Alfred Hitchcock, il padre del thriller moderno.

«Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate».

Ritenuto uno dei più grandi registi della storia del cinema, Sir Alfred Hitchcock ha rivoluzionato il grande schermo aprendo la strada a tecniche innovative di rilevante importanza nel genere thriller. Originale e brillante narratore, la sua decisiva influenza deriva soprattutto da una straordinaria maestria nel ritrarre i processi psicologici dei suoi personaggi che si esprimono soprattutto attraverso la potenza delle immagini e dei suoni. Ha anche armonizzato in modo sorprendente l’impassibile, e talvolta criptico, humour inglese che ben si sposa a scene macabre e raccapriccianti, usando così la forza dell’ironia per smorzare o arricchire l’ingegnosa e spietata meccanica del racconto noir. Il suo ineguagliabile controllo di ritmo e suspense nei suoi ormai leggendari film vede protagonisti uomini o donne costretti ad affrontare un drammatico problema e sovente accusati di un crimine mai commesso. Nel processo di elaborazione del dilemma l’identità del personaggio viene solitamente disfatta e, successivamente, rifatta. Mai dunque personaggi statici o stereotipati, ma uomini reali che durante il corso del film, così come accade qualche volta nella vita, rinascono. Una rinascita lenta ma inesorabile quella dei suoi personaggi. Una rifioritura che si snoda nell’incalzare di eventi tragici e che grazie ad un contagioso ottimismo mostra la capacità dell’essere umano di superare anche i momenti più bui.
La sapiente combinazione del regista di suspense e umorismo nero sovverte la struttura del thriller tradizionale giacché nella sua produzione artistica raramente si avverte l’ansia di dipanare un intreccio. A guidare i suoi thriller vi sono fobie profondamente radicate, come la claustrofobia, la paura dell’altezza, la paura degli spazi aperti e la paura della punizione. Ciò che sta realmente a cuore al nostro maestro è dunque quello di rappresentare le nostre paure e far sì che noi spettatori le viviamo in prima persona, riuscendo così a stabilire una relazione profondamente empatica con i protagonisti. Ed allora la perdita dell’identità, le vertigini, la claustrofobia, il tradimento, la calunnia, la paura ed altre sensazioni profondamente frustranti non le subiamo più attraverso una mera narrazione, ma le viviamo intensamente perché gli eventi mostrati non hanno alcun legame con il mondo soprannaturale e per il mutevole sentiero che cattura l’attenzione sugli aspetti dei meccanismi visivi piuttosto che sugli intrighi da decifrare. Per tale ragione la paura, quello stato emotivo che accomuna i personaggi di Hitchcock, è qualcosa di intensamente percepibile perché pienamente consapevoli che potrebbero verificarsi episodi analoghi ad ognuno di noi.
C
onsiderato il regista per eccellenza,  riesce a fondere arte e intrattenimento in un modo completamente originale; solo pochissimi hanno avuto un riscontro come il suo nella storia del cinema. Niente pause e rallentamenti nei suoi film; Hitchcock predilige la suspense all’effetto sorpresa.

D’altronde la suspense non solo richiede un elevato grado di abilità da parte del narratore, ma tende altresì a creare un impatto emotivo molto più potente nello spettatore, poiché, come sottolinea lo stesso regista, la sorpresa è soltanto una breve esperienza, mentre la suspense consente una caratterizzazione più profonda; il pubblico ha infatti il tempo di osservare e di provare ad anticipare le reazioni dei singoli personaggi di fronte ad uno sconosciuto evento che però si percepisce imminente.

 

Dal film “Psycho” (1960)


Inoltre, come già sottolineato prima,
 la suspense crea una maggiore partecipazione degli spettatori e genera una connessione emotiva più profonda alla storia. Tuttavia, nemmeno l’effetto sorpresa è da sottovalutare e il nostro maestro usa entrambe efficacemente anche all’interno della stessa sequenza. Utilizza spesso gli angoli obliqui della telecamera per insinuare una minaccia, il montaggio rapido per amplificare la forza di una scena terrificante, il montaggio parallelo e gli scatti dalla prospettiva dei suoi personaggi con lo scopo di innalzare la tensione e far sì che le loro emozioni vengano pienamente compresi da noi spettatori.

 

La famosa scena della doccia tratta dal film “Psycho”. Per realizzare questa scena e renderla più agghiacciante sono state montate 70 posizioni di macchina diverse per 45 secondi di riprese.

Sebbene non pochi siano stati i critici che hanno riscontrato l’influenza delle teorie psicanalitiche di Sigmund Freud nella produzione di Hitchcock, quest’ultimo mostra scetticismo e sembra quasi nutrire un rapporto di amore/odio nei confronti degli studi freudiani. La comprensione di Hitchcock della psicologia umana è principalmente intuitiva. Non abbraccia alcuna specifica teoria psicologica e acquisisce la maggior parte della sua intuizione grazie allo studio indiretto di vite criminali e l’attenta osservazione del comportamento di chi lo circonda. Eppure non pochi sono i suoi film in cui è possibile notare la ripartizione psichica di Freud, l’evocazione dell’inconscio, alcune interessanti sequenze oniriche e la rappresentazione di patologie legate al vissuto ambientale dell’infanzia, come il “complesso di Edipo“. Tutte teorie che richiamano le basi fondamentali degli studi del padre della psicanalisi.

 

Il protagonista del film “Psycho” (1960) Norman Bates, interpretato magistralmente da Anthony Perkins, mostra una psicosi generata dal “complesso di Edipo”.

Nato il 13 agosto del 1899 a Leytonstone, un quartiere dell’East End di Londra, da una famiglia di umili origini, Alfred Hitchcock riceve un’educazione molto severa dalla famiglia e dai Gesuiti. Il padre, venditore di frutta e verdura, è un uomo molto rigido e, durante una famosa intervista, Hitchcock racconta a François Truffaut un episodio traumatico vissuto nell’infanzia. Il padre, un giorno, porta il piccolo Alfred di cinque anni al commissariato di polizia e lo fa rinchiudere per qualche minuto dentro una cella per fargli capire cosa succede ai “bambini cattivi“. Non è difficile leggere le conseguenze di quest’educazione alquanto repressiva in quel senso di angosciosa impotenza che ricorre nei suoi film.

D’indole introversa, Alfred ama osservare gli altri, gioca di rado con i pochi amici che ha ed è costretto a frequentare scuole religiose, in ambienti repressivi dove subisce anche punizioni corporali. In particolar modo l’esperienza più devastante la vive durante gli anni della preadolescenza presso i Gesuiti, al St. Ignatius College di Stamford Hill. Anni che segnano la sua vita al punto di fargli affermare che “probabilmente è stato durante il periodo passato dai Gesuiti che il sentimento della paura si è sviluppato con forza dentro di me”.
Dietro quell’aria scanzonata e cinica di un uomo apparentemente molto sicuro di sé, si nasconde un essere fragile e fondamentalmente molto sensibile. Il suo desiderio di raccontare storie terrificanti nasce probabilmente dall’esigenza di esorcizzare le paure che agitano il suo animo.
Studente poco brillante, mostra una grande passione per l’arte, soprattutto quella fotografica e cinematografica. Prosegue gli studi iscrivendosi alla scuola serale di Ingegneria e Navigazione, ma è costretto poi ad abbandonarla per i gravi motivi economici subentrati alla morte del padre, nel 1914.  L’anno seguente trova lavoro presso la Henley Telegraph & Cable Company, in cui, sottopagato, deve calcolare la misura e il voltaggio dei cavi elettrici installati dalla compagnia. Nel 1917, viene riformato, dopo essere stato sottoposto alla visita medica per il servizio militare. Frequenta un corso di disegno e si diletta nel fare le caricature dei colleghi, iniziando anche a scrivere brevi racconti e articoli. Si appassiona anche allo studio dei delitti e visita spesso il museo del crimine di Scotland Yard. La lettura di grandi autori del calibro di Edgar Allan Poe e Gustave Flaubert si accompagna ad un’altra grande passione. Una passione che lo accompagnerà per il resto della sua vita: quella Settima Arte di cui diventerà presto uno dei suoi protagonisti principali.

Joan Fontaine e Judith Anderson in una scena del film “Rebecca, la prima moglie” (1940).

Nel 1920 Alfred ottiene l’incarico di effettuare disegni e didascalie dei film prodotti dalla società cinematografica anglo-americana “Famous Players Lasky-Studios“. Grazie a questo lavoro ha l’opportunità di accostarsi anche ad altri settori della società, tra cui quello della sceneggiatura e del montaggio.

Alfred Hitchcock con la moglie Alma Reville.

Dopo saltuarie ma significative esperienze in qualità di sceneggiatore, montatore e aiuto regista, avviene il suo debutto nel mondo del cinema come regista con “Il pensionante (1926), ispirato alla storia di Jack lo Squartatore. Nasce con questo film la sua abitudine di apparire per pochi istanti nelle sue pellicole. Nel 1926 sposa la redattrice Alma Reville, sua compagna per tutta la vita, che collaborerà come sceneggiatrice a molti dei suoi film. Da questa unione nascerà la figlia Patricia, che apparirà in molti film del padre.
Hitchcock comincia dunque a lavorare nel mondo del cinema tra gli anni ’20 e ’30, nel periodo in cui dal muto si passerà al sonoro. “Il ricatto” (1929), inizialmente girato muto e  successivamente sonorizzato, mostra il cambiamento in atto in quegli anni cruciali nella storia del cinema. L’esperienza maturata con i film muti fa sì che anche in quelli sonori il regista dia un’importanza fondamentale all’immagine, peculiarità dei suoi capolavori; senza che il personaggio pronunci una parola, lascia immaginare quali siano i suoi pensieri. Un’impronta decisiva della sua produzione cinematografica.
A tal proposito, è proprio François Truffaut, grande ammiratore di Hitchcock, a riscontrare questa particolarità che distingue i film del nostro regista. Truffaut mette in evidenza, infatti, la mancanza di collegamento e di coesione tra l’immagine e il dialogo. Alfred attribuisce un’importanza primaria all’immagine, la pone in massimo rilievo e la filma contemporaneamente al dialogo in modo da ottenere un’efficacia drammatica prettamente visiva. Niente noiosi dialoghi esplicativi nel cinema di Hitchcock: le emozioni umane vengono mostrate al pubblico in modo chiaro catturando le relazioni più sottili tra i vari personaggi. Uno stile ineguagliabile che ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo del cinema grazie alla semplificazione dei gesti, al gioco di sguardi, ai lunghi silenzi che intervallano i dialoghi e alla qualità drammatica dell’inquadratura. Il suo è un cinema che suggerisce, che non ricorre all’aiuto del dialogo. Un cinema di emozioni che riesce a coinvolgere prima il pubblico ed infine anche la critica.

 

Una scena del film “La donna che visse due volte” (1958) che mostra la paura del vuoto vissuta dal protagonista e resa con una tecnica chiamata “Dolly Zoom“.

Il riconoscimento della critica angloamericana nei riguardi del cinema di Hitchcock avviene solamente negli anni ’70, molto probabilmente perché il genere rappresentato dal regista viene ritenuto troppo “basso”. Negli anni Novanta molti film del nostro geniale autore vengono rivisitati, fotogramma dopo fotogramma, consacrandone anche la loro bellezza formale, per lo più raggiunta attraverso un’attenta e approfondita sperimentazione tecnica.

“Psycho”, 1960.

Film leggendari come “Rebecca la prima moglie” (1940), “L’ombra del dubbio” (1943), “Notorius” (1946), “Io confesso” (1953), “La finestra sul cortile” (1954), “La congiura degli innocenti” (1955), “L’uomo che sapeva troppo” (1956), “La donna che visse due volte” (1958), “Intrigo internazionale” (1959),  “Psyco” (1960), “Marnie” (1964)”Il sipario strappato” (1966) e tanti altri, s’impongono nella scena mondiale ed ancora oggi vengono considerati delle perle assolute della Settima Arte.

James Stewart in una scena del film “La finestra sul cortile” (1954).

Nonostante abbia lavorato anche ad Hollywood, Hitchcock, come tutti i grandi artisti, conserva la propria umiltà e si diverte anche a produrre film per il piccolo schermo dove ha modo di poter dare sfogo alla sua vena sagace e sottilmente cinica. Chi non ricorda le antologie del mistero mandate in onda in televisione?
Ma torniamo al suo cinema. Un cinema il cui significato si condensa nelle sue stesse parole quando commenta quello che io considero il suo capolavoro assoluto, “Psycho“. Così ne parla durante l’intervista di François Truffaut: “Il mio orgoglio per Psycho sta nel fatto che è un film che appartiene a noi registi, a lei a me, più di tutti i film che ho girato. Non avrei con nessun altro una discussione su questo film nei termini che stiamo usando in questo momento. Tutti direbbero che non è una cosa da fare, il soggetto era orribile, i protagonisti erano insignificanti, non c’erano personaggi… Sicuro, ma il modo di costruire questa storia e di raccontarla ha portato il pubblico a reagire in modo emozionale” .

Un’altra famosa scena del film “Psycho” (1960).

Dopo aver diretto “Complotto di famiglia“, nel 1976, Alfred Hitchcock si spegne a Los Angeles il 29 aprile del 1980 per problemi cardiaci e renali. Stava lavorando ad un’opera che avrebbe dovuto intitolarsi “La notte breve“.
Nonostante alcuni suoi film siano stati candidati più volte all’Oscar, il grande maestro del thriller non ha mai avuto l’onore di riceverne uno. In compenso, poco prima di morire, riceve dalla regina Elisabetta II d’Inghilterra il titolo di baronetto.
Gli amanti del cinema non possono fare a meno di conoscere questo immenso autore ed anche chi pensa di conoscerne bene le sue opere dovrebbe rivederle; si sorprendebbe di restare con il fiato sospeso ancora una volta, pur conoscendo la trama dei suoi film.
Di seguito una raccolta di alcuni suoi pensieri.

Prendo in giro la gente, perché alla gente piace essere presa in giro.

 

Se facessi “Cenerentola”, il pubblico cercherebbe qualche cadavere nella carrozza.

 

Il cinema è il “come”, non il “cosa”.

 

C’è qualcosa di più importante della logica: è l’immaginazione.

 

Ho una cura perfetta per una gola arrossata. Tagliarla!

 

Nel film gli omicidi sono sempre molto puliti. Io mostro come sia difficile e che pasticcio enorme sia uccidere un uomo.

 

Non vi è nulla di meglio di una sepoltura in mare. È semplice, pulita, e non molto incriminante.

 

Un sacco di gente pensa che io sia un mostro. Lo pensano davvero, me lo hanno riferito.

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