è pieno di suoni, – la città non lontana, – E profuma di vigna e di birra…
II – Ed ecco che si scorge un piccolo brandello D’azzurro scuro, incorniciato da un piccolo ramo, Punteggiato da una cattiva stella, che si fonde Con dolci brividi, piccola e tutta bianca… Notte di giugno! Diciassette anni! – Ti lasci inebriare. La linfa è uno champagne che ti sale alla testa… Si vaneggia; e ti senti alle labbra un bacio Che palpita come una bestiolina…
III Il cuore, folle Robinson nei romanzi, – Quando, nel chiarore di un pallido fanale, Passa una signorina dall’aria incantevole, All’ombra del terrificante colletto paterno… E siccome ti trova immensamente ingenuo Trotterellando nei suoi stivaletti, Si volta, lesta, con movimento vivace… – E sulle tue labbra muoiono le cavatine».

Il trailer del film:



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