Dal “Caligola” di Albert Camus uno dei brani più poetici.

Il testo teatrale “Caligola” di Albert Camus, scritto e revisionato in un arco di tempo che supera i vent’anni, resta, come tutti i classici, un’opera di estrema attualità. Dramma in cinque atti pubblicato nel 1944, offre un ritratto profondamente umano del noto imperatore, giovane uomo molto simile agli altri, ma che viene assalito da una profonda crisi alla morte della sorella-amante Drusilla. La morte della donna è per Caligola la rivelazione dell’assurdità della condizione umana: «gli uomini muoiono e non sono felici». Incapace di reagire ad un simile dolore, il giovane imperatore comincerà ad esercitare il proprio potere nel modo più malvagio possibile. Quello stesso potere da lui detestato e temuto, prenderà il via da un terribile sillogismo: «Moriamo perché siamo colpevoli, siamo colpevoli perché siamo soggetti a Caligola, e tutti sono soggetti a Caligola, quindi tutti sono colpevoli. Una questione di tempo e pazienza.» Non gli interessa espandere l’impero, vorrebbe qualcosa che sa già di non poter mai possedere, la luna, e, consapevole della cattiveria insita in ogni essere umano, esibisce un comportamento malvagio con tutti, come a voler dimostrare l’immoralità del potere. Vorrebbe ricostruire il mondo e lo fa attraverso innumerevoli omicidi affinché gli uomini escano dalla loro ignobile sottomissione: «Non capiamo il destino ed è per questo che mi sono fatto un destino. Ho preso il volto stupido e incomprensibile degli dei.» Ciò che dunque realmente desidera è diventare crudele come il destino e far sì che attraverso la sua malvagità altri uomini ne siano consapevoli. Odiato da tutti, non fa nulla per evitare la propria morte. La stessa morte rappresenta infatti l’apoteosi di tutte le sue azioni e la prova del suo rifiuto verso l’assurdo che lo schiaccia.
Da quest’opera estremamente drammatica e poetica ho selezionato un brano che ritengo molto struggente e significativo.

[…]
Scipione: E che solitudine immonda ha da essere la tua !
Caligola: (Prorompe ; gli si scaglia contro, lo scuote, lo scrolla).
La conosci tu la solitudine?
Sì, quella dei poeti e degli impotenti.
La solitudine?
Quale solitudine?
Ma lo sai che non si è mai soli?
E che dovunque ci portiamo addosso il peso del nostro passato e anche quello del nostro futuro?
Tutti quelli che abbiamo ucciso sono sempre con noi.
E fossero solo loro, poco male.
Ma ci sono anche quelli che abbiamo amato,
quelli che abbiamo amato e che ci hanno amato.
Il rimpianto,
il desiderio,
il disincanto e la dolcezza,
le puttane e la banda degli dei!
La solitudine risuona di denti che stridono,
chiasso, lamenti perduti…
se soltanto potessi godere la vera solitudine,
non questa mia solitudine infestata dai fantasmi,
ma quella vera,
fatta di silenzio e
tremore d’alberi.
[…]

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