Anton Čechov _ La tragica banalità della vita

«Qualsiasi idiota può superare una crisi; è il quotidiano che ti logora».
cecov 2A differenza di Lev Tolstoj e di altri scrittori e drammaturghi del periodo in cui vive, Anton Čechov ritiene di non aver alcun messaggio da comunicare agli uomini ed il suo rapporto con la letteratura è piuttosto ombroso. Privo di illusioni, descrive mirabilmente il lento e monotono fluire della vita, senza curarsi minimamente di attribuire un senso alla nostra esistenza. D’altronde la vita, sembra suggerirci attraverso le sue opere, non ha alcun senso, è quello che è, e l’unica cosa che possiamo fare è quella di ascoltarla dentro di noi e nel mondo che ci circonda.
Čechov asserisce che per creare un buon racconto sarebbe necessario immaginare un evento da cui sia poi possibile poter eliminare l’inizio e la fine. Ciò scaturisce dalla sua consapevolezza che la vita sia semplicemente l’oggetto di una rappresentazione artistica, senza principio e senza finale. Tale premessa ci consente di capire il motivo per cui lo scrittore russo affermi di non essere in grado di scrivere un romanzo, mentre in realtà lo fa, inconsapevolmente, attraverso i suoi racconti che, ad un’analisi approfondita, sono dei capitoli di uno stesso romanzo. Racconti dunque senza alcun principio e senza alcuna fine dell’immensa storia che vuole narrare al mondo, la storia quotidiana del suo popolo negli ultimi anni dell’Ottocento.

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Lo stesso principio applicherà alle sue commedie che mostrano un nuovo modo di concepire il teatro privandolo di tutti gli schemi e i trucchi ottocenteschi per poter raggiungere lo scopo di rappresentare la vita direttamente sul palcoscenico.
cecov 5Può esserci d’aiuto la conversazione che Čechov  sostiene con il poeta Sergey Gorodeckiy e che sarà riportata in parte nella commedia “Il gabbiano” attraverso le parole del drammaturgo rivoluzionario Treplëv per meglio comprendere il suo pensiero: «Si esigono eroi, eroismo, ed eroismo che produca effetti scenici. Pure nella vita non si spara, non ci si impicca, non si dichiara il proprio amore e non si enunciano pensieri profondi tutti i giorni e a getto continuo. No, quasi sempre nella vita si mangia, si beve, si fa all’amore, si dicono delle sciocchezze. È tutto questo che si deve vedere sul palcoscenico. Bisogna scrivere una commedia in cui le persone vanno, vengono, pranzano, parlano della pioggia e del sole, giocano alle carte non per volontà dell’autore, ma perché tutto questo avviene nella vita reale».
Questo pensiero ci riporta immediatamente al Naturalismo di Zola, ma l’autore si affretta a precisare che il suo non è: « […] naturalismo né realismo. Bisogna lasciare la vita qual è, gli uomini quali sono, veri e non gonfi di retorica».
cecov 3Nato a Taganrog il 29 gennaio del 1860 da una famiglia di umili origini, così descrive il grande scrittore, drammaturgo e medico russo quel cosiddetto “periodo magico” della vita che purtroppo, più spesso di quanto si pensi, viene negato ai bambini: «Mio padre cominciò a educarmi, o più semplicemente a picchiarmi, quando non avevo ancora cinque anni. Ogni mattina, al risveglio, il primo pensiero era: oggi sarò picchiato? Sono stato allevato nella religione, ho cantato nel coro, o letto gli Apostoli e i salmi in chiesa, ho assistito regolarmente ai mattutini, ho persino aiutato a servir messa e ho suonato le campane. E qual è il risultato di tutto ciò? Non ho avuto infanzia. E non ho più alcun sentimento religioso. L’infanzia per i miei fratelli e per me è stata un’autentica sofferenza».
Il padre, un uomo dispotico ed estremamente religioso, ha una modesta drogheria e costringe la famiglia a sottostare ai dettami della sua fede cattolica, a permanere per ore in luoghi gelidi e a seguirlo quotidianamente ad assistere alle funzioni principali che si svolgono in chiesa. La madre, sottomessa al marito, viene quotidianamente maltrattata e conduce la sua esistenza silenziosamente, senza mai ribellarsi. La sua immensa dolcezza scalda l’animo del futuro scrittore che così esprime il suo profondo amore:«Per me non esiste nulla di più caro di mia madre in questo mondo pieno di cattiveria».
Non particolarmente brillante negli studi inizialmente, a causa dei numerosi impegni per aiutare il padre e la mancanza di stimoli dovuta ad insegnanti che lo stesso scrittore definirà “miserabili funzionari“, conclude il liceo in modo eccellente e ottiene una borsa di studio che gli consente di accedere all’università.

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Attento osservatore della vita quotidiana, mentre frequenta l’università, comincia a collaborare con giornali e riviste scrivendo brevi racconti umoristici e firmandoli con diversi pseudonimi per la vergogna di tale attività costretto a condurre per ricavarne un modesto guadagno.
Un noto critico, a proposito di questo esordio letterario di Čechov, scriverà che l’autore comincia ad affacciarsi al mondo della letteratura scrivendo barzellette e concluderà tale percorso con l’angoscia.
Commento poco pertinente visto che l’atteggiamento dello scrittore nei confronti della vita resterà immutato persino quando sarà colpito da una malattia incurabile. L’ironia e il sorriso non smetteranno di tener compagnia a Čechov nemmeno nel momento più buio della sua vita. Vicino alla morte, infatti, continuerà a sorridere e a fare in modo da non recare alcun disturbo alle persone care.

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Laureatosi in medicina nel 1884, esercita la sua professione saltuariamente e consacrandola soprattutto al popolo affamato e colpito da epidemie.  Il rapporto conflittuale e logorante del suo lavoro di medico lo condurrà poi ad abbandonare tale professione, per dedicarsi a quella che denomina “l’amante del cuore“, la letteratura.
La medicina viene da lui definita invece la “moglie legittima“, un campo che decide di lasciare quando si rende conto che tutte le conoscenze acquisite non gli impediscono di salvare la vita ad una ragazza o ad un bambino.

Anton Čechov, biografia e citazioni

Anton Čechov con la moglie Olga Knipper

Scrive più di duecento racconti e numerosi drammi, ancora oggi rappresentati dappertutto con grandissimo successo. Si ammala di tubercolosi e soggiorna varie volte in sanatori per cercare di debellare il male che lo affligge. Si sposa nel 1901 con l’attrice di teatro Olga Knipper e si spegne, dopo l’ultimo tentativo di sconfiggere la malattia, nel 1904, a soli quarantaquattro anni.
Prima di chiudere per sempre gli occhi domanda un bicchiere di champagne e lo svuota lentamente.
La visione cupa della vita è ben evidente nelle opere di Anton Čechov. Con uno stile semplice e privo di fronzoli, che rigetta il bagaglio altisonante del teatro ottocentesco, lo scrittore russo mette a nudo la tragedia quotidiana dell’uomo e scuote la palude letteraria del periodo reazionario in cui vive mettendo sotto accusa la società del suo tempo.
Le quotidiane pene che l’uomo deve affrontare in un’esistenza di cui nessuno conosce il significato vengono messe in atto nei suoi racconti attraverso personaggi spesso fraintesi e vessati, che cercano di dare un senso alla loro misera esistenza senza averne alcun riscontro positivo.
La sua narrativa, inizialmente influenzata dallo stile comico e grottesco di Gogol, acquisisce presto una peculiarità che lo contraddistingue dagli altri intellettuali dell’epoca e che si manifesta nel suo cogliere profondamente tutte le sfumature dell’animo umano. Lo scrittore concentra soprattutto la sua attenzione sulla borghesia russa, consapevolmente passiva della sua imminente fine, e sul paesaggio russo. 

Tra i suoi più noti racconti non bisogna dimenticare “La steppa, “La corsia n.6“, “Il monaco nero“, “Il duello“, “La mia vita“, “I contadini“, “La signora con il cagnolinoeNel burrone“.
Una menzione particolare ai quattro quaderni di appunti biografici, “I quaderni del dottor Čechov, in cui si può comprendere ulteriormente il suo pensiero.

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Notevole la sua produzione teatrale che comprende capolavori ancora oggi di estremo interesse quali il già menzionato “Il gabbiano” “Ivanov“, “Zio Vanja“, “Le tre sorelle e “Il giardino dei ciliegi.

Illustrazione di ALE + ALE per «Tuttolibri» ispirata al «Giardino dei ciliegi» di Anton Cechov.

Illustrazione di ALE + ALE per «Tuttolibri» ispirata al «Giardino dei ciliegi» di Anton Cechov.

Il teatro del grande autore russo è innovativo nella sua assenza di un protagonista e nei lunghi silenzi che attraversano le rappresentazioni sceniche contornate da personaggi abulici e alienati con palesi difficoltà di comunicazione. Quell’atmosfera sonnambula di perenne attesa anticipa i temi successivi della drammaturgia occidentale. I suoi personaggi manifestano la prerogativa tipicamente umana di sciupare la propria vita, trascinandosi in un’esistenza priva di sogni, o, al contrario, scontrandosi con l’amara disillusione per aver sognato e preteso molto nel loro percorso su questa terra.
Nel teatro prettamente lirico di Čechov la trama è quasi inesistente e gli eventi più significativi che investono la vita dei protagonisti avvengono fuori dalla scena. L’azione viene sostituita dalla rappresentazione sommessa dei vari stati d’animo dei personaggi e non si prevede alcun finale. Gli episodi più significativi che si devono sapere sono già accaduti o vengono raccontati quando comincia la commedia. Gli spettatori assistono quindi ad un momento della vita di alcuni personaggi.
Le tematiche ricorrenti del teatro e della narrativa di Čechov si possono racchiudere in quel lento fluire di una vita che assiste indifferente al consumarsi della tragedia degli uomini, la vanità delle passioni umane e l’impossibilità dei personaggi di liberarsi dalla gabbia del proprio tragico destino.
Considerato uno dei più grandi scrittori della letteratura russa, per l’originalità del suo stile e per la capacità di guardare la vita in modo semplice e complesso nello stesso tempo, Čechov riesce a rilevare gli aspetti più tristi e nascosti della natura umana con un certo distacco che ne attenua la tragicità.
Di seguito alcuni suoi pensieri e racconti.

Quel che proviamo quando siamo innamorati è forse la nostra condizione normale. L’amore mostra quale dovrebbe essere l’uomo.
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Sessantamila abitanti si preoccupano soltanto di mangiare, di bere, di riprodursi e non hanno alcun interesse nella vita […] non ci sono né patrioti, né uomini d’affari, né poeti», e la città è sporca, insignificante, pigra, ignorante e noiosa. Non vi è neppure un’insegna che sia priva di errori d’ortografia. Le vie sono deserte […] la pigrizia è generale.
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Che fortuna possedere una grande intelligenza: non ti mancano mai le sciocchezze da dire.
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Può essere bello solo ciò che è grave.
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Si dice che la verità trionfa sempre, ma questa non è una verità.
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Una volta nel gregge, è inutile che abbai: scodinzola!
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Io volevo dire onestamente alla gente: – Date uno sguardo a voi stessi e vedete come grame e desolate sono le vostre esistenze! – L’importante per me è che la gente si rende conto di ciò, perché, quando lo faccia, riuscirà poi a crearsi un altro e migliore modo di vita. Io non vivrò abbastanza per vederlo, ma so che esso sarà completamente diverso dal nostro. E finché questo differente modo di vita non sia per diventare una realtà, io continuerò a dire alla gente: Per favore, rendetevi conto che la vostra esistenza è grama e desolata! – Non mi pare che ci sia motivo di piangere per questo.
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Una donna può esser amica di un uomo solamente in questa progressione: dapprima conoscente, poi amante e infine amica.
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Quando il diluvio ci minaccia, non bisogna temere di bagnarsi i piedi.
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Medvedenko — Ma perché andate sempre vestita di nero?
Maša — Perché sono infelice. Porto il lutto per la mia povera vita.
( da Il gabbiano )
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Quelli che vivranno dopo di noi, fra due o trecento anni, e ai quali stiamo preparando la strada, ci saranno grati? Si ricorderanno di noi con una buona parola? Balia, non ricorderanno! ( da Zio Vanja )
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Ti si accostano ghignando, ti guardano in cagnesco, ti squadrano, ti etichettano: «Questo, è uno psicopatico» oppure «Quello è un parolaio». E quando non sanno che etichetta appiccicarti in fronte, dicono: «È un uomo strano, proprio strano!» Amo le foreste: è strano. Non mangio carne: anche questo è strano. Un rapporto diretto, pulito, libero con la natura e con la gente non c’è più… ( da Zio Vanja )
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Fu festeggiato l’anniversario di un uomo molto modesto. E soltanto alla fine del pranzo ci si accorse che qualcuno non era stato invitato: il festeggiato.
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[Von Koren] La legge morale esige, supponiamo, che amiate gli uomini? Ebbene! l’amore deve consistere nell’allontanare tutto ciò che, in un modo o nell’altro, nuoce agli uomini e li minaccia nel presente e nell’avvenire. Il nostro sapere e l’evidenza vi dicono che, da parte degli individui anormali, fisicamente e moralmente, un pericolo minaccia l’umanità. Così essendo, lottate contro gli anormali. Se non avete la forza di ricondurli alla normalità, abbiate almeno la forza e la capacità di impedir loro di nuocere; cioè la forza di sopprimerli.
[Diacono] L’amore consiste dunque nel fatto che il debole sia vinto dal forte?
[Von Koren] Senza dubbio.
[Diacono] Ma, ribatté con ardore il diacono, – i forti hanno crocifisso Nostro Signore Gesù Cristo!
[Von Koren]Tutt’altro!: non sono stati i forti che l’han crocifisso, ma i deboli! La cultura umana attenua la lotta per l’esistenza e la selezione, e tende ad annullarla; da ciò, la rapida moltiplicazione dei deboli e il loro predominio.
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I dottori sono simili agli avvocati; la sola differenza è che gli avvocati ti derubano soltanto, mentre i medici ti derubano e per di più ti uccidono. ( da Ivanov )
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[prostitute] Hanno tutte la coscienza del loro peccato e sperano nella salvezza dell’anima; possono usare, nella più larga misura, dei mezzi che vi conducono. La società, è vero, non dimentica il passato delle persone; ma, dinanzi a Dio, Maria l’Egiziana non è inferiore agli altri santi.
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Cristo ci ha insegnato un amore ragionevole, sensato e utile.
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cecov 9
I despoti sono sempre stati preda d’illusioni.
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[Prostituzione] Il vizio esiste ma non vi è in loro, né coscienza di colpa, né speranza di salvezza. Le vendono, le comprano, le annegano nel vino e nelle turpitudini, ma sono bestie come delle pecore, indifferenti, ed incoscienti. Dio mio, Dio mio!
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Noi uomini ci uccidiamo fra noi; è certamente immorale, ma la filosofia non può farci niente.
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Forse solo in paradiso l’umanità vivrà per il presente; finora è sempre vissuta d’avvenire.
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Anton Čechov, biografia e citazioni
Là dove noi non siamo, si sta bene. Nel passato noi non siamo più ed esso ci appare bellissimo.
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Non permettere alla lingua di oltrepassare il pensiero.
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Fra “Dio c’è” e “Dio non c’è” si estende un campo vastissimo, che con grande fatica un autentico saggio attraversa.
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Una brava persona si vergogna anche di fronte a un cane.
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Quando ami, scopri in te una tale ricchezza, tanta dolcezza, affetto, da non credere nemmeno di saper tanto amare.
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La buona educazione non sta nel non versare la salsa sulla tovaglia, ma nel non mostrare di accorgersi se un altro lo fa.
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Se avete paura della solitudine, non sposatevi.
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cecov 10
È più facile chiedere ai poveri che ai ricchi.
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L’uomo è ciò in cui crede.
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L’intelligente ama istruirsi, lo stupido istruire.
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Occupazioni inutili e conversazioni sempre uguali si portano via la parte migliore del tempo, le forze migliori, e alla fine rimane una vita mutila, senz’ali, una nullità dalla quale non si può fuggire, evadere, come se si fosse in un manicomio o in una squadra di condannati ai lavori forzati!
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Gli uomini non apprezzano ciò di cui sono ricchi. “Quel che possediamo, non lo custodiamo”; non basta: quel che possediamo, non l’amiamo.
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cecov 12

La vita è passata ed io non mi sono neanche accorto.
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Non ho ancora trent’anni, sono giovane, sono ancora studente, ma quante ne ho già passate. Ogni inverno che arriva soffro la fame, mi ritrovo ammalato, sperduto, povero come un mendicante e dove non mi ha sbattuto il destino, dove non sono stato! Ma la mia anima, nonostante tutto, in ogni singolo istante, di giorno e di notte, è sempre stata colma di inspiegabili presentimenti.
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La morte non vuole gli stupidi.
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La medicina è la mia legittima sposa, mentre la letteratura è la mia amante: quando mi stanco di una, passo la notte con l’altra.
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I pregiudizi e tutte le brutture della vita sono utili perché col tempo si trasformano in qualcosa di utile, come il letame in humus.
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La capacità di credere in qualcosa è una facoltà dello spirito. Gli animali non la possiedono, i selvaggi e gli uomini poco evoluti hanno la paura e i dubbi. Essa è accessibile solo agli organismi superiori.
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L’università sviluppa tutte le doti, compresa la stupidità.
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La felicità è una ricompensa che giunge a chi non l’ha cercata.
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Valutati di più: ci penseranno gli altri ad abbassare il prezzo.
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L’onore non si può togliere, si può solo perdere.
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Un matrimonio felice può esistere solo fra un marito sordo e una moglie cieca.
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La vera felicità è impossibile senza la solitudine. Probabilmente l’angelo caduto tradì Dio perché desiderava la solitudine, che gli angeli non conoscono.
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L’uomo è dotato di intelligenza e di forza creativa per accrescere ciò che gli è stato dato; ma fino ad ora egli, invece di creare, non ha fatto altro che distruggere. Non c’è minima compassione nè per i boschi, nè per gli uccelli, nè per gli animali, nè per i propri simili… per nessuno. Bisogna essere barbari insensati per distruggere ciò che non possiamo creare.
***cecov 13
Ma all’improvviso… Nei racconti si trova spesso questo “all’improvviso”. Gli autori hanno ragione: la vita è così piena di cose inaspettate.
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Gli infelici sono egoisti, cattivi, ingiusti, crudeli e meno capaci degli sciocchi di comprendersi reciprocamente. L’infelicità non unisce, ma disunisce gli uomini, e perfino là dove parrebbe che gli uomini dovessero essere legati dalla identità del loro dolore, si commettono molte più ingiustizie e crudeltà che in mezzo a gente relativamente contenta.
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Quell’orrore ripugnante, a cui si pensa quando si parla della morte, era assente dalla camera. Nell’irrigidimento generale, nella posa della madre, nell’indifferenza del viso del dottore c’era qualcosa che attirava e commoveva, e precisamente quella delicata e quasi inafferrabile bellezza del dolore umano che non si arriverà tanto presto a comprendere e a descrivere e che soltanto la musica, a quanto pare, sa esprimere.
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Il suo cervello assonnato si rifiutava ai pensieri ordinari, si annebbiava, tratteneva unicamente le immagini fantastiche, favolose, che hanno questo di buono: nascono da sé nel cervello senza sforzo di chi pensa, e da sé (non c’è che da scrollare la testa) scompaiono senza traccia.
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Dietro la porta dell’uomo felice dovrebbe esserci qualcuno con un piccolo martello fra le mani che, battendo costantemente, rammentasse che l’infelicità esiste e, passata la breve felicità, sopraggiungerà immancabilmente.
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La capacità di credere a qualcosa è una facoltà dello spirito.
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Una scienza nazionale non esiste, così come non esiste una tavola pitagorica nazionale. Quel che è nazionale, non è scienza.
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La vita è teatro, ma non sono ammesse le prove.
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Continuo a non avere un punto di vista politico, religioso e filosofico ben definito. Cambio ogni mese, per cui sono costretto a limitarmi a raccontare come i miei eroi si amano, si sposano, mettono al mondo dei figli, parlano e muoiono.
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Le nostre sofferenze si trasformeranno in gioia per quelli che vivranno dopo di noi: la felicità e la pace scenderanno sulla terra e gli uomini ricorderanno con gratitudine e benedizione coloro che vivono adesso.
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