Acciaio ~ Silvia Avallone

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“Millecinquecento gradi, è questa la temperatura di fusione della lega. L’acciaio non esiste in natura, non è una sostanza elementare. La secrezione di migliaia di braccia umane, contatori elettrici, bracci meccanici, e a volte la pelliccia di un gatto.”
La vita, nei casermoni popolari di via Stalingrado a Piombino, è molto dura, ha il sapore gelido dell’acciaio ed è cupa come l’incessante e imponente onnipresenza dell’acciaieria Lucchini, una spettrale presenza siderurgica che sovrasta la città, chiamata dagli abitanti della zona “la fabbrica“.
E proprio nell’opprimente Piombino delle case popolari è ambientato il romanzo d’esordio di Silvia Avallone che reca il titolo emblematico di “Acciaio“. Vincitore del Premio Campiello, nella categoria “Opera Prima” nel 2010, il romanzo si è classificato secondo nella competizione per il Premio Strega nello stesso anno.
Tradotto in molti paesi del mondo, è stato oggetto di una trasposizione cinematografica che non è riuscita adeguatamente a rendere la complessità di un romanzo che può annoverarsi tra i migliori della letteratura contemporanea italiana.

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Nel giugno del 2001, in una via che potrebbe trovarsi in qualsiasi parte dell’Italia, ha inizio il romanzo.
Il caldo soffocante tiranneggia i protagonisti che trascinano la loro esistenza in un “complesso di quattro casermoni, da cui piovono pezzi di balcone e di amianto, in un cortile dove i bambini giocano accanto a ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano.
Tra le sterpaglie di quei capannoni emergono le due protagoniste, Anna e Francesca, appena quattordicenni e legate da una profonda amicizia nata tra i banchi di scuola. Come tutte le adolescenti, nutrono il prepotente desiderio di crescere in fretta, anche se ciò comporta il rischio di bruciarsi. Con lo sguardo rivolto sempre verso l’Isola d’Elba, di cui riescono a vederne la sagoma, sognano tenendosi per mano, quel luogo affollato da turisti danarosi che si godono le vacanze nelle sue spiagge pulite. Sognano un futuro diverso, lontano da quel posto in cui sono nate e cresciute e si ribellano all’idea di un’esistenza dagli orizzonti limitati ad un posto sicuro nell’acciaieria, una famiglia relegata in uno di quegli angusti appartamenti popolari accanto a uomini violenti che vivono di espedienti o che si spaccano la schiena ogni giorno dentro la stessa acciaieria e rientrano a casa madidi di sudore.
«Che genere di visione del mondo ti fai in un posto dove è normale non andare in vacanza, non andare al cinema, non sapere niente del mondo, non sfogliare il giornale, non leggere i libri?»

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E cosa racchiude l’arroganza rabbiosa delle due protagoniste che, forti della loro bellezza, si vendicano con il mondo che le circonda prendendo le distanze da coloro che non considerano degni di penetrare il loro cuore? La loro corazza sembra indistruttibile, guardano tutti dall’alto in basso e celano con cura la loro fragilità. Nessuno deve intromettersi nella loro intensa e morbosa amicizia, in quel posto degradato “si erano trovate e scelte” e si erano aggrappate l’una all’altra per sfuggire da una realtà desolante di un paese che cancella le campagne con l’acciaio. Ballano seminude con la finestra aperta, ben consapevoli di essere osservate e in quegli istanti lasciano scivolare nell’oblio le loro crude vite familiari, violente e sregolate. E mentre leggi ti domandi quante saranno le Anna e Francesca che sognano di fuggire da una realtà feroce e umiliante di un paese che non ti ama e ti chiedi pure quanto di Anna e Francesca vi sia stato o vi sia ancora dentro ognuno di noi.

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Già dalla lettura delle prime pagine respiri insieme a loro il veleno che esce dalle ciminiere dell’acciaieria, ti senti bruciare dal calore dell’altoforno all’interno del quale si produce l’acciaio e non riesci a smettere di leggere, pur cosciente della tua impotenza dinnanzi al destino dei nuovi vinti di una società sempre più crudele e indifferente. Una società ben rappresentata dal medico di base che cura le ferite di Francesca provocate dalle percosse del padre e che finge di credere alla versione dei genitori perché non gli conviene sporgere una denuncia e poi quella gente è da considerarsi “come animali“, dunque non meritevole di alcuna attenzione. E le violenze dentro le pareti domestiche seguitano tranquillamente ad imperversare.  Comprendi che la vita dei nuovi vinti scorre senza alcuna ambizione perchè vittime di una sudditanza psicologica alle loro misere origini. La classe sociale che una volta si chiamava “proletariato” è mutata; non insegue più quelle irrealizzabili e nemmeno più sognate utopie di lotta di classe. I nuovi proletari s’iscrivono alla FIOM, ma ammirano Berlusconi perchènon è uno sfigato”. Vorrebbero sfoggiare la stessa macchina del loro capo e il fine settimana sniffano la cocaina dei borghesi.

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Violenza, droga, rassegnazione e morti bianche s’intrecciano nel romanzo. Ma a dare una fievole speranza in così tanta amarezza è l’amicizia tra Anna e Francesca che, come tutte le amicizie adolescenziali, non conosce sfumature: è bianca o nera.
«Non parlavano più adesso. Le parole non servono a niente, fanno litigare il più delle volte. Si passavano la spugna con cura e si stupivano delle differenze: un neo, la forma stondata o oblunga delle unghie. Se ne stupivano come di una cosa che non ha senso.»
Quando Anna vive il suo primo amore e non asseconda più le effusioni lesbiche dell’amica, Francesca si allontana da lei e intraprende un percorso di autodistruzione.

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E dalla finestra del liceo, Anna, l’unico personaggio che vuole veramente cambiare la propria vita, spia l’amica, iscritta in un istituto professionale e che, improvvisamente, non frequenta più la scuola.
Romanzo claustrofobico che esprime il disincanto di una generazione che non riesce ad appassionarsi alla politica o ad abbracciare un ideale. Preferisce crearsi un mondo irreale per sopravvivere alla miseria di una vita desolante che ruota intorno al quartiere dell’acciaio.
Il ritmo incalzante del romanzo che ti trascina tra le sterpaglie, i palazzi scrostati, lo spolverino del carbone che senti penetrare nei polmoni e la serranda abbassata di un’officina, forse l’unico segnale di vita in quel quartiere, ti scuote e ti lascia una grande amarezza. Lo stile duro e asciutto della scrittrice e i vari temi scottanti e attuali toccati riescono a far comprendere cosa voglia dire veramente vivere in un quartiere degradato nell’Italia di oggi.
Alla fine del libro hai la sensazione di aver letto un romanzo vero, un romanzo di denuncia sociale e che nello stesso tempo ti rimanda al Naturalismo francese non solo per i temi trattati ma anche per il linguaggio che alterna il rozzo parlato a sequenze di alta poesia. Le scene sono molto realiste e il visualizzarle nella mente provoca un dolore lancinante nel percepire la disperazione e la solitudine dei personaggi. Le sensazioni dei protagonisti riescono ad entrarti dentro e a farti male. E pochi, oggi, sono i libri che riescono a trasmettere sensazioni così forti.

Incipit del romanzo:
Nel cerchio sfuocato della lente la figura si muoveva appena, senza testa.
Uno spicchio di pelle zoomata in controluce.
Quel corpo da un anno all’altro era cambiato, piano, sotto i vestiti. E adesso nel binocolo, nell’estate, esplodeva.

Il trailer del film

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